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Il Cuore di Quetzal – Gianluca Malato

Prodotti Il Cuore di Quetzal – Gianluca Malato

Il Cuore di Quetzal – Gianluca Malato

3.99

Chi ha rapito il dio Quetzal, e qual è il suo piano? Scoprilo con il viaggio del rude mercenerio Baltak  tra i pericoli e i misteri della Terra delle Nebbie…

Formato: Ebook (Epub, PDF, Mobi) e Cartaceo

Numero di pagine: 300 (circa)

Prezzo: 3.99

Link al Booktrailer

Approfondimenti su personaggi e temi del libro sul blog dell’autore!

Profilo dell’Autore

Categoria:

Descrizione

“Il Cuore di Quetzal” è disponibile anche su anche su:

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 Novità di Ottobre 2016: disponibile anche in cartaceo su Amazon!

                                                                                                                                                                                    Baltak è un mercenario freddo e riservato, che vaga per le terre di Midgard accettando i lavori più pericolosi e cruenti. Una missione in particolare, la ricerca del dio Quetzal, la cui scomparsa sta causando una guerra tra umani e giganti, lo porta sulle tracce della Terra delle Nebbie, dominata dal malvagio Loki e dal suo seguace Regas. L’avventura di Baltak, tra scontri di magia, indagini, tradimenti e trappole, rivelerà progressivamente il mistero dietro il cupo mercenario: perché padroneggia le rune, poteri tipici dei druidi, e di chi è la voce di tenebra che lo accompagna e lo tormenta continuamente?

Ancora Il Cuore di Quetzal, romanzo fantasy con sfumature sword and sorcery di Gianluca Malato, autore de “Il Golem”, raccoglie a piene mani personaggi, suggestioni e tematiche dei miti nordici per raccontare da una parte una storia di guerra, complotti e macchinazioni, tra dei e uomini, tra sete di potere e virtù, e dall’altra quella di Baltak, un antieroe che cela dietro la sua immagine burbera e scontrosa un terribile dramma e un disperato desiderio di vendetta. Quale sarà il destino del cuore di Quetzal e del mercenario?

Informazioni aggiuntive

Anteprima

I furfanti di Turkazham

Fu agli inizi della Quarta Era che cominciarono a fiorire città gigantesche, popolate da cinquemila e più abitanti, circondate da impenetrabili mura. Entro queste città si svolgevano i commerci e si trovavano molte botteghe di artigiani, ma il cuore economico era costituito dalle attività illecite quali furti, sequestri e omicidi. Nei primi anni della Quarta Era si sviluppò il mestiere, molto raro nella Terza Era e quasi assente nella Seconda Era, dello spietato brigante professionista dedito al saccheggio e alla morte, fedele solo al denaro.

