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“La vita è un tiro da tre punti” – Marco Dolcinelli

Prodotti “La vita è un tiro da tre punti” – Marco Dolcinelli

“La vita è un tiro da tre punti” – Marco Dolcinelli

3.99

“Il campetto era il suo rifugio. Quando aveva bisogno di isolarsi, di pensare, di riflettere, prendeva e andava a fare due tiri. Non c’era niente che lo rilassasse più del rumore della palla che rimbalzava sul cemento.”

Formato: Ebook (Epub, Mobi e PDF) e Cartaceo su Amazon

Pagine: 250

Genere: Narrativa Contemporanea, Young Adult

Profilo dell’autore

Anche in cartaceo su Amazon!

Categoria:

Descrizione

Scopri “La Vita è un tiro da tre punti” anche su:

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Ogni compagnia di amici ha un posto speciale, un punto di riferimento dove incontrarsi, un luogo dove dimenticarsi dei problemi quotidiani.
Per Alberto, Federico e Orlando, questo posto è il campetto da basket del paese, dove si ritrovano con gli amici per praticare il loro sport preferito. Lo stesso però vale per un’altra compagnia di ragazzi, ben più bravi a pallacanestro, soprannominati “Le Bestie” per la loro antipatia e arroganza. Complice una diatriba amorosa, la rivalità tra i due gruppi cresce sempre più, fino a rendere necessaria una sfida, ovviamente a basket, per decidere chi potrà rivendicare il controllo del campetto. I tre amici non si immaginano però che la posta in palio si rivelerà molto più grande, portandoli a mettere in discussione se stessi e la loro amicizia.
Con “La vita è un tiro da tre punti”, Marco Dolcinelli non si limita a raccontare la vita di un gruppo di ventenni tra amicizie, amori, delusioni e speranze, ma riesce a portare il lettore in mezzo a loro, al tavolo di un pub, in sala studio e, soprattutto, nel luogo dove si manifesta tutta la passione degli amici per il basket: il campetto.

