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“La Croce della Vita” – Valentina Marcone

Prodotti “La Croce della Vita” – Valentina Marcone

“La Croce della Vita” – Valentina Marcone

€2.98€10.00

Come faranno tre spietati vampiri a crescere una piccola Furia? Quante difficoltà incontreranno? E chi si opporrà a Loro?

Genere: Urban Fantasy, Paranormal Romance

Pagine: 250 (circa)

Formato: Ebook (epub, pdf, mobi)

Profilo dell’autrice

la stella dell'eireNon perderti la seconda parte della saga, “La Stella dell’Eire”!

 

COD: N/A Categoria:

Sinossi del libro

Scopri “La Croce della Vita” anche su:

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“La tradizionale famiglia felice con mamma, papà e due figli? Storia vecchia. Molti bambini crescono benissimo con due papà o una mamma single. Io ho avuto un’infanzia splendida e sono crescita con tre uomini, Michele, Gabriel e Raffaele, i Fratelli Sincore, che di angelico hanno solo i nomi. Non mi hanno scelta, né adottata, sono stati praticamente costretti a tenermi con loro e contro ogni aspettativa, invece che mangiarmi, mi hanno amata come una figlia. Esagero? No, sono tre vampiri. Certo, essere la profetica bambina che sigilla la pace tra due razze ha sicuramente aiutato, ma tenermi al sicuro non implicava loro di crescermi e amarmi come invece hanno fatto.

Ah dimenticavo, sono una Furia. – Deva”

“La Croce della Vita” è la prima parte di una saga Urban Fantasy che unisce il gotico al contemporaneo, l’horror al romantico, con una protagonista… d’eccezione!

Estratto Gratuito

Estratto Gratuito:

PARTE I

MICHELE

Capitolo 1

Non mi ero mai sentito così inquieto da quando il mio cuore aveva esalato il suo ultimo battito secoli prima.
Sentivo come una mano premermi dietro il collo e spingermi ad alzarmi dal letto, come se su quel dannato soffitto sopra la mia testa ci fosse un magnete gigante e io fossi l’uomo di latta.
Sentivo che il sole non era ancora tramontato del tutto, amavo la mia Italia, la consideravo casa mia molto più di quanto considerassi tale la terra natia britannica, ma il clima non era affatto nostro amico, anzi, io e i miei fratelli migravamo sempre dalla penisola a forma di stivale non appena giungeva la primavera, causa le lunghe ore di sole che riducevano molto la nostra vita notturna e di conseguenza i nostri affari.
Perciò mi chiesi di nuovo cosa fosse tutta quella smania di aprire gli occhi. Per natura i vampiri cadevano in una specie di coma appena si avvicinava l’alba, ma con il passare degli anni, i più vecchi riuscivano a resistere svegli, se riparati, durante le ore di luce. Sia io che i miei fratelli avevamo una dettagliata percezione di quello che accadeva intorno a noi mentre dormivamo, in alcuni casi avevamo praticamente ordinato al nostro corpo di svegliarci quando il sole era ancora alto nel cielo; e nonostante la forza ridotta, ci eravamo sempre riusciti. D’altronde era pressoché impossibile restare passivi e vulnerabili mentre intorno a noi infervorava la battaglia. Fortunatamente era successo poche volte, ma dopo la prima, in cui avevamo rischiato la vita, ci eravamo allenati per anni, finché sia io sia il secondogenito di famiglia non riuscimmo a controllare completamente quella nuova abilità.
Ma quelli erano altri tempi, quando la caccia ai vampiri era così gettonata da richiamare adepti da ogni luogo. Oramai le creature della notte erano un mero ricordo per la civiltà avanzata e tecnologica del ventunesimo secolo.
Eravamo molto gettonati al cinema però, le pellicole sul grande schermo erano così tante che fornivano almeno una dozzina di interpretazioni diverse della parola ‘vampiro’. Alcune più divertenti di altre, ma sempre abbastanza distanti dalla realtà. Dopotutto dovevamo tenere nascosta la nostra esistenza al mondo degli umani, ed essere un capofamiglia prevedeva anche tenersi informati su questi film, solitamente per adolescenti.
*BOOM*
Fu quel boato a spingermi a reagire senza aspettare ulteriormente.
Impiegai al massimo mezzo secondo per alzarmi e capire che quello che stava bussando alla mia porta non rientrava nella categoria ‘amici’ visto che la stava letteralmente abbattendo. Inspirai di colpo e sentii salirmi alle narici un puzzo che non avevo mai annusato prima, ma che istintivamente mi faceva pensare al tanfo degli inferi.
Corsi giù per le scale e nell’esatto istante in cui raggiunsi l’atrio, la porta venne abbattuta.
Una marea di schegge di legno invasero la stanza, mentre un mostro alto più di due metri faceva il suo plateale ingresso nella stanza.
Il puzzo di carne marcia mi fece desiderare per un momento di aver perso anche il senso dell’olfatto assieme ai battiti del mio cuore, ma potevo arginare la cosa smettendo semplicemente di respirare, ed è quello che feci mentre davo un’occhiata al mio inatteso ospite.
Era una bestia così alta che per entrare dovette abbassare il cranio deforme, il corpo era un ammasso di muscoli e carne sanguinolenta a diversi stati di decomposizione, in alcuni punti si intravedevano le viscere sottostanti, le braccia erano lunghe e sproporzionate rispetto al tronco, tanto che gli artigli lunghi e affilati raschiavano il terreno, le gambe invece, tozze e curve verso l’interno, finivano in due grossi zoccoli caprini. Ma la cosa più disgustosa era il volto, la testa era tenuta assieme da due grosse placche di ferro che gli coprivano tutta la parte sinistra del cranio e metà del viso, dalla guancia destra all’orecchio, aveva una benda sudicia che gli copriva l’occhio sinistro, il destro non aveva palpebra, ma solo un orribile bulbo oculare sanguinante.
Chi lo aveva mandato? Come mi aveva trovato?
Lasciai quelle domande in sospeso e mi concentrai su un’altra più impellente.
Come lo avrei ucciso?
Senza perdere altri attimi preziosi, lo aggirai e lo attaccai dalla parte sinistra, mi lanciai su di lui a una velocità tale che solo un muro di cemento armato avrebbe potuto resistermi.
Ma lui si scansò all’ultimo istante.
Che cazzo…
Come poteva eguagliare la mia velocità?
Prima che potessi trovare una spiegazione plausibile, il mostro mi caricò e decisi di testare la sua forza andandogli incontro con la stessa velocità di prima.
Lo scontro frontale non andò a finire come speravo, perché mi ritrovai a terra con gli artigli del mostro a un centimetro dalla mia testa, conficcati nel magnifico mosaico che ornava il mio ingresso.
Rotolai di lato evitando lo zoccolo con cui stava cercando di colpirmi al volto, sfruttando quei pochi istanti in cui impiegò ad estrarre gli artigli dal pavimento.
Lo aggirai e lo guardai meglio. La carne putrefatta si apriva in più punti, ma due erano più raggiungibili di altri. Appena sotto al costato sinistro e sulla schiena. Dovevo colpirlo in quei punti.
Il mostro mi guardò rabbioso con il suo occhio sanguinante e lanciò un urlo disumano, lasciandomi ammirare tutta la schiera di denti aguzzi che aveva in bocca.
Caricò di nuovo, continuando a ringhiare e sputando bava dappertutto.
