| Estratto |
Capitolo 1
Non passava più
Solo cotone.
Il pallone attraversò il canestro e smosse la retina con un suono secco. Il rumore più bello del mondo. Un bacio a tre metri e cinque centimetri da terra.
Federico corse a recuperare la palla, uscì dall’area e ci riprovò. Voleva sentire di nuovo quel rumore, anche perché non gli era successo molte volte nel corso di quel pomeriggio.
Fece partire un tiro fiacco e sbilenco che scheggiò il ferro e si afflosciò mestamente sull’erba che circondava il campo.
Il ragazzo si piegò in avanti appoggiando le mani sulle ginocchia. Scosse la testa e prese fiato. Non stava tenendo il conto, ma era abbastanza sicuro che la sua media non fosse superiore a un paio di canestri fatti ogni venti tentativi. Un disastro.
Si rialzò e andò a recuperare il pallone. Passò sotto il tabellone e provò un altro tiro da posizione molto ravvicinata. Il ferro sputò fuori anche questo.
Per fortuna nessuno mi sta vedendo, pensò.
A dirla tutta, negli ultimi mesi era andato al campetto così raramente che non era poi una grande sorpresa che fosse fuori allenamento.
Provò un’altra decina di tiri. Segnò incredibilmente i primi tre, ma poi gli uscirono dalle mani solo mattoni e ci rinunciò.
Si andò a sedere sull’erba, stese le gambe e si massaggiò le ginocchia. La parte inferiore della schiena gli faceva male e doveva stare attento a come si sedeva. Paradossalmente, lavorare seduti per otto ore al giorno aveva reso complicato stare comodi.
Cercò di scacciare subito ogni pensiero che riguardasse l’ufficio. Era andato al campetto proprio perché voleva concentrarsi, almeno per qualche ora, su qualcosa che non fosse il lavoro, la scadenza del trenta del mese o quella faccia da culo che gli dava ordini tutto il giorno nascosto dietro un sorriso e qualche frase di circostanza.
Il bello del campetto era sempre stato quello. In mezzo a quelle linee esisti solo tu, con la palla, il canestro e, a volte, gli avversari.
Una comitiva di ragazzi varcò la recinzione e si diresse verso il cemento. Federico li aveva già visti, conosceva qualche nome, ma non aveva mai parlato con nessuno di loro. Avevano circa una decina di anni meno di lui. Quando frequentava le scuole superiori, era stato nella stessa classe del fratello maggiore di uno di loro.
Uno dei nuovi arrivati si avvicinò. Era molto alto, ma magro, quasi scheletrico. Aveva lunghi capelli castani tenuti assieme da una fascetta e indossava una maglia gialla senza maniche.
«Vuoi unirti a noi per una partita?» chiese con una voce sorprendentemente bassa e profonda. «Siamo in cinque e uno dei nostri amici è in ritardo.»
Federico ci pensò per qualche secondo. Gettò un occhio sul resto del gruppo e notò che sarebbe stato sicuramente il più basso e quasi certamente il più lento e pesante.
«Guarda, mi piacerebbe» rispose alzandosi. «Ma ho un impegno. Stavo giusto per andarmene.»
L’altro annuì e tornò dai suoi amici.
Federico uscì dalla recinzione, attraversò la strada e raggiunse il parcheggio dove aveva lasciato la sua Opel. Prima di avviare il motore, controllò lo specchietto retrovisore.
I ragazzi si erano messi a giocare due contro tre nel canestro più nuovo, quello che era stato montato qualche anno prima, dopo che un camionista si era addormentato alla guida e aveva buttato giù tutto. L’incidente che aveva dato il via alla sfida con le bestie.
Era successo sette anni prima, ma sembrava un fatto appartenente proprio a un periodo storico diverso, un’era lontana e finita.
Federico rimase a guardare la partitella in corso per qualche minuto. Lo spilungone era nella squadra da due e si capì subito perché. Era nettamente più forte degli altri, si muoveva con leggerezza, teneva la palla con una mano senza problemi e aveva una tecnica di palleggio sorprendente per uno della sua stazza.
Anche gli altri non erano male, ma lui era davvero di un altro livello. Di fatto era un tre contro uno, perché il suo compagno di squadra si limitava a passargliela all’inizio di ogni azione e a osservare cosa si inventasse.
«Forse se avessi giocato con lui…» sussurrò Federico mentre girava le chiavi per far partire la macchina.
Fece retromarcia per uscire dal parcheggio, rimase fermo un secondo per vedere la fine di una penetrazione dello spilungone, mise la prima e se ne andò verso casa.