Anonimo storico della Quarta Era

Le stelle erano alte e splendenti come gli occhi di mille lucciole. La falce di luna sembrava un occhio aperto a metà che scrutava il mondo. Dopo una giornata di affari, scambi di merce e passaggio di viandanti, la città di Turkazham dormiva in silenzio. Non tutti, però, si erano lasciati andare alle lusinghe del sonno. Attività notturne e commerci si svolgevano ancora nel quartiere malfamato che costituisce le viscere pulsanti di ogni grande città.
Lì gli affari si concludevano anche di notte, ma non si trattava né di pelli di lupo, né di gioielli preziosi provenienti da ogni parte del mondo né di spezie rare. Loschi figuri nascosti in ampi mantelli tramavano nell'ombra ai danni di ignari nemici, contrattandone la vita con silenziosi sicari dagli occhi di ghiaccio e con la mano sempre pronta sull'elsa della spada. Chi non sfruttava le tenebre per questo tipo di attività era di sicuro alla taverna più vicina a farsi spaccare il naso in una rissa tra ubriaconi, oppure godeva dell'abbraccio di una prostituta in qualche stamberga fatiscente piena di pulci e umidità. Pochi, nel quartiere, si concedevano il lusso di dormire e chi lo faceva stringeva sempre un pugnale nascosto sotto al cuscino.
Quella notte, un'ombra si muoveva silenziosa tra i vicoli maleodoranti. Non andava verso un incontro con un committente, superava le taverne con indifferenza e non c'era alcuna donna ad aspettarlo.
La mano sinistra stringeva salda una spada corta legata alla cintola. I capelli, biondi come il sole, erano lunghi fino alle spalle. Un mantello di pelle di lupo proteggeva dal freddo due spalle ampie e robuste. Una barba di qualche giorno e uno sguardo truce davano all'uomo un'aria che faceva cambiare strada a quei pochi che si imbattevano per caso sui suoi passi. Era poco meno che trentenne, ma a guardarlo sembrava che il tempo si fosse accanito su di lui più violentemente.
Le ombre che guizzavano dalle finestre e i gemiti più animaleschi che umani che provenivano dalle case accompagnavano il sicario lungo la sua strada, fino a quando si fermò davanti a una casa all'apparenza uguale alle altre. Era un piccolo edificio di mattoni di due piani in tutto, con una scala laterale che permetteva di accedere a quello superiore. Il piano inferiore di abitazioni come quella era generalmente riservato alle stalle.
L'uomo si nascose nell'ombra di un vicolo vicino e si guardò intorno. Non c'era nessuno in giro. Sentì il miagolio annoiato di un gatto, ma a parte questo la strada era deserta e silenziosa.
Legò i capelli con un laccio, uscì dal vicolo e si mosse con circospezione verso la scala dell'edificio.
I gradini di legno fradicio avrebbero scricchiolato rumorosamente sotto i passi di chiunque, ma l'uomo riusciva a calibrare il peso sui piedi con tale maestria da non emettere quasi alcun rumore.
Al primo piano, un corridoio largo circa un braccio e mezzo correva lungo la parete esterna dell'edificio e dava accesso alle camere interne separate dall'esterno mediante tende di tela stracciata e vecchia.
Adesso si sentivano gemiti provenire da quasi ogni stanza.
L'uomo si mosse senza far rumore, come una pantera in agguato. La porta che conduceva alla stanza che gli interessava era molto vicina.
Passi pesanti dietro di lui fecero scattare i suoi nervi all'unisono.
«Ma che diavolo… Baltak!»
Il sicario bestemmiò sotto i denti e si voltò. Vide un uomo sui trent'anni alto, peloso e sudato.
«Allora quegli sporchi monaci hanno mandato te» continuò l'intruso. «Qualcuno mi aveva detto di averlo sentito dire.»
Avvicinò la mano a un coltellaccio che teneva alla cintola, ma era ormai troppo tardi. Baltak aveva già estratto la spada. La lama lampeggiò alla luce delle stelle e, prima che potesse stringere il coltello, l'uomo vide il suo stesso sangue sgorgare da uno squarcio netto e preciso al collo. Tentò di gridare, ma il risultato fu un gorgoglio roco e incomprensibile. Poi cadde come un sasso.
Baltak rinfoderò la spada e lanciò un'ultima occhiata a quel corpo scosso dagli ultimi sussulti prima di rimettersi in cammino.
Quando arrivò alla porta che gli interessava, si appiattì al muro e tese l'orecchio. Si sarebbe aspettato che anche dall'interno di quella stanza provenissero gemiti e ansimi come dalle altre stanze. Di solito le prostitute del quartiere erano rapide, così da poter servire più clienti nella stessa sera. Però, se un cliente pagava di più, loro facevano durare di più l'amplesso, a seconda della cifra.