Lo lasciai avvicinare, senza muovere un muscolo. Quando fu a portata del mio braccio scattai di lato e lo colpii proprio dove la carne cedeva. Arretrai di colpo e buttai a terra il pezzo di carne che avevo strappato, sperando appartenesse a qualche suo organo vitale.
Ma lui non sembrò nemmeno accorgersene, mi guardò continuando a ringhiare e per un attimo vidi il suo occhio illuminarsi di rosso.
Un istante dopo ero a terra, con le mani premute sui miei occhi.
Che cazzo aveva al posto dell’iride? Una specie di raggio laser?
Mi rimisi in piedi, ma gli occhi mi bruciavano ancora come fuoco e avevo la vista annebbiata.
Il mostro sfruttò il vantaggio e mi assestò un pugno in pieno petto. Sentii delle ossa incrinarsi, ma non ci feci caso. Dovevo muovermi finché non avessi riacquistato l’uso della vista.
Iniziai a correre verso le scale, sperando che almeno gli zoccoli lo rallentassero. E così fu.
Bene, almeno avevo scorto un suo punto debole.
I suoi ringhi continui inoltre mi rendevano più facile individuare la sua posizione senza aver bisogno di vederlo. Avrei potuto anche usare l’olfatto se tutta la stanza ormai non avesse quell’olezzo disgustoso. Probabilmente avrei dovuto semplicemente demolirla per scacciare via quel puzzo una volta ucciso.
Quando lo sentii appena dietro le mie spalle, mi voltai e mi abbassai di colpo, poi senza aspettare ulteriormente mi raddrizzai facendo leva sulle gambe in modo da dare quanta più potenza potevo al montante che gli assestai dritto sotto al mento.
Lo sentii barcollare per qualche istante e arrischiai ad aprire gli occhi. Vedevo ancora offuscato, ma leggermente meglio rispetto a prima.
Prima che si riprendesse lo aggirai per prenderlo alle spalle, ma lui allungò un braccio e mi afferrò per la gola, sbattendomi con tale violenza al muro vicino da creare una nicchia al suo interno, se non fosse stato un muro portante lo avrebbe semplicemente abbattuto.
Cercai di staccargli la mano che mi teneva sospeso per la gola, ma senza molto successo. Perciò alzai le gambe e gli sferrai un calcio nello stomaco, poco distante da dove lo avevo già colpito.
La cosa lo fece incazzare parecchio, perché mi ringhiò in faccia con tale violenza da schizzarmi di bava dappertutto e mi maledii mentalmente di aver inspirato proprio in quel momento, perché il suo alito era un misto di fogna, zolfo e bruciato. Evidentemente il suo creatore doveva essere il diavolo in persona, perché solo la fucina dell’Inferno poteva creare un essere così disgustoso.
Smisi di respirare e calciai di nuovo, finché non lo sentii cedere leggermente sotto la furia dei miei colpi e sfruttai quell’attimo di esitazione per liberarmi dalla sua presa al collo.
Appena libero mi tastai le ferite che mi avevano lasciato i suoi artigli, non erano così profonde, ma stavo perdendo sangue. Dovevo sbrigarmi.
Decisi di abbandonarmi completamente all’istinto e gli ringhiai contro di rimando, scoprendo i denti e facendogli vedere che, in fondo, ero una bestia peggiore di lui.
Iniziai a giragli intorno colpendolo sempre negli stessi punti, lui cercava di afferrarmi con le sue lunghe braccia, ma io ero più veloce.
Dopo pochi minuti, intorno a lui c’erano disseminati una miriade di brandelli di carne; purtroppo, anche i suoi artigli erano andati a segno più volte e il pavimento intorno a noi era segnato anche dagli schizzi del mio sangue.
Ci fermammo per un istante, ansimando. Quella battaglia mi stava sfinendo, non avevo mai affrontato una simile creatura.
Lo fissai di nuovo e decisi di giocarmi il tutto per tutto.
Se quelle barre di metallo gli erano state conficcate nel cranio, potevano benissimo essere estratte.
Andai alle sue spalle e, prima che potesse voltarsi, gli saltai sulla schiena, afferrai l’acciaio e iniziai a tirare. Il suo urlo di dolore mi fece capire che era la mossa giusta.
Sentii il metallo cedere tra le mie mani, ma prima che potessi estrarlo iniziò a correre all’indietro finché non mi ritrovai di nuovo scaraventato contro il muro.
Strinsi i denti e tirai ancora, mentre lui continuava a sbattermi in quel cazzo di buco e il cemento mi crollava intorno come se fosse fatto di carta.
Vidi il mobile di fronte a noi andare in frantumi sotto il segno del laser rosso del suo occhio.
Gridai con tutto il fiato che avevo in corpo e alla fine mi ritrovai con il metallo in mano. Abbassai lo sguardo e vidi il suo cervello grigiastro sotto i miei occhi, mentre fuoriusciva lentamente dal grosso buco che aveva in testa.
Il mostro iniziò a barcollare, ma non aspettai per vedere se quella ferita era abbastanza grave, portai le mani sull’altra barra di ferro e iniziai a tirare finché anche questa non cedette.
Scesi dalle sue spalle e lo vidi lanciare sguardi assassini tutto intorno a sé, ma evidentemente stava perdendo le forze molto in fretta, perché evitare che il raggio del suo occhio mi colpisse fu alquanto facile, nonostante la stanchezza.
Alla fine cadde in ginocchio e atterrò con un tonfo.
Rimasi immobile per qualche secondo, in modo da accertarmi che fosse davvero morto, o distrutto, o quello che era.
La stanza era praticamente devastata, il mobilio tagliato a metà, i muri crollati, il pavimento disseminato di brandelli di carne e sangue rappreso.
Evidentemente lo aveva mandato qualcuno che mi voleva morto. Ma chi?
Sospirai e all’improvviso avvertii un altro odore sotto quel tanfo. Un aroma sottile, ma ben diverso e molto più inquietante.
Alzai lo sguardo su quello che rimaneva del pesante portone di legno.
Loro erano lì, l’una di fianco all’altra, sorridendo beffarde.
«Abbiamo scelto bene, non c’è dubbio.»
Caddi in ginocchio e piegai il capo.
Non avrei visto mai null’altro.