Informazioni aggiuntive

Estratto Gratuito

«Quanto stiamo?» chiese Federico uscendo dall'area.
Orlando gli passò il pallone e sorrise.
«Diciotto a tredici per noi.»
Nizar partì dalla sinistra. Giro non riuscì a stargli dietro. Passò sotto il canestro e spuntò dall'altra parte, pronto a ricevere il passaggio.
Federico manco lo guardò. Alzò le mani sopra la fronte e tirò senza saltare, sollevando i talloni solo di un paio di centimetri. La palla centrò il tabellone, rinculò sul primo ferro, si alzò e finì dentro.
«Diciotto a sedici» disse.
«Che culo di merda…» commentò Orlando scuotendo la testa.
«Bastava difendere.»
«Ah, vuoi la difesa? Perfetto.»
Orlando si abbassò sulle ginocchia e avanzò di un passo tenendo il braccio sinistro teso con la mano aperta.
Federico si fece passare il pallone da Johnny e iniziò a palleggiare. Provò a penetrare, ma Orlando difendeva invitandolo a passare alla sua destra, dove avrebbe fatto più fatica.
Nizar tagliò ancora una volta l'area, nella direzione opposta a quanto aveva fatto in precedenza. Federico, dopo aver provato a entrare in palleggio con la sinistra, capì che non sarebbe andato lontano e gli passò il pallone.
Nizar era il più giovane in campo e l'unico minorenne, avrebbe compiuto diciotto anni solo ad ottobre. La sua famiglia proveniva dalla Tunisia. Nonostante le sue radici, al campetto era il più yankee di tutti. Se non c'era un po' di spettacolo, non si divertiva.
A cinque anni aveva iniziato a giocare a pallacanestro e non aveva mai smesso. Faceva parte del settore giovanile del Valponaro Basket e, sebbene vedesse il campo molto poco, l'amore che provava verso il gioco non era stato intaccato neanche un po'. Aveva mani educate ed un buon atletismo. Purtroppo però possedeva anche una notevole considerazione di se stesso e un'enorme fiducia nei propri mezzi. Di fatto si credeva più forte di quanto in realtà non fosse. Giocava sempre e comunque sopra le righe, anche quando non ce n'era bisogno.
Al campetto era stato soprannominato "Mister Tripla Doppia", perché era pressoché certo che terminasse ogni partita con almeno dieci passaggi no-look mandati alle ortiche, dieci virate in palleggio inutili e dieci tiri forzati col compagno libero a tre metri di distanza che lo malediceva senza troppe perifrasi.
Ricevette palla da Federico e perse un secondo ad annusare il suo diretto avversario. Giro gli si parò davanti a braccia larghe. Nizar lo superò in palleggio con facilità e puntò il canestro. L'ombra ingombrante di Cliff gli oscurò la strada. Fu costretto a cercare un tiro in terzo tempo per evitare di finire addosso al difensore, ma la palla si fermò sul ferro. Fu Johnny a prendere il rimbalzo.
Si girò subito a cercare Federico fuori dall'area. Provò a lanciargli la palla, ma Orlando capì tutto in anticipo e intercettò il passaggio. Oltrepassò la linea del tiro da tre punti e aspettò che i suoi compagni si rimettessero in posizione.
Federico cercò di difendere, ma Cliff si posizionò alla sua destra con le gambe larghe e le mani giunte sul bassoventre.
«Blocco a destra!» urlò Johnny.
Orlando si trovò la via libera ed entrò in palleggio. Johnny fu veloce a cambiare la marcatura, ma Nizar si staccò dal suo uomo ed andò a raddoppiare. Orlando scaricò subito verso sinistra, in angolo, dove Giro stava già aspettando il pallone.
Il vero nome di Giro era Michele Girardi. Era il più vecchio di tutti e lavorava come tecnico informatico. Per lui andare al campetto era un semplice svago, una parentesi dove non esisteva nessun capo idiota, nessuna fidanzata logorroica, nessun cliente irritante. Negli anni delle medie aveva fatto parte di una squadra giovanile per un paio di stagioni, ma col tempo altri interessi, come la batteria e le ragazze, avevano preso il sopravvento. Al campetto però non aveva mai smesso di andarci, neppure dopo essersi operato ad un ginocchio per colpa di una lesione al menisco.
L'infortunio e la vita sempre più sedentaria avevano ridotto di molto le sue capacità atletiche, ma lui aveva capito presto come non diventare totalmente inutile con un pallone in mano: tirando. Piedi per terra e almeno un metro di spazio, non aveva bisogno d'altro. Entro i sei metri dal canestro era una sentenza. Oltre quella soglia, aveva comunque buone percentuali.
Ricevette palla oltre la linea dei tre punti. La mano destra spinse il pallone verso l'alto, il polso si piegò, il cuoio scivolò sui polpastrelli. Solo cotone.
«Sì!» gridò Orlando alzando le braccia al cielo.
«Sì, un cazzo» gli rispose subito Federico. «Guarda il piede!»
