| Estratto |
1.
Appena scesi dall’aereo, ci eravamo sentiti persi. June strinse la mia mano con forza, ed io glielo lasciai fare. Al controllo passaporti ci divisero, le donne da una parte, gli uomini dall’altra. Cupi uomini col basco e le armi cariche restavano in attesa di qualcosa agli angoli della sala male illuminata. Quando venne il mio turno, una donna che sembrava appesantita da quella sera, come se gravasse solo sulla sua testa, mi chiese in inglese cos’ero venuto a fare lì.
«Visito degli amici.»
Lei non sembrò contenta della mia risposta. Mi sentii in obbligo di aggiungere: «Si sposano».
Neanche questo riuscì a convincerla. Rinunciai.
Alla fine timbrò controvoglia il mio passaporto e mi lasciò andare. Sfilai davanti agli uomini neri col basco e andai verso June che mi aspettava.
«Andiamo fuori» disse lei.
Ci dirigemmo verso l’uscita con i nostri bagagli. Era un lungo corridoio in penombra, protetto dall’aria condizionata.
Appena fuori, fummo più persi che mai.
Non so se fu prima il caldo afoso, irrespirabile, a colpirci, o quelle facce che si confondevano nella notte rischiarata da fari simili a proiettori puntati sulle mura di una prigione. C’erano famigliari in attesa, venditori di qualunque cosa, tassisti che ti strattonavano, gente che si accalcava e della quale non si riusciva a indovinare il perché si trovassero lì. Noi una scusa ce l’avevamo, ma era come in quel momento l’avessimo dimenticata.
Poi li vedemmo. Due ragazzi che conoscevamo da Sydney.
«Daya e Ravi non sono potuti venire. Seguiteci». Tagliammo in due quel mare di facce sudate con le nostre valigie. Entrammo in un parcheggio buio e ci fermammo davanti ad una macchina grigia, elegante. Uno dei due disse qualcosa in hindi all’autista, poi si girò verso di noi.
«Quest’uomo vi porterà al vostro albergo. È già tutto pagato, ma dategli una mancia quando arrivate».
Chiuse la portiera e prima che ce ne rendessimo conto, ci trovammo nel traffico di Mumbai.
L’autista non disse una parola.
Uscimmo dal parcheggio e ci allontanammo dall’aeroporto. Da quello che vedevamo dai finestrini, si trattava di una strada a scorrimento veloce – reso impossibile dal traffico di quell’ora. Sembrava che ogni auto fosse non più distante di un paio di centimetri dall’altra. Nonostante questo, il nostro autista correva. Schivava macchine all’ultimo secondo, controsterzava violentemente, frenava e ripartiva nervosamente. June mi strinse di più la mano e realizzai che eravamo io e lei, soli, persi in quella notte indiana.
Fuori comparvero cartelloni pubblicitari, e sotto il cavalcavia un fiume di gente che si riversava sulle stradine e che, come le auto in strada, non lasciava nemmeno un centimetro di spazio. Palazzi si alternavano a baracche, manifesti patinati su auto lussuose e film di ultima uscita che brillavano sopra negozi non più larghi di un metro di cui potevi solo indovinare la mercanzia. Luci pallide illuminavano a malapena una folla oscura, coi volti che si perdevano a migliaia.
Ci sentimmo completamente sopraffatti.
Il fatto che il nostro autista guidasse in quel modo verso una meta che non conoscevamo, e che parlasse una lingua a noi incomprensibile, ci faceva sentire come se fossimo stati sputati a razzo in una dimensione parallela della quale non avevamo mai nemmeno sospettato l’esistenza. La luce e lo squallore, e migliaia di facce che ci venivano incontro. Era troppo. June stava quasi stritolando la mia mano, ed io la lasciai fare.
Era la fine del 2012.
Pensavamo che il nostro autista fosse pazzo, finché ci rendemmo conto che anche tutti gli altri guidavano come lui. Lottavamo per ogni centimetro, accelerando ovunque fosse possibile.
Prima che ce ne potessimo accorgere, avevamo imboccato una strada laterale e l’autista ci stava facendo cenno di scendere.
Nel mettere il piede per terra, sentii un’ondata di gratitudine che mi invadeva, insieme all’afa irrespirabile della sera indiana.
«Grazie» disse June. L’autista – con l’espressione spenta e sperduta allo stesso tempo, come se l’avessero preso da un lavoro che odiava e l’avessero assegnato all’ultimo secondo a un altro ugualmente detestabile – annuì un paio di volte, senza cambiare mai espressione. Io feci come mi avevano detto, mi avvicinai e gli lasciai in mano qualche rupia. Non capendone ancora il valore, gli lasciai una cifra ridicola, ma lo stesso il volto dell’uomo si illuminò per un istante prima di risalire in macchina e fare una retromarcia polverosa nella notte.