***

Non osai fare domande, le leggendarie Furie non rispondevano, ma dicevano semplicemente quello che volevano, possibilmente mentre ti facevano provare indicibili sofferenze. Gli unici che avevano mai provato a sfidarle o che erano stati così avventati da provocarle, avevano invocato la morte più e più volte. Come si raccontava stesse facendo Lilith rinchiusa da qualche parte da quasi un millennio.
Attesi che iniziassero a parlare mentre fissavo il tessuto scarlatto muoversi come acqua ai loro piedi. Leggende narravano che le loro vesti fossero candide una volta, prima di essere intrise nel sangue delle loro vittime. Non camminavano, ma semplicemente fluttuavano.
«Le mie sorelle e io non siamo solite intraprendere questi viaggi, ma abbiamo un dovere da compiere.»
«Vi ascolto» dissi, spronandole a parlare.
E mi pentii all’istante di quelle parole, perché sentii un sibilo così forte da farmi strizzare gli occhi.
«Non rovinare con la tua impudenza la buona impressione che ci siamo appena fatte di te, figlio di Lilith!»
L’ultimo nome venne sputato fuori come un insulto.
Avrei fatto bene a non dimenticarmi che le Furie non avevano per niente in simpatia la mia specie. O meglio, le Furie non avevano in simpatia nessuna specie. Nonostante non si fossero presentate sapevo riconoscere esattamente chi delle tre aveva parlato. Tisifone non era di certo la più paziente delle tre.
E allora cosa volevano da me? Riuscii a mordermi la lingua giusto un attimo prima di formulare la domanda.
Per un secondo sentii nelle orecchie la voce di Gabriel che mi ammoniva ‘la tua lingua sarà la tua morte’. Quanto avrebbe sogghignato sapendo che in quel caso ci ero andato davvero vicino.
«Hai superato la prova. Non molti possono vantarsi di aver sconfitto un Servente tra le loro gesta.»
Inclinai leggermente la testa, ero sporco, puzzavo ed i miei vestiti erano praticamente a brandelli, ma mi sentii un gigante in quel momento. Il mio ego non avrebbe avuto bisogno di altro per i prossimi mesi a venire.
«Abbiamo una missione da affidarti Michele, stiamo per attraversare tempi oscuri in cui madri uccideranno i figli, fratelli leveranno armi contro fratelli, la follia prenderà il posto della ragione. La nostra presenza è richiesta altrove ed è scritto che questa anima debba crescere tra i mortali. Sono anni ormai che cerchiamo tra la vostra razza e finalmente abbiamo trovato qualcuno meritevole in forza e spirito, voi, i fratelli delle tenebre con i nomi degli arcangeli, sarete la forza, il cuore e la mente di questa bambina, la proteggerete, la amerete perché sarà la salvezza e la speranza della vostra razza.»
Spiegò Megera. Già, tipico delle Furie abbellire molto la storia e dipingerla molto diversa da quello che era pur di raggiungere i loro scopi. Ovviamente tutti lo sapevano, ma nessuno osava contraddirle mai.
Non capivo. Aggrottai le sopracciglia, vidi una mano delicata, con delle lunghe dita bianche come la neve, indicarmi di alzarmi e così feci. Dicevano che quando si innervosivano le loro dita diventavano degli artigli mostruosi. Chissà se assomigliavano al loro cucciolotto.
Poi ripensai alle loro parole.
Bambina?
Cosa cazzo credevano? Che casa mia fosse una specie di asilo nido? Non c’era nessuna cicogna o disegno equivoco sulla mia porta, quindi dovevano essersi sbagliate.
Mi misi in piedi e le guardai. Le tuniche scarlatte le coprivano interamente, perfino i cappucci erano così ampi da lasciare intravedere solo il naso e le labbra.
Aletto era la piu sottile delle tre, mi fissava con un sorriso vagamente divertito, Megera invece aveva la mascella contratta e l’espressione seria, mentre Tisifone aveva le labbra piegate in una smorfia di disappunto e sibilò nervosa quando si rese conto che la stavo guardando.
Distolsi lo sguardo, non volevo irritarle fissandole più del dovuto.
«Questa bambina sarà educata e cresciuta nel rispetto delle antiche leggi e tradizioni, sarà una tua protetta e nessuno dovrà conoscere la sua vera natura finché questa non si manifesterà da sola. È una Furia, nostra figlia e sorella, si unirà al suo consorte un giorno, per portare la vita tra la tua gente, la sua forza sarà senza eguali e la sua bellezza abbaglierà tutti voi»
Non mi importava niente di quanto fosse stata bella e importante. Crescere un neonato? E con i miei fratelli poi? Va bene, Gabriel non aveva mai commesso un crimine così mostruoso, ma più che crescerla l’avrebbe usata come spuntino al primo incontro troppo ravvicinato.
Meglio trovare qualche motivazione seria da sottoporgli se non volevo morire comunque dopo aver lasciato che la bambina facesse da stuzzichino al mio fratello più strano.
«Come farò a nascondere la sua natura quando vorrà vendicare tutte le ingiustizie che vede intorno a lei? Se è una Furia niente potrà fermarla, nemmeno io» chiesi fingendomi perplesso. Quale miglior modo di addolcirle dell’adulazione?
«Faremo in modo che la sua anima di Furia sia dormiente dentro di lei, si sveglierà solo quando sarà pronta ad affrontare il cambiamento. L’unione col suo consorte segnerà l’inizio di una nuova era tra le nostre razze, troppo a lungo dilaniatesi tra di loro: gli dei e i figli di Lilith prospereranno insieme e saranno guidati dalla giustizia, non più dalla sete di potere. Noi vi regaliamo la vita per fermare la distruzione e la morte che portate dentro di voi.»
Fermare distruzione e morte? Perché mai avremmo dovuto? Ero sicuro ci fosse qualcosa sotto, stavano tramando qualcosa, ne ero certo.
Così dicendo si avvicinò e tese un fagottino verso di me, afferrai gli strati di tessuto candido tenendolo a debita distanza da me, come se potesse infettarmi in qualche modo.
La prima cosa che notai fu che era piccolissima, allungai una mano per scostare le pieghe e rimasi incantato, una testolina minuscola, perfettamente rotonda e incorniciata da fitti capelli neri, spuntava tra il tessuto candido, le labbra aperte, rosse come il sangue, la pelle bianca e perfetta, gli occhi chiusi che tremarono a contatto con la luce improvvisa. Era bellissima e per un istante fui rapito.
Guardarla mi fece davvero uno strano effetto. Erano secoli ormai che non provavo sensazioni come quella, le emozioni come gioia, felicità, amore, compassioni, erano sbiadite sempre più nel tempo, fino a restare solo un mero ricordo ed essere sostituite da altre quali onore, orgoglio, rispetto, emozioni che erano mie compagne da secoli. Alcuni avevano la fortuna, o sfortuna secondo i punti di vista, di conservare un pizzico di umanità anche dopo la trasformazione, ne era prova il mio fratello più giovane che, nonostante fosse un vampiro vecchio quanto me, non aveva mai perso il suo entusiasmo per la vita, alcuni lo definivano garbato o addirittura nobile, ma tutti sapevano che all’occorrenza poteva diventare spietato quanto gli altri.
Io dei tre ero sempre stato il più saggio e previdente, sempre controllato, ma davanti a quella creatura sentii qualcosa smuoversi nel mio petto.
Spalancai gli occhi. Che stava succedendo?
«È la sua anima quella che senti, vampiro. Lei riesce a farvi sentire di nuovo. Può tirare fuori il meglio di voi, o il peggio. A voi la scelta.»
Sentire di nuovo?
Ma una domanda che mi ronzava nella testa mi spinse ad aprire bocca, senza staccare gli occhi da quel viso angelico.
«Il suo consorte?» chiesi mentre inspiravo a pieni polmoni l’odore singolare della neonata. Sentivo il sangue scorrere veloce nelle sue vene, il cuore pulsare regolarmente, ma stranamente, tutto quello non istigava la mia sete.
«Tu e i tuoi fratelli sarete la sua forza nel fisico e nel cuore, ma solo uno di voi sarà il suo predestinato, colui che non ha più speranza…»
Alzai gli occhi di scatto e li puntai su Megera.
«Gabriel.» sussurrai.
«Lei si chiamerà Deva. Non deluderci figlio di Lilith.»
E sparirono lasciandomi con la creatura più bella che avessi mai visto.

