Ci sono romanzi scorrevoli, accattivanti, che si possono divorare in un pomeriggio di pioggia, e romanzi che ti restano addosso perché aprono domande, incrinano certezze, ti costringono a guardare il mondo con occhi diversi. Indaco inizia con la naturalezza di una storia estiva, ma già dalle prime pagine lascia intuire un’ambizione più profonda, che cresce in modo graduale e inesorabile.

La protagonista è Gemma, tredicenne che vive a Cuna Ondosa, un paese costiero sospeso tra il mare e i boschi. È un luogo in cui la natura non fa da sfondo, ma da presenza viva, pulsante. Gemma sembra una ragazza come tante solo in apparenza: vede creature luminose che nessun altro nota, percepisce il mondo con una sensibilità fuori scala e sente, nel corpo prima ancora che nella mente, che qualcosa sta cambiando — dentro e intorno a lei.

Il mondo porta le cicatrici di un evento recente e ancora poco chiaro: un Virus che ha decimato l’umanità e cancellato parti della memoria collettiva. Non è solo una catastrofe biologica: erode ricordi, legami, parole. È una perdita silenziosa che suggerisce che la vera minaccia non sia la morte, ma ciò che svanisce. Le città dell’entroterra sono scomparse, il passato è frammentario, e l’oceano sembra l’unico baluardo contro l’estinzione. Su questo terreno instabile Gemma cresce, insieme ai suoi amici, in un equilibrio che appare destinato a incrinarsi.

Uno degli aspetti più riusciti di Indaco è la sua progressione tonale. L’inizio ha atmosfere luminose: l’amicizia, l’estate, i piccoli rituali quotidiani. Ma pagina dopo pagina qualcosa si incrina. La bellezza primordiale dei paesaggi convive con una tensione sotterranea, come se la realtà stessa fosse sul punto di mutare forma. Le rivelazioni arrivano con gradualità, e con esse il tono si oscura: emergono scene disturbanti, tensioni psicologiche sempre più marcate, fino a sfiorare territori più cupi, quasi da thriller. Il passaggio è calibrato e accompagna il lettore in una discesa progressiva verso un altrove che non ha nulla di convenzionale.

La scrittura dell’autrice è fortemente sensoriale, capace di rendere fisica ogni esperienza: il vento salmastro sulla pelle, il respiro del bosco di notte, il battito accelerato di un cuore che avverte un pericolo senza saperlo nominare. È attraverso le sensazioni, più che attraverso le spiegazioni, che si comprende che qualcosa di profondo sta prendendo forma.

Merita una menzione particolare la costruzione del mondo narrativo: originale, non derivativa, attenta ai dettagli. Ogni elemento — dal funzionamento della società post-virus ai gesti quotidiani — contribuisce a rendere l’ambientazione credibile e viva. Non si ha mai l’impressione di trovarsi di fronte a un mondo “di maniera”.

Accanto a Gemma si muove un cast di personaggi credibili e affascinanti. Tra questi spicca il padre Fabrizio, amorevole e bellissimo, ma che nasconde un tormento inspiegabile. Personalmente ho adorato Zeno, enigmatico e magnetico, fatto di contraddizioni che non si risolvono. “Mistero” è una delle parole chiave di Indaco: ciò che viene mostrato è solo la superficie, e la matassa del non detto è consistente e gestita con grande controllo.

In superficie Indaco è una storia di crescita, ma sotto si muovono temi più ampi: il rapporto tra umanità e natura, la memoria come fondamento dell’identità, il cambiamento come legge inevitabile, la fragilità dei confini tra noto e ignoto. Non offre risposte, ma apre spazi. Seduce con l’atmosfera e cattura con la promessa di una rivelazione che cresce pagina dopo pagina, lasciando addosso la sensazione di aver messo piede in un mondo familiare eppure profondamente altro.

Un libro per chi non ha paura di perdersi un po’ prima di ritrovarsi diverso.

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