Una delle vecchie Nike bianche di Giro stava pestando la linea del tiro da tre.
«Fanculo…» borbottò Orlando mentre recuperava il pallone e usciva un'altra volta dall'area.
«Dai, venti a sedici. Vi manca solo un punto» lo sfidò Federico.
Orlando non rispose e iniziò a palleggiare. Alzò la testa per verificare quali opzioni avesse. Giro era fermo alla sua destra. Cliff era dentro l'area, dietro Johnny, e chiamava la palla alzando il braccio. C'era lo spazio per il passaggio. Ma Federico fu più veloce.
Allungò la mano verso il suo avversario, riuscì a toccare il pallone facendolo rotolare alle sue spalle e lo rincorse recuperarandolo prima ancora che Orlando ci potesse provare. Quest'ultimo imprecò e si mise subito in posizione difensiva.
Federico però passò la palla a Nizar alla sua sinistra e tagliò dentro l'area. Il ragazzo tunisino bruciò ancora una volta Giro dal palleggio. Cliff andò ad aiutare, ma così facendo lasciò Johnny solo sotto canestro.
Cliff e Johnny erano fratelli. Cliff aveva venticinque anni, Johnny ventitre. I loro nomi anglofoni erano colpa della madre, una donna inglese che il padre, titolare di una pasticceria con un insospettabile passato da hippy, aveva conosciuto tre decenni prima a un festival.
Visto che il cognome dei pargoli avrebbe dovuto essere per forza italiano, la madre aveva imposto di poter decidere i nomi e aveva scelto quelli dei suoi nonni. Per questo motivo erano venuti fuori Clifford e John Doriguzzi. Sebbene sembrassero due mafiosi italo-americani, i due fratelli apprezzavano la cosa.
L'anglofonia si sposava bene col basket, ma nessuno dei due lo aveva mai praticato a livello agonistico. Ad entrambi però piaceva mantenersi in forma e da anni frequentavano ogni settimana una palestra. Le partite al campetto erano solo un piacevole diversivo per sudare in compagnia. Dal punto di vista tecnico erano due fabbri, ma grazie alla loro superiore fisicità riuscivano a rendersi utili sotto canestro.
Nizar passò la palla a Johnny facendola rimbalzare per terra. Questi la strinse con entrambe le mani e saltò per appoggiarla al tabellone. Il più facile dei tiri.
Sbagliato.
Il pallone rimbalzò sul ferro e cadde fuori. Per fortuna di Johnny, gli ritornò tra le mani. Ci provò una seconda volta e fece finalmente canestro. Venti a diciotto.
«Johnny, cazzo!» urlò Federico. «Vuoi anche una scaletta?»
La provocazione non ebbe risposta. Il gioco riprese quasi subito.
Nizar palleggiò verso destra. Federico tagliò dalla parte opposta e ricevette il pallone passatogli dal compagno. Si ritrovò però di spalle, a cinque metri dal canestro, con Orlando addosso. Riuscì a girarsi facendo perno col piede e passò a Johnny che si stava allargando per ricevere.
Johnny, subito pressato da Cliff, fece partire un siluro verso il centro nella speranza che vi arrivasse qualcuno. Giro deviò il pallone che andò a finire fuori, sull'erba.
Federico lo andò a recuperare e lo rimise in gioco.
«Niz!» urlò guardando l'amico tunisino che usciva dall'area.
Il passaggio però ebbe una direzione diversa.
Cliff si distrasse a guardare Nizar e non si accorse di Johnny che passava alle sue spalle. La palla si alzò e scese a poche decine di centimetri dal canestro. Johnny l'afferrò al volo e riuscì ad appoggiarla al tabellone prima che i suoi piedi toccassero terra. Venti a venti.
«Ma vaffanculo! Sbaglia gli appoggi da un centimetro e poi segna gli alley-oop…» commentò Orlando scuotendo la testa.
«Su, smettila di lamentarti» gli rispose Federico. «Chi segna vince.»
«E indovina chi sarà?»
«Prima dovresti togliermi la palla dalle mani.»
Orlando lo prese alla lettera e allungò il braccio per interrompere il palleggio dell'avversario. Federico si voltò per proteggersi. Nizar andò in suo aiuto. Ricevette il pallone e iniziò a palleggiare tra le gambe. Giro lo aspettò a distanza di qualche metro. Sapeva che il tiro da fuori non era il suo forte. Purtroppo Nizar non era mai stato d'accordo e ci provò subito, pur trovandosi a quasi otto metri dal canestro. La palla non vide nemmeno il ferro e rimbalzò sul tabellone. Cliff fu più veloce del fratello e prese il rimbalzo.
Orlando corse dentro l'area urlando per farsi vedere. Cliff riuscì a servirlo prima che oltrepassasse la linea del tiro da tre. Federico non aveva più il fiato per stargli dietro. Johnny si posizionò davanti al canestro con le braccia alzate. Il tiro di Orlando in terzo tempo disegnò una parabola in cielo e si andò ad insaccare facendo risuonare solo la retina. Ventidue a venti. Partita finita.