Capitolo 2

Non riuscivo a crederci, me ne stavo lì, in piedi, immobile nel mio atrio con quella piccola tra le braccia.
Quando ero umano avevo desiderato avere dei figli, e durante i primi anni passati dalla trasformazione, più di una volta avevo rimpianto la sciagura dei vampiri di non poterne avere, ma poi quei sentimenti erano svaniti, le emozioni si erano estinte, il nostro unico piacere era uccidere, placare la nostra sete e fare sesso.
Per un attimo mi lasciai andare, godendomi le sensazioni che mi dava quella creatura. Chiusi gli occhi e assaporai nuovamente l’ansia, mista a preoccupazione e irritazione. Guardai di nuovo la bambina che avevo tra le mani, era così piccola che sarei riuscito a tenerla con una sola mano, volendo, ma avevo paura di farla cadere.
Paura? Avevo davvero paura di far del male alla piccola?
Piccola! Dio santo, mi ero completamente fritto il cervello?
Ringhiai piano verso quel faccino dormiente quasi fosse colpa sua se stavo diventando un vampiro da strapazzo, ma lei non fece una piega. Continuò a dormire beata, come se si trovasse nell’ambiente più accogliente del mondo.
Certo, tra le mani di un vampiro… Quale posto più indicato per un esserino che aveva il sangue più dolce di tutti? Eppure anche in quel momento, pensando a quanto doveva essere dolce il suo sangue, la smania di sete non mi aveva nemmeno sfiorato.
A quanto pare le tre leggende avevano studiato la cosa nei dettagli.
Bene, le Furie avevano espresso la loro volontà, nessuno era nella posizione di opporsi loro, perciò meglio non rimuginare oltre e mettersi all’opera.
Prima di tutto dovevo contattare i miei fratelli, Raffaele sarebbe arrivato nel giro di mezz’ora e, se avevo fortuna, Gabriel era ancora in città.
Fortunatamente andando via avevano portato con sé anche l’orrida creatura che avevo affrontato, ma i resti del corpo che avevo strappato erano ancora lì.
Mi diressi verso la mia camera a grandi passi, entrai senza preoccuparmi di chiudere la porta a chiave, ero solo, i domestici sarebbero arrivati solo dopo due giorni, perciò per prima cosa afferrai il cellulare con la mano libera e mandai un sms a entrambi i componenti della mia famiglia.
“Da me. Subito.”
Lasciai il cellulare sul mobile accanto alla porta e mi guardai intorno.
I neonati di solito avevano tutto un mobilio e un guardaroba della loro misura, riportai alla mente l’immagine di una camera per lattanti, probabilmente vecchia di secoli, ma non credevo le cose fossero cambiate molto. O almeno lo speravo. Mi serviva un giaciglio prima di tutto.
Ovviamente non c’era nulla che fosse adatto a fare da culla alla neonata, così spostai le coperte e la adagiai al centro del letto, ricoprendola con quelle, la guardai per accertarmi che non si svegliasse e proprio in quel momento sentii il rumore della vibrazione avvisarmi dell’arrivo di un sms.
“Ok”
Ovviamente aveva risposto solo Raffaele, Gabriel non si sarebbe mai preoccupato di farmi sapere se stava arrivando o meno. Probabilmente mi stava mandando al diavolo proprio in quel momento visto che lo avevo disturbato appena sveglio.
Sette minuti dopo sentii una macchina entrare in garage. Nel frattempo mi ero dato una ripulita e le ferite erano già completamente guarite.
Mi avviai verso al porta per andare incontro al più giovane dei miei fratelli lanciando un’ultima occhiata alla creatura che dormiva beata al centro del mio letto.
Quando apparsi in cima alle scale, Raffaele guardò subito nella mia direzione, fissandomi con i suoi occhi scuri. Era l’unico di noi ad aver ereditato i capelli di nostro padre, le ciocche bionde si arricciavano intorno alle orecchie e gli ricadevano leggere sulla fronte, conferendogli quell’aria giovanile e allegra tipica del suo carattere, era il più giovane e il più gentile da umano, sempre pronto a sdrammatizzare quando i battibecchi tra me e Gabriel si facevano più accesi.
«Salve fratello» lo salutai mentre lui si guardava intorno confuso.
«Ma che diavolo è successo qui?»
Sentimmo entrambi il rombo di una moto avvicinarsi. Però! Ero convinto mi avrebbe fatto aspettare molto di più e invece il figliol prodigo era già arrivato.
«Sbrigati Gabriel, Michele ha qualcosa da spiegarci.» disse Raffaele appena il rumore del motore della sua Ducati si spense.
Man mano che i passi si avvicinavano vidi stagliarsi la sua figura alla luce della sera. Gabriel era il più problematico di noi tre, era sempre stato quello più taciturno da bambino e crescendo era diventato sempre più introverso, fino a diventare impenetrabile e oscuro dopo la trasformazione. Se Raffaele era la dimostrazione che anche i vampiri potevano conservare un minimo di umanità, Gabriel era la sua controprova. Ad essere sincero non ero del tutto sicuro che ne avesse mai avuta, ma nel suo caso, diventare vampiro aveva peggiorato le cose. Aveva una mente sveglia e calcolatrice, vedeva sempre il lato cattivo delle persone, era restio con tutti e non si fidava mai di nessuno, a volte credevo avesse dei dubbi perfino su di me, ma in fondo era leale e pronto a buttarsi nel fuoco per noi, o almeno credevo… a lui piaceva l’aura minacciosa che sapeva di emanare, così non faceva nulla per nasconderla, anzi, per sottolinearla portava sempre i lunghi capelli corvini, come i miei, davanti al viso, la camicia nera nascondeva i molti tatuaggi che segnavano il suo corpo; era una mappa, diceva sempre, per cosa però non lo aveva mai detto.
A lui erano toccati gli occhi di nostro nonno paterno, di un celeste così chiaro da sembrare bianco a volte, e in quel momento puntavano proprio verso di noi. Si avvicinò senza proferire parola, così iniziai.
«Entrate, devo parlarvi»
Eravamo tutti e tre molto alti, dei tre era Raffaele il più basso, col suo metro e ottantasei, ben otto centimetri meno di me e Gabriel, il che gli aveva conferito il soprannome di nanerottolo, che lo perseguitava tuttora.
«Siamo in guerra con qualcuno?»
La voce cavernosa di Gabriel mi riscosse dai miei pensieri.
«Nessuna guerra, ma ho ricevuto una visita poco fa. Voglio che mi ascoltiate senza interrompermi, vi dirò tutto fino alla fine»
Entrambi mi guardarono seri, in attesa, Raffaele mi fece cenno col capo di continuare, mentre Gabriel corrugò la fronte sospettoso ispirando di scatto.
