“Sicilian Defense” – Alessandra Pierandrei

3.99

«È come con la difesa siciliana: se tu rispondi con e5, giocheresti come tutti si aspettano da una donna: passiva e senza l’obbligo di farsi carico di un cambiamento. Ma se invece metti il pedone in c5, allora giocheresti ai tuoi termini. Sarà un gioco sbilanciato, è vero, ma il mondo non cambierà mai se manteniamo sempre tutto in equilibrio»

 

Pagine: 200

Formato: Ebook e Cartaceo

Genere: Western – Romanzo Storico

Tematiche: Giustizia sociale, Ecologia, Femminismo

Profilo Autrice

Blog Autrice

Artwork della copertina a cura di Federico PierandreiProfilo Instagram

Descrizione

“Sicilian Defense” è disponibile anche su:

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Kate, finalmente, sentiva di avere in mano la propria vita; se avesse potuto, avrebbe chiesto a suo marito Jasper di farne un dipinto per assicurarsi che tutto rimanesse così.
Ma la vita sfugge a qualsiasi tentativo di controllo, e quella della giovane vice sceriffo verrà travolta da una serie di avvenimenti che costringeranno lei e gli abitanti di Hood River a prendere decisioni dalle conseguenze inaspettate, mentre è in gioco la salvezza di una persona a lei cara. Kate da sempre ha fatto di tutto per sfuggire ai fantasmi del passato, ma questa volta forse è giunto il momento di passare all’offensiva…
Se “Zugzwang” si concentrava sulla difficile redenzione di Jasper, in “Sicilian Defense” a rubare la scena è invece la protagonista femminile. Oltre al ritorno dei temi ecologici, nella reinvenzione del “buon vecchio western” di Alessandra Pierandrei emergono messaggi sociali ancora più espliciti. E chi l’ha detto che pistole e distintivi sono roba da uomini?

Informazioni aggiuntive

Estratto gratuito

Prologo
 

«Hai mai paura di fare la fine del topo, quando sei quaggiù?»

«Ho più paura di morire di fame quando sono lassù.»

«Davvero non ci pensi? Io sì, sempre. Una scintilla e sei fottuto.»

«Allora perché sei venuto a infognarti proprio in una miniera di carbone?»

«Avevo scelta? Dopo mio padre, dopo mio nonno? Ma è una tradizione di famiglia che finisce con me, te l’assicuro. Io e Rachel ce ne vogliamo andare a Portland, sai? Sto solo mettendo da parte i soldi per quel giorno.»

«Se smetti di mangiare, di vestirti, aggiungi ai turni altre quattro ore, forse per il 1920 riuscirai a comprarti casa a Cascade Locks.»

«Vacci a scherzare. Invece tu, Oliver? Non vorrai mica fare il minatore per il resto della tua vita.»

«Fossi matto!»

«Ehi, voi laggiù! Poche chiacchiere e lavorare!»

«Ecco, lui è uno che solo questo poteva fare, visto quanto gli piace.»

«Lascialo perdere. Senti, vado a prendere un altro piccone, il manico di questo qua tra un po’ mi resta in mano. Jack, mi stai ascoltando? Che hai?»

«La lampada giù in fondo, la fiamma… è diventata azzurra.»

«Cristo santo, nell’altro cunicolo stanno per far partire le cariche!»

«Cosa?»

«Dobbiamo andarcene subito! Molla tutto, dobbiamo andarcene!»

«Via tutti! Via tutti! Vi-»

Capitolo 1
 

Jasper si sfilò gli occhiali da vista e si stropicciò gli occhi. Davanti, sul nero, gli vorticavano macchie indistinte, insieme alle parole dei memoriali che, in qualità di caporedattore dell’Oregon Tribune, stava scrivendo dall’alba. Diciotto. Erano iniziati come semplici necrologi, trafiletti tanto brevi quanto aridi, che si limitavano ad annunciare in serie la dipartita di qualcuno.

I minatori morti due giorni prima nell’esplosione della miniera di carbone numero 6, però, non erano un generico “qualcuno”: erano padri, mariti, figli, fratelli. Persone che quella mattina erano uscite di casa senza immaginare che non vi sarebbero più tornate. Così Jasper, senza nemmeno rendersene conto, aveva iniziato ad aggiungere dettagli e particolari di cui era al corrente personalmente, oppure che gli aveva raccontato qualche parente. Voleva che le famiglie avessero qualcosa di più di due righe scritte solo per dovere di cronaca.

Quando il precedente redattore, desideroso di andare in pensione, l’aveva convinto a prendere le redini del giornale, data la sua precedente esperienza nel campo, l’aveva avvertito che ci sarebbero stati giorni più faticosi di altri; Jasper aveva appena iniziato a capire cosa intendesse.

Riaprì gli occhi e si prese un attimo per rimettere a fuoco la stanza. I suoi due giovani collaboratori, che compensavano l’inesperienza con l’entusiasmo, correvano qua e là come api intente a fare il miele. Anche loro erano in redazione dalla mattina presto. Decise che per quel giorno potevano chiuderla lì.

«Per oggi basta così, ragazzi» annunciò. «Tornate pure a casa.»

«Sì, signor Stevenson» risposero in coro. Uno aggiunse: «Finiamo di sistemare i rotoli di carta e ce ne andiamo.»

Jasper annuì, si alzò, e andò a riporre gli occhiali dentro a una piccola custodia di cuoio, e fece scivolare quella dentro a una tasca della giacca. Aveva iniziato a portarli da pochi mesi, e anche se ne aveva bisogno solo per leggere, scrivere e disegnare, ogni volta che li inforcava si rendeva consapevole dello scorrere del tempo. Secondo sua moglie gli conferivano un’aria distinta, ma per quanto apprezzasse il complimento, il suo momento preferito della giornata era quando se li toglieva. Allora restavano soltanto le basette che iniziavano a imbiancarsi a ricordargli che nel giro di un paio di anni avrebbe varcato la fatidica soglia dei quaranta.

Salutò con un cenno, chiuse la porta alle spalle e si incamminò nella direzione opposta a quella di casa.

 

«Buonasera, sceriffo» disse Jasper.

Lo sceriffo in questione, Amos Monroe, dava le spalle alla porta, intento ad appendere alla bacheca il manifesto di un ricercato, evaso dal carcere di Portland, che con ogni probabilità aveva già superato il confine con il Canada.

«Oh, buonasera Jasper» rispose Monroe, e poi si portò l’orologio all’orecchio, per assicurarsi che ticchettasse.

«No, funziona, sono io a essere in anticipo, oggi» chiarì Jasper. «Iniziavo a vederci doppio, quindi ho pensato che fosse il caso di tornare a casa. Il vice?»

Lo sceriffo puntò con il pollice alle sue spalle. «Segui gli spari. Attento, però, questa è ancora una classe di principianti: rischi di farti impallinare come un tacchino il giorno del Ringraziamento.»

«E il 4 di maggio non mi sembra il caso» replicò Jasper, e aprì la porta che dava sul cortile sul retro.

Alcuni barili vuoti, gentilmente forniti da Albert, il proprietario del saloon, erano disposti in fila l’uno di fianco all’altro, e sopra ogni coperchio qualcuno aveva poggiato una bottiglia. Un nutrito gruppo di donne dall’età più varia era posizionato, pistole in pugno, a qualche decina di piedi di distanza dai bersagli. Al sibilo dei proiettili non seguiva mai il rumore del vetro in frantumi, ed era evidente la sproporzione dei colpi finiti nei barili, bucherellati da far invidia al formaggio svizzero, rispetto a quelli sulle bottiglie. A onor del vero c’erano parecchi cocci di vetro sparpagliati a terra, ma era ragionevole presumere che fossero opera del vice sceriffo, e non delle allieve.

Jasper, appoggiato allo stipite della porta e con le mani in tasca, restò a osservare il procedere della lezione, ma soprattutto a evitare di farsi sparare addosso: aveva già dato, ed era un’esperienza che non gradiva ripetere. Il vice si rese conto della sua presenza soltanto pochi istanti dopo, e con il dito indice alzato gli segnalò di aspettare un altro minuto.

Un’ultima raffica di proiettili volò verso le bottiglie, senza ucciderne alcuna. I barili, invece, ormai non avrebbero potuto più nuocere a nessuno.

«Va bene, per essere la prima volta non c’è male» commentò il vice, e iniziò a raccogliere le pistole fumanti che via via venivano riconsegnate. «Ci vediamo tra due giorni.»

Tutte le allieve si indirizzarono verso la porta, e Jasper si scostò per lasciarle passare, salutando con un cenno chi conosceva.

«Menti sapendo di mentire» disse, quando furono tutte fuori tiro d’orecchio.

«Qualche bugia innocente per tenere alto il morale della truppa» spiegò Kate. Teneva tra le braccia una mezza dozzina di revolver scarichi e lì andò a riporre in una cassa di legno. «In realtà è stato un successone.»

«Dici? Eppure la temibile banda delle bottiglie sfugge ancora una volta alla giustizia. Gli unici cocci immagino siano tuoi.»

«Immagini bene, ma mica devi guardare le bottiglie. O i barili.»

«Mi sono perso.»

Kate rise. «Devi tener conto di quante persone escono… ehm, in verticale. Se il numero è lo stesso di quando sono entrate, allora è stato un successone.»

«Forse hai messo l’asticella un tantino troppo in basso.»

La ragazza chiuse con un colpo secco il coperchio della scatola e serrò il lucchetto con un giro di chiave, che poi si infilò in tasca. Gli andò incontro. «Forse. Magari potrei insegnar loro a tirar pugni. Quelli andranno a segno per forza.»

Jasper si rabbuiò un poco, e ripensò al modo in cui era stata costretta a crescere Kate, almeno fino al momento in cui trovò il coraggio di andarsene di casa. E chissà quante altre, come lei. «O forse bisognerebbe insegnare a padri e mariti a non picchiarle.»

«È un bel pensiero, tesoro, ma non credo di esser pronta per la fine del mondo» commentò sua moglie in tono mesto.

Jasper le offrì il braccio. «Andiamo a casa?»

Kate si strinse contro di lui. «Andiamo a casa.»

Recensioni

  1. Marco “Frullo” Frullanti

    “Come già nell’altro libro, anche in questo l’autrice si riconferma una brava narratrice, grazie ad una scrittura pulita, chiara, accurata per quanto concerne il contesto storico (molto interessanti le noti in appendice, che chiariscono alcuni dettagli e riferimenti storici menzionati nel corso della storia) e l’ambientazione, scorrevolissima e appassionante”

    Recensione su “Chicchi di Pensieri

  2. Marco Frullanti

    Pierandrei, di fatto, nel suo romanzo mette la trama western come sfondo per poter affrontare tematiche importanti sotto molti punti di vista. La psicologia dei suoi personaggi è ben approfondita.”
    Recensuone su “Semi d’inchiostro”

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