Orlando entrò nel suo appartamento e si bloccò. C’era completo silenzio, ma il salotto era un colorato campo di battaglia. Peluche, pupazzi e cuscini erano disseminati su ogni superficie. Sembrava di essere in un negozio di giocattoli che era stato preso d’assalto da un’orda di barbari.
L’orda colpevole di quel disastro era in realtà composta solo da due individui, alti poco più di un metro e non ancora in grado di leggere e scrivere.
Orlando spostò una tigre di peluche e si gettò sul divano. Pensò che non fosse il caso di farlo con addosso ancora la maglietta sporca del lavoro, ma poi si ricordò che in quel punto era visibile da una settimana una macchia bella grossa di succo di frutta alla pera.
Chiuse gli occhi e cercò di godersi quel momento di silenzio e quiete. Era la prima volta dopo settimane che poteva udire il ronzio del frigorifero. Gli sembrò bellissimo.
Proprio quando era quasi sul punto di addormentarsi, sentì la porta di casa aprirsi. Due bambini, un maschio e una femmina, entrarono urlando e corsero ad abbracciarlo. Orlando fece un gran sospiro, ma alla fine si sollevò dal divano e ricambiò quella rumorosa dimostrazione di affetto.
Jessica chiuse la porta e gettò le chiavi dentro la ciotola di vetro sul mobiletto alla sua sinistra.
«Alex, Teresa!» disse a voce alta per farsi sentire bene. «Non abbracciate vostro padre quando è ancora vestito da lavoro, che poi mi lasciate impronte ovunque.»
Orlando si staccò dai due bambini e accarezzò i capelli a entrambi.
«Dai, andate a lavarvi le mani» disse.
I due piccoli scapparono subito in bagno senza fare storie. Orlando si avvicinò a Jessica e le diede un bacio.
«Come è andata oggi?» chiese lei mentre appendeva la borsa all’attaccapanni.
«Non passava più.»
«Altra giornata lenta?»
«Sì, poca roba.»
Alex tornò dal bagno con le mani ancora bagnate.
«Mamma, ho fame» annunciò.
Jessica lo portò in cucina e lo asciugò con uno strofinaccio.
«Abbiamo preso un gelato meno di un’ora fa e tra poco si cena» rispose. «Vai a giocare con tua sorella.»
Il bambino provò a protestare, ma il secondo rifiuto fu più duro e alla fine si arrese.
Orlando aprì il frigo e prese una bottiglia di birra. L’aprì con un accendino e bevve un sorso.
«Andiamo a mangiare dai tuoi domenica?» chiese.
Jessica prese una tazza rossa dalla credenza e gliela porse.
«Non bere in casa davanti ai bambini. Sono stufa di dirtelo.»
«Sono di là in salotto. Non mi vedono.»
«Usa la tazza e non fare storie, per piacere.»
«Ok, scusa.»
«Per domenica sì, andiamo dai miei. Va bene?»
«Sì, sì. Chiedevo giusto per organizzarmi. Dopo pranzo devo andare da mia madre, però.»
«Certo, ci mancherebbe.»
Jessica si rese conto che la coda con cui aveva legato i capelli si stava sciogliendo. Tolse l’elastico, si guardò nel riflesso del vetro del microonde e la risistemò. Orlando la osservò mentre cercava di venire a capo di quella chioma bionda e sorrise.
«Tutto ok?» chiese lei quasi insospettita.
«Sì, sì, tranquilla. Vado a farmi una doccia.»
Il ragazzo finì di bere la sua tazza di birra e se ne andò in bagno.
Sentì suonare il cellulare, si tastò le tasche, ma non trovò nulla. Dopo qualche secondo, sentì di nuovo la voce di Jessica.
«Ehi, ciao! Come va?»
Uscì dal bagno e la vide arrivare col suo telefono all’orecchio.
«Chi è?» domandò.
«Ah, bene» disse lei, ancora rivolta alla persona dall’altra parte della chiamata. «Sì, è qua. Te lo passo.»
«Chi è?»
«Tua sorella.»
Orlando alzò gli occhi al cielo e prese il cellulare.
«Ciao, come stai?» chiese subito.
«Ciao», rispose Maria senza troppo entusiasmo. «Tutto ok. Lì come va?»
«Tutto come al solito.»
«Ti chiamavo per dirti che tra qualche giorno torno a casa.»
«Ah, ok. Per quanto?»
«Non lo so. Probabilmente qualche settimana. Devo studiare per un esame e forse è meglio se lo faccio lì.»
«Come vuoi.»
«Mamma come sta?»
«Un po’ meglio.»
«Non ci sono problemi se sto da lei, giusto?»