«Sembra che tu abbia combattuto con il demonio.» disse Raffaele con un ghigno.
«E lo era. Ho lottato con un Servente delle Furie.»
«Un Servente? » chiese Raffaele titubante.
Dalle loro facce trapelava perplessità e curiosità, tutti conoscevano la reputazione delle Furie, e non riuscivano a spiegarsi come mai fossi ancora vivo. Quando qualcuno faceva incazzare così tanto le Furie da indurle non solo a fargli visita, ma a scomodare uno dei loro cucciolotti, non sopravviveva mai per raccontare la cosa. Così continuai la storia fino alla fine.
«E dov’è questa bambina?» chiese Raffaele aggrottando la fronte. Ovviamente credeva alla storia, ma l’idea di crescere un neonato gli era estranea quanto a me.
Rientrai in camera e rimasi in piedi davanti al letto, in modo da bloccargli la visuale sulla nostra piccola ospite.
Mi scostai e indicai il letto, entrambi fissarono il posto dove si intravedeva solo una coperta spiegazzata, mi avvicinai e scostai il tessuto per rivelare la bambina avvolta ancora in quel telo bianco.
Rimasero tutti senza fiato.
Stavano provando anche loro quello che avevo provato io poco prima. Entrambi incrociarono il mio sguardo, sapevo esattamente cosa stava facendo la bambina. Li stava come… risvegliando. Gli avevo detto che la sua solo vicinanza aveva provocato delle sensazioni strane dentro di me, ma provarle in prima persona era molto diverso.
Nonostante avessi avvertito in prima persona che il sangue della creatura non risvegliava la mia sete, tenni comunque gli occhi puntati su Gabriel. Lo vidi ingoiare a vuoto, ma il suo volto rimase immobile, senza lasciar trapelare nulla, come suo solito.
Com’era quel detto? Prevenire è meglio che curare.
«Ma è piccolissima… come faremo a occuparci di lei?» dalla voce di Raffaele percepivo che era perplesso quanto me.
«Non ne ho idea, ma le Furie sono state chiare su questo punto, dovremo essere noi tre a crescerla e proteggerla.»
Mentre parlavo, lui allungò una mano per scostare il tessuto dalla piccola e, come me, ne rimase incantato. Alla vista di quel visino angelico anche Gabriel aprì la bocca ed inspirò di colpo, come se avesse visto qualcosa di stupendo, oppure di terrificante.
Nel raccontare la storia avevo omesso un piccolo dettaglio, perché non ero ancora sicuro di doverlo rivelare e cambiare le loro sorti così presto: non avevo detto ai miei fratelli che il consorte predestinato della bambina era proprio Gabriel, perciò lo osservai attentamente mentre fissava la neonata che dormiva beata nel mio letto.
«Come faremo a nascondere una bambina nel nostro mondo? Sai che qui vengono spesso i membri della nostre stirpe, non potremo nasconderla per sempre.» mi chiese all’improvviso Gabriel.
«Questo dobbiamo deciderlo insieme, troveremo una storia che regga, le Furie mi hanno chiesto di crescerla nel rispetto della tradizione e delle leggi, quindi non la terremo nascosta, dovremo solo mettere in piedi una storia credibile.»
«E quale storia potrebbe spiegare il fatto che tre vampiri crescano una bambina che sembrerà a tutti umana? Anzi, quale storia potrebbe spiegare il fatto che noi tre cresciamo un’altra creatura?» Continuò lui scettico senza staccare gli occhi dalla piccola.
Ringhiai a quella domanda. Cosa credeva? Che io fossi contento?
«Credi che a me piaccia? Non mi hanno dato molta scelta quando si sono presentate qui con il loro cucciolotto!»
«Potremmo dire che è figlia di un nostro nemico e che l’abbiamo presa per assicurarci la sua eterna collaborazione.» propose Raffaele.
«No, la tratterebbero tutti come se fosse inferiore, dobbiamo crescerla come se fosse nostra figlia in modo che la nostra gente le porti il rispetto che merita. Le Furie mi prenderebbero a calci fino alla fine dei miei giorni se sapessero che l’ho fatta passare per la figlia di un traditore umano».
«Se dicessimo che è una discendente della nostra famiglia? E che tu aspetti solo che cresca per poterla trasformare e farla entrare nella tua discendenza?»
Propose Raffaele, ma dovetti bocciare la sua proposta perché quando si sarebbe unita a Gabriel, sarebbe passato come incesto, quindi mi affrettai a ribattere.
«Non deve essere nostra parente, altrimenti quando arriverà il momento e si trasformerà in una Furia diranno che lo abbiamo fatto per portare questa creatura dalla nostra parte all’interno della famiglia.»
«Hai ragione, scoppierebbe un pandemonio con le altre famiglie. L’unica cosa che possiamo fare ora è allontanarci per un po’ e aspettare che ci venga un’idea migliore, non possiamo restare qui con lei, è troppo rischioso».
Pensai alle Furie, a come erano apparse, al loro senso di protezione verso la bambina, cosa avrei potuto fare per non deluderle? Erano delle dee e di conseguenza lo era anche Deva, doveva essere trattata come tale.
«Non c’è bisogno di creare nessuna storia. Le Furie l’hanno consegnata a te. Solo sentirle nominare stroncherà tutte le proteste.»
Sentenziò Gabriel. Era vero, se avessi rivelato la storia così com’era, nessuno avrebbe osato fiatare sapendo che quello era il volere delle Furie. Eppure non volevo nascondermi dietro la loro autorità per evitare conflitti.
«Racconterò parte della faccenda solo ai capofamiglia più fidati.»
A quell’ultima parola Gabriel emise un verso sprezzante. Conoscevo la sua posizione a riguardo, non c’era nessuno di fidato tra i capofamiglia, anche io ero sempre molto cauto, ma dopo anni, avevo imparato a distinguere gli alleati dai nemici.
Perciò decisi di cercare di omettere tutta la storia se possibile. Giocare con le parole era il mio forte, lo avrei sfruttato quanto più possibile.
«E se dovessero fare troppe domande, mi basterà rinfrescargli la memoria con quello che è successo ai Pavovsky.»
Aggiunsi con un sorriso sardonico.
Centoventuno anni prima le Furie avevano sterminato tutta la dinastia polacca. Motivo? Il fratello del capofamiglia si era rifiutato di assecondarle.
«Può funzionare… dobbiamo solo mettere a punto un paio di cose. Forse sarebbe meglio allontanarsi da qui per allevarla in tranquillità, magari in qualche posto isolato. Abbiamo diverse residenze tra cui scegliere, quindi non sarà un problema, dobbiamo solo mettere al corrente le famiglie più fidate e poi partire. La villa in Canada è abbastanza isolata dalle altre famiglie. La più vicina si trova negli Stati Uniti.» Disse Raffaele.
