Articolo a cura di Giuseppe Bonan, autore di “Il Diario di Zenda”

Eccomi a parlare di un testo, edito da Del Vecchio editore, che è stato finalista all’ultimo Premio Calvino: “Perché non sono un sasso” di Gianni Agostinelli.

La scrittura è esemplare, per niente ha raggiunto il risultato appena citato. Il protagonista si racconta, facendo denotare una insofferenza che tra l’altro si riflette nel prossimo, attraverso l’osservazione di storie di individui anonimi (o dai coloriti pseudonimi) che si raccontano con i propri spostamenti.

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L’amore appare come in sordina, delineato da episodi che sembrano volti a essere dimenticati. Il tentativo di inserirsi nel sistema apparentemente equilibrato ma inesorabilmente omologato del mondo del lavoro è affrontato con rassegnazione. Disarmanti parossismi lasciano trasparire un disagio solo accennato in quanto camuffato da un’innocente curiosità.

Il comportamento del protagonista potrebbe far pensare a delle manie, facendolo giungere a interessarsi del prossimo pur mantenendo da esso una distanza di sicurezza, non sempre rispettata però, fino a fargli sostenere situazioni limite o al limite dell’inverosimile. Eppure il nostro potrebbe apparire come un personaggio simpaticamente disturbato, che si presta a manipolazioni sommarie. Sta al lettore cogliere insegnamenti (sulla vita, sulla routine di ogni giorno, sulle nostre manie travestite da abitudini), o piuttosto spunti di riflessione tra le righe. Ed è proprio tra le righe che Gianni Agostinelli è ironico quanto basta, facendo rendere conto al protagonista della tragicità di una società alienata tanto da passare il sabato pomeriggio lavando l’auto. Quindi il nostro grida l’enorme “tragedia” con coraggio e piuttosto con esagerazione, preda dell’esasperazione esposta dall’altro personaggio cruciale a lui caro nella non-vicenda narrata.

È tramite l’osservazione della vita che subentra una non proprio invidia verso la pianificazione della quotidianità altrui, ma forse la consapevolezza del bisogno che abbiamo gli uni degli altri. L’osservare e l’essere guardati, seguiti, vanno di pari passo nella storia esposta, pure se a volte l’imprevedibilità di alcuni comportamenti lascia lo spettatore a bocca aperta, spiazzato.

Mi si permetta una nota scaturita dall’aver assistito alla presentazione del testo in questione (nella quale l’autore ne ha letto un paio di brani) al Salone del Libro di Torino, dopo la quale una signora ha detto “Era da tanto tempo che non ridevo così!”.

Giuseppe Bonan