«Basta che tu le dia una mano.»
«Ovvio. I bambini stanno bene?»
«Sì, tutto ok.»
«Bene. Ti chiamo quando parto da Bologna.»
«Va bene. A presto.»
«A presto.»
Orlando chiuse la telefonata, andò in camera da letto per posare il cellulare sul comodino e tornò verso il bagno.
«Che ti ha detto?» gli domandò Jessica prima che potesse infilarsi sotto la doccia.
«Torna qua per qualche settimana» gli rispose l’altro togliendosi la maglietta.
«Ancora con la storia che viene qua a studiare perché è più tranquillo?»
«Già.»
Jessica sorrise e scosse la testa.
«Beh, invitala pure a cena qualche sera, che almeno i bambini si divertono con lei.»
Lo spiazzo davanti al palco era ancora pieno di persone, ma in molti se ne erano già andati. Aveva iniziato a tirare un po’ di vento e non tutti volevano correre il rischio di tornare a casa sotto la pioggia.
Alberto finì la sua ultima canzone, si mise una mano sul cuore e ringraziò tutti quelli che erano rimasti.
Spense l’amplificatore, staccò il cavo della chitarra e scese dal palco mentre altri due ragazzi salivano per smontare il resto dell’attrezzatura.
«Speravo ci fosse più gente» gli disse subito Pippo, il suo tour manager, agente e factotum, mentre cercava di raggiungere il prefabbricato bianco che gli avevano dato come camerino.
«Con questo tempo, è andata più che bene» rispose Alberto.
Pippo si accarezzò il pizzetto e fece una smorfia.
«Sì, ma non è stato esattamente un gran finale.»
«Gran finale? Non abbiamo altre due date vicino Mantova tra un paio di giorni?»
«Non più. Hanno chiamato qualche ora fa. Ci sono stati dei problemi e hanno cancellato tutto.»
Alberto sbuffò e scosse la testa.
«Non possono farlo con così poco preavviso.»
«Di questo non ti devi preoccupare. Ci penso io» rispose Pippo. «Prendila come una vacanza anticipata.»
«Ok, va bene.»
«Io e gli altri andiamo a bere qualcosa. Vuoi venire?»
«No, grazie. Sono un po’ stanco. Mi sa che vado direttamente in albergo.»
«Come vuoi. A domani, allora.»
«A domani, notte.»
Alberto entrò nel prefabbricato, ripose la chitarra nella custodia e si stese su un piccolo divano verde. Dopo un paio di minuti, sentì bussare e andò ad aprire.
Giorgia indossava un vestito giallo a fiori, un bomber nero e un paio di Converse viola. Aveva un anello al naso, i capelli rosa raccolti in uno chignon, la bocca rotonda e carnosa e le guance arrossate.
«Pippo mi ha detto che non vuoi venire. È tutto ok?» chiese subito.
Alberto annuì.
«Sono solo un po’ stanco, non preoccuparti.»
«Sicuro che non c’è altro? Sei stato silenzioso tutto il giorno.»
«Voglio solo stare un po’ da solo.»
«Non riguarda me, vero?»
Alberto prese Giorgia per un fianco e le diede un bacio.
«Smettila di essere paranoica. Vai a divertirti con gli altri. Ci vediamo più tardi in albergo, ok?»
La ragazza gli accarezzò il petto e ricambiò il bacio.
«Va bene. A dopo.»
Alberto la osservò allontanarsi, richiuse la porta e tornò sul divano. Allungò una mano verso il tavolino alla sua destra, prese il cellulare e controllò se qualcuno avesse provato a contattarlo mentre suonava. Trovò solo messaggi di complimenti per il concerto e alcune richieste di interviste che per qualche motivo non erano passate attraverso Pippo.
Ignorò tutto, si alzò e aprì una bottiglietta d’acqua che aveva trovato in un piccolo frigorifero. Continuò a guardare il telefono mentre beveva. Scorse un sacco di notizie di calcio fino a quando non arrivò a ciò che gli interessava. Cercava la conferma di una cosa di cui si era ricordato prima del concerto: i playoff della Scaligera Basket sarebbero iniziati la settimana successiva.
Con la cancellazione delle ultime due date si era trovato con molto più tempo libero di quanto si aspettasse.
Forse dovrei tornare a casa, pensò mentre si scolava l’ultimo sorso d’acqua. Schiacciò la bottiglietta con entrambe le mani, riavvitò il tappo e si guardò intorno per cercare il cestino. Era in un angolo, a circa tre metri di distanza. Prese la mira e lanciò la bottiglietta con una mano, spezzando il polso come se fosse un tiro libero.
Muro e canestro.
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