Non mi piaceva l’idea di scappare come dei conigli, ero uno dei vampiri più potenti e influenti al mondo, ma non avevo scelta. Nessuno di noi ce l’aveva.
Annuii, sfregandomi il mento con il palmo della mano.
«Sì, potrebbe andare. Ci serviranno i domestici più capaci e fidati, Raffaele affido a te il compito di organizzare il trasferimento, io mi occuperò di parlare con gli altri.»
«E chi si occuperà di lei? Hai presente? Pannolini, cibo? Farai la mamma tutta la notte? E di giorno? Non posso crederci cazzo! Io non ho nessuna intenzione di diventare la babysitter delle Furie! Che se la crescano da sole!» disse Gabriel furioso.
Lo guardai sgranando gli occhi. Che cazzo aveva in testa?
Ma prima che potessi aprire bocca la finestra della stanza si spalancò e sentimmo un urlo agghiacciante riempire la casa.
Rimanemmo pietrificati. Io mi guardai intorno, convinto che da un momento all’altro un esercito di creature infernali piombasse su di noi e ci facesse a brandelli.
Ma fortunatamente non successe nulla e dopo quasi un minuto riprendemmo tutti a respirare. Lanciai uno sguardo alla bambina e vidi che non si era mossa per niente. Che fosse sorda anche?
«Vuoi farci uccidere idiota?» dissi tra i denti. «Se hai tutta questa smania di mettere fine alla tua esistenza, fammi il favore di non coinvolgere anche noi nella tua stupida lotta contro le Furie.»
Lui mi rivolse uno sguardo carico d’odio. Ero reduce da uno scontro con una creatura orribile, non ci avrei pensato due volte a saltargli alla gola se questo lo avrebbe fatto ragionare. Purtroppo la mente di mio fratello non era così semplice da capire, sembrava quasi aspettasse la scusa buona per scappare da quella situazione e io non gliel’avrei mai fornita. Era con le spalle al muro, lo sapeva.
«Sei preoccupato che tocchi a te cambiargli i pannolini, Gabriel?» Commentò Raffaele con un ghigno cercando di allentare la tensione.
«A quanto pare dovremmo avere a che fare tutti con pannolini e biberon, quindi il problema è anche tuo nanerottolo» rispose scontroso.
«Ho pensato anche a questo» mi intromisi «Sceglieremo una delle domestiche che se ne occupi durante il giorno all’inizio, poi potremmo abituarla ai nostri orari e quindi dormire di giorno e vivere di notte, dovrà crescere conoscendo la nostra razza quindi non sarà un problema.»
«Voi due siete avvantaggiati rispetto a me, Michele aveva otto anni quando sono nato e tu quattro, quindi avete più esperienza di bambini» ribatté Raffaele.
«Ti ricordo che noi avevamo una balia, nanerottolo, nemmeno nostra madre sapeva come calmarti quando piangevi come un ossesso.» Gabriel amava chiamarlo nanerottolo per istigarlo.
«Bé se lo fanno donne e uomini dalla notte dei tempi ci riusciremo anche noi! Siamo appena diventati papà! Dobbiamo festeggiare!» Raffaele si avvicinò a noi e ci diede una pacca sulla schiena prima di posare le braccia sulle nostre spalle, io lo guardavo stranito mentre Gabriel lo fissava infastidito.
Un gemito improvviso fermò la nostra discussione e puntammo contemporaneamente lo sguardo verso il fagottino che iniziava a muoversi lentamente.
La bambina si stava svegliando, forse aveva fame, dovevamo subito trovare qualcuno che si occupasse di lei.
«A quanto pare qualcuno vuole dire la sua qui…» Raffaele si avvicinò alla bambina, la prese tra le braccia e la guardò più da vicino, scrutandola attento. Anche Gabriel si avvicinò e per un attimo restò immobile, senza nemmeno respirare, a fissarla.
Non so se era il mio risveglio a farmi immaginare tutto, ma vidi l’esatto momento in cui la sua espressione mutò e i suoi occhi duri come il ghiaccio si sciolsero letteralmente.
«Gabriel ti occupi tu del trasferimento? Io vado nella mia stanza e ordino tutto quello che ci serve di urgente per questa piccolina. Cerco di prendere solo il necessario, così non partiremo appesantiti e aspetterò l’arrivo nella nuova casa per poter comprare il resto.» Raffaele sembrava già entrato benissimo nei panni della chioccia, così mi allontanai dirigendomi verso la porta seguito da Gabriel.
«Buona fortuna con quelle teste di cazzo.» disse con un ghigno.
Io non lo degnai nemmeno di una risposta, ma cambiai discorso, vertendo la conversazione verso un argomento che mi interessava molto di più.
«Non ti piace?»
«Non mi pare di avere tanta scelta» fu la sua secca risposta.
«Di sicuro sarà qualcosa di diverso in tutti questi anni di noia.» Ribattei con calma, sempre fissandolo per decifrare qualsiasi emozione sul suo viso, ma più che preoccupato o arrabbiato sembrava pensieroso e basta, così non mi sorpresi quando mi rispose.
«È inaspettato, dobbiamo valutare bene tutti i possibili sviluppi senza lasciare niente al caso. Se è vero che stanno arrivando dei tempi difficili, dobbiamo prendere tutte le possibili precauzioni per evitare problemi. Se partiamo tutti e tre insieme nello stesso momento, desteremo i sospetti di tutti. Di sicuro non crederanno ad un ritiro spirituale tra le montagne o qualcosa del genere.»
Lo guardai stupito, era il discorso più lungo che gli sentivo fare da… settimane, se non mesi. Gabriel che parlava di precauzioni ed evitare problemi? Ero sempre io quello responsabile che pensava a tutte le possibili ripercussioni delle nostre azioni, d’altronde quando si vive per sempre bisogna valutare molto attentamente le conseguenze, anche perché i vampiri hanno una grande memoria.
Questo poteva solo significare che Gabriel aveva sentito qualcosa, che avesse provato anche lui quelle strane emozioni e che iniziava a capire che dovevamo prendere quella storia sul serio e accettare il nostro fato, anche se nessuno di noi avrebbe potuto rifiutarsi: mi era stato ordinato dalle Furie di crescerla e alle Furie non si poteva disobbedire, ragione per cui non era passato per la testa a nessuno dei tre di tirarsi indietro.
Che fosse solo questo? Senso del dovere verso esseri superiori?
In pochi istanti quella creaturina era riuscita a fare breccia nella dura corazza del vampiro che mi camminava accanto.
Chissà, magari avevamo scoperto il suo primo potere. Rendere
degli idioti tre dei vampiri più arroganti e spietati mai esistiti.

Recensioni

  1. :

    Il testo è scorrevole e fruibile, la lettura si consuma velocemente. Il romanzo mi è piaciuto molto e confido nel seguito. – Recensione su “Peccati di Penna

  2. :

    Deva è una protagonista che mi è piaciuta veramente molto, è un’adolescente innamorata ma non stupida e questo mi ha permesso di poterla apprezzare anche nei momenti in cui si fa un po’ prendere la mano – Recensione su “Chiacchiere Letterarie”

  3. :

    “Mi è piaciuta tantissimo questa trama fuori dall’ordinario, fresca e innovativa.” – Recensione su “Toglietemi tutto ma non i miei libri”

  4. :

    “Che dire, se non che questo è uno di quei libri che ti prendono e ti portano con sè fino alla fine, senza voler smettere di leggere neanche per un attimo!”Recensione su “Italians do it Better – Book Edition”!

  5. :

    “A dir poco stupendo e magnifico diverso dai soliti libri su vampiri che girano e trovo veramente stupenda l idea delle furie…” – da Ramona Bottoli su Google Play

  6. :

    “Bellissimo libro, scrittura fluida e originale l’interazione tra vampiri e furie. Vorrei leggere al più presto il seguito.” – da Barby su Amazon

  7. :

    Da Ophelie su Amazon:
    La Marcone ha dato vita a dei personaggi molto originali e simpatici, ognuno a modo suo affascinante e porta il lettore a non stancarsi mai del romanzo con una scrittura avvincente e scorrevole.
    Oltre al lato giocoso e ironico della storia, molto sviluppata è anche la componente psicologica, visto che di certo non è facile affrontare il conflitto interiore che viene a crearsi in qualcuno che vede crescere quella che un giorno sarà la sua futura compagna.
    Curiosa di leggere il seguito, di certo per ora sono contenta di aver letto questa prima parte!

  8. :

    “Ho riso, mi sono commossa, divertita, rattristata; mi ha fatto sognare”
    –> Recensione su “Universi Incantati”

  9. :

    “Un romanzo durante il quale mi sono ritrovata a sorridere, affezionarmi, arrabbiarmi, commuovermi e addolorarmi. L’autrice riesce a rendere avvincente anche ciò che appare ormai scritto, predestinato.”
    Recensione su Leggendo Romance Blog!

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