***

Federico recuperò una bottiglia di plastica sotto l'albero e bevve un lungo sorso. Un po' d'acqua gli scivolò sul mento e sulla maglietta mischiandosi col sudore. Si pulì col dorso della mano.
«Niz, sei un coglione» disse.
«Avevo spazio. Era un buon tiro!» si difese l'altro.
«Beh, eri solo ad otto metri dal canestro, in effetti» lo canzonò Giro.
«Non si può dire che il tiro di Niz non sia stata la mossa che ha deciso la partita» commentò Orlando tirando fuori il cellulare dal marsupio. Controllò i messaggi e lo ripose.
«Ah, andatevene tutti a fanculo» rispose Nizar sedendosi.
Federico gli diede una pacca sulla spalla e si mise di fianco a lui stendendo le gambe indolenzite.
«Comunque per poco non la recuperavamo. Vi è andata bene.»
«Sì, ma alla fine conta chi vince. E questa volta abbiamo vinto noi» replicò Orlando.
«Vi diamo la rivincita se volete» aggiunse Giro.
Johnny controllò l'ora sul display del telefono.
«Per me è tardi. Devo andare» disse.
«Che ore sono?» gli chiese Cliff.
«Le sei meno venti.»
«Sì, meglio se andiamo.»
I due fratelli salutarono e si allontanarono verso l'uscita della recinzione che limitava il parco.
Subito dopo anche Nizar si alzò in piedi.
«Vado anche io» disse afferrando il manubrio della sua bicicletta rossa. «Settimana prossima ci siete?»
«In teoria sì, ma ti faccio sapere» rispose Federico.
«Anche io» aggiunsero quasi in coro Orlando e Giro.
«Bene. A presto!»
«Ciao Mister Tripla Doppia» lo salutò Federico.
Gli altri risero.
«Fottetevi» rispose Nizar sorridendo.
Mentre se ne andava, squillò un cellulare.
«Ciao amore!» rispose Orlando allontanandosi di qualche passo.
Giro si grattò la testa e si massaggiò il ginocchio, appena sopra la cicatrice dell'intervento al menisco di qualche anno prima.
«Stasera venite ad ascoltare Alberto?» chiese a Federico.
«Ah, per forza. Come potremmo mancare il grande debutto dei Rebel Roads?»
«Certo che si sono scelti proprio un nome idiota.»
«Pensa che ci hanno messo settimane per deciderlo.»
«Un parto lungo e doloroso.»
«E avresti dovuto sentire le alternative.»
«Cioè?»
«Ti dico solo che alla fine il dubbio era tra Rebel Roads e True Outlaws.»
«Beh, True Outlaws non era male.»
«Dai, ti prego…»
Giro prese il suo zaino e corrugò la fronte.
«Sbaglio o tu sei quello che aveva chiamato il suo gruppo I sogni di Ada?»
Federico si alzò in piedi e allargò le braccia.
«Quello era un gran nome!»
«Sì. Per un film erotico, forse.»
«C'era dietro tutta storia, una storia vera successa in America. Ha un significato profondo.»
«Sembra sempre un film porno, mi spiace.»
«Ah, lasciamo stare…»
Orlando concluse la sua telefonata e tornò dagli altri.
«Vi saluta Laura» disse.
«Ricambia appena la vedi» rispose Giro. «Tu vieni stasera a sentire Alberto?»
«Sì, certo. Mangio fuori con Laura e poi ci troviamo direttamente al Bundy. Va bene?»
«Sì, sì, mi trovate là dalle nove in poi.»
I tre uscirono insieme dalla recinzione e si diressero verso il parcheggio dall'altra parte della strada. Giro prese le chiavi dallo zaino, salutò, salì in macchina e partì subito.
Gli altri due si fermarono di fianco alla Golf blu di Orlando.
«A che ora pensi di arrivare stasera?» chiese Federico facendo rimbalzare il pallone sull'asfalto.
«Finiamo di mangiare e arriviamo» rispose Orlando.
«Vedi di non bidonarci come al solito.»
«Non succederà. So che Alberto ci tiene.»
Orlando premette il tasto per sbloccare la chiusura centralizzata ed entrambi salirono in auto.
Federico si mise il pallone tra le gambe e allacciò la cintura di sicurezza.
«Spero solo sia una cosa rapida e indolore» disse.
«Ah, ho sentito che hanno almeno quindici canzoni in scaletta.»
«Oddio. Sarà una serata lunghissima…»
«Cazzo, come la fai tragica! Non muori mica se passi una sera al Bundy.»
L'auto uscì dal parcheggio e si inserì in strada.
«Non muoio, no. Ma di sicuro aumenta la voglia di suicidarmi.»
«Fallo per Alberto.»
«Lo faccio per Alberto.»
«Dai, è un locale come un altro.»
«No, non è un locale come un altro. È il locale dove abbiamo passato la maggior parte delle nostre serate degli ultimi quattro anni, dove conosciamo ogni singola faccia fino alla nausea, dove non succede mai un cazzo, dove fanno suonare solo gruppi di merda, dove lavora quella stronza della mia ex e dove pare abbiano delle foto compromettenti di tutti voi, perché altrimenti non si spiegherebbe come mai vi ostiniate a volerci andare sempre e comunque.»
Orlando scosse la testa senza dire niente e sorrise. Aveva sentito quello sfogo decine di volte.
«Ah, non ti ho detto!» disse subito dopo. «Sai chi ha invitato Alberto?»
«No, dimmi» rispose Federico con una punta di rammarico per la mancata reazione al suo monologo.
«Serena.»
«Serena? Ancora? Ma è deficiente?»
«Beh, questo lo sapevamo già da un pezzo.»
«E sai se viene?»
«So che lei gli ha detto che farà il possibile per esserci.»
«Ho capito. Non si farà viva.»
«Facile.»
La Golf superò una rotonda e svoltò dopo qualche centinaio di metri in una traversa sulla destra. Si fermò davanti ad una villetta a schiera col cancello e la ringhiera bianca. Su un pezzo di muretto un gatto tigrato si stava grattando con la zampa posteriore.
«Il tuo gatto diventa sempre più obeso» disse Orlando allungando il collo per vedere meglio.
«È una fogna» rispose Federico. Scese dall'auto e si appoggiò sul finestrino aperto. «Ci vediamo stasera allora.»
«Ok. A stasera.»
Orlando fece manovra e se ne andò. Federico si fermò qualche secondo ad accarezzare il micio e poi entrò in casa.

Recensioni

  1. “La scrittura di Marco è piacevole e ben curata, molto dettagliata nelle azioni cestistiche, si vede che il basket è davvero una sua passione”

    Recensione + Intervista su “Parole in Scatola

  2. Romanzo breve,ma interessante,che nasconde vari messaggi e le piccole verità della vita tra le quali quella di credere sempre nei propri sogni e provarci anche quando essi sembrano irrealizzabili per non vivere con il rimpianto di non averci provato.<a target="blank" href="http://langolodeilibriodierniedatati.blogspot.it/2017/02/perdonami-se-rido-chiara-cerri.html&quot; rel="nofollow">Recensione su "L'angolo dei Libri</a>.

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