Un uomo con una giubba rossa – che individuammo come il portiere dell’albergo – ci tenne la porta aperta. Dopo quella corsa a perdifiato, trovammo quasi confortante la stanza, uguale a centinaia e migliaia di altre stanze d’albergo nelle quali eravamo stati.
«Oddio» sospirò June, togliendosi le scarpe e mettendole sotto la scrivania.
Andai verso la finestra. Il rumore dei clacson arrivava fin lì, al sesto piano.
«Che pensi?» mi chiese.
«Non mi aspettavo niente di quello che ho visto»
«Io non sono nemmeno sicura di averlo visto» Sentimmo bussare. Ci guardammo un attimo, poi June andò ad aprire. Daya e Ravi entrarono nella stanza abbracciandoci.
«Avete fatto un buon viaggio?» chiese Ravi, posando sul letto una confezione di bottigliette d’acqua.
«Fino a Singapore è stato un inferno» dissi. «Il secondo molto meglio»
«Quelle per cosa sono?» chiese June indicando le bottigliette.
«Oh, sapete, qui è meglio non bere l’acqua del rubinetto. E i genitori di Daya ci tenevano perché ve le portassimo. Ne hanno preparato una confezione per tutti gli altri invitati che stanno in questo hotel» disse Ravi.
Daya e June cominciarono a parlare. Ravi mi fece segno di seguirlo.
«Andiamo a farci un goccio prima della cena con la famiglia, amico mio»
Lo seguii giù fino alla hall e poi per le strade. Ravi camminava e parlava. Io cercavo di stargli dietro, e allo stesso tempo stavo attento a dove mettevo i piedi. I rickshaw, veicoli a tre ruote che fungevano da taxi, erano ovunque e correvano a velocità folli. Non era semplice restare fuori dalla loro traiettoria.
Ravi mi condusse fuori dalle stradine, in un viale più grande. Passammo davanti a un negozio Zara, aperto da poco, con vetrine tirate a lucido e insegna scintillante. Davanti al negozio, sul marciapiede crepato come se ci fosse da poco stato un tremendo terremoto, decine di bambini erano seduti o sdraiati per terra, così sporchi da confondersi con la notte. Un cane dal pelo grigio stava leccando la pancia di uno dei bambini. Tesero la loro mano verso di noi. Ravi, con un gesto rapidissimo, fece comparire una banconota, gliela tese, disse qualcosa di sbrigativo in hindi e proseguimmo.
Continuò per tutto il tempo a parlarmi dei preparativi per il matrimonio.
«Mattia, amico, quella mi sta facendo uscire di testa. Non vedo l’ora che arrivi il giorno del matrimonio, così possiamo mettercelo alle spalle e non pensarci più». Tirò fuori le sigarette e ne accese una, e ne diede una anche a me. Avevo smesso da anni ma pensai, perdio, quando mi ricapita di farmi una Marlboro a Mumbai?
Continuammo a camminare nella sera, con i clacson che a tratti coprivano le nostre parole. Arrivammo a un locale non più grande di una stanza, già stipato di gente. Dentro, le luci erano basse e la musica parecchio alta. Era la riproduzione di un pub americano, con tanto di cartelli della Route 66 alle pareti e poster di Elvis. Dalle casse fuorusciva un rock anni ’70. Avevo sperato in qualcosa di più caratteristico per la mia prima serata lì, ma quando Ravi mi mise davanti il Jack con ghiaccio, smisi di pensarci.
«Al mio best man» disse lui.
«Allo sposo dell’anno» dissi io. Unimmo i bicchieri e buttammo giù una bella sorsata. L’idea stessa di un best man italiano per un matrimonio indiano faceva un po’ sorridere. Pensavo che forse me l’avesse chiesto per non creare malumori tra gli altri amici di Mumbai. Io ero l’amico per l’Australia, l’altro best man, Pujo, quello per l’India.
«Cazzo amico,» dissi all’improvviso, «ma qui c’è del ghiaccio!»
«Beh, è Jack on the rocks… cosa c’è che non va?»
«Ghiaccio, acqua… amico!»
Ravi diede una sorsata, soppesando le mie parole.
«Ancora credi a quelle stronzate delle guide turistiche?»
«Perché, non è vero che l’acqua qui non va bevuta?»
«Verissimo» disse lui. «Altra sigaretta?»
Mi porse la Marlboro. Feci un tiro, buttai giù un sorso di Jack – pregando che Ravi avesse ragione. Mi guardai intorno.
L’India prometteva bene.
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