Il bersaglio di Baltak era un uomo tristemente famoso per essere molto breve nell'atto sessuale e per addormentarsi come un orso in letargo dopo averlo consumato. Il fatto di non sentire nulla dall'interno fece sperare a Baltak che l'uomo si fosse già appisolato. Scostò impercettibilmente la tenda e diede una sbirciata dentro.
L'ambiente era buio, ma gli occhi di Baltak si erano già abituati all'oscurità. Aveva ragione. L'uomo, un ciccione peloso e calvo sui cinquant'anni, era disteso nudo a letto e russava come un toro.
Baltak strisciò nella casa muovendo la tenda il meno possibile. Camminò attorno al letto come alla ricerca di qualcosa. Vide i vestiti dell'uomo gettati in un angolo come un sacco di stracci. Li rovistò facendo il minor rumore possibile, cercò nelle tasche, ma non trovò niente, a parte qualche moneta di argento e un vecchio amuleto di legno.
Girò dall'altra parte del letto e vide una corta tunica di seta verde gettata a terra insieme a un paio di calzari.
Sentì improvvisamente dei passi.
I muscoli scattarono simultaneamente. Baltak si nascose dietro la prima ombra che vide e strinse tra le mani un pugnale affilato che nascondeva sempre dietro la schiena.
Da una porta laterale entrò la donna. Era nuda e a ogni passo gocciolava acqua sul pavimento. Insieme a lei, entrò la fragranza afrodisiaca e volgare usata tipicamente delle prostitute per profumarsi il corpo prima e dopo l'amplesso.
Baltak la vide sistemarsi i capelli e muoversi verso la tunica a terra. Appena si abbassò a raccoglierla, le saltò subito dietro e le strinse la gola con un braccio.
«Non provare a urlare» le sussurrò appena. Il ciccione sul letto continuò a russare indifferente.
Le mise la lama del pugnale davanti agli occhi. «Se mi darai noie, ti infilo questa nella gola» le bisbigliò nell'orecchio.
La ragazza cominciò a tremare e ansimare. Attraverso la morsa sul collo, Baltak poteva sentire il suo cuore battere come un tamburo.
«Sto cercando qualcosa che possiede il tuo cliente. Pergamene. Non sono nei suoi vestiti. Dove sono?»
Allentò la presa quel tanto che bastasse per permettere alla ragazza di rispondere con un sussurro.
«Io… non lo so.»
Baltak avvicinò ancora di più il coltello all'occhio della donna. «Rifletti bene.»
«È… la verità… te lo giuro! Io non l'ho mai visto in vita mia. Mi ha presa dalla strada con un suo amico e mi ha portata qui a cavallo. Poi ha detto all'altro di aspettarlo nella stalla e siamo saliti.»
Baltak pensò all'uomo che aveva freddato qualche minuto prima. Avrà approfittato della proverbiale sonnolenza del ciccione per spassarsela anche lui con qualche donnaccia.
«Il cavallo aveva una borsa di qualche tipo?»
La ragazza stette in un ansimante silenzio per qualche secondo. «Ora che ci penso, sì. Ed era pure abbastanza grande.»
Baltak soppesò quelle parole sillaba per sillaba.
«Prendi i tuoi stracci e vattene. Se racconti a qualcuno che sono stato qui, ti troverò e ti sgozzerò come la cagna che sei.»
Appena allentò la morsa, la ragazza si avventò sulla veste a terra, tremando vistosamente. Raccolse la tunica e i sandali e scappò via senza neanche vestirsi.
Ma i suoi passi erano pesanti e rumorosi e l'uomo sul letto si agitò.
Baltak imprecò tra i denti e si catapultò al suo fianco. In altre circostanze, non avrebbe esitato ad aprirgli la gola nel sonno, ma questa volta era diverso. Aveva ancora qualcosa da fare.
Alla cintola, Baltak portava un sacchettino di cuoio chiuso da un laccio. Infilò la mano al suo interno e ne estrasse una manciata di pietre. Su ognuna di esse era inciso un simbolo. Rune. Simboli magici di una lingua nota solo ai druidi e agli dei. Gli uomini le conoscevano da secoli e temevano e rispettavano a un tempo il loro potere.
Mise il pugno chiuso di poco sopra la faccia dell'uomo e poi lo aprì. A cadere non furono le pietre, bensì un globulo di luce pallida e cangiante che si depositò sul viso dell'uomo dissolvendosi istantaneamente in una nuvola di fumo.
L'uomo ricominciò a russare esattamente come prima.
Baltak richiuse il sacchetto e infilò la mano sotto il mantello. Questa volta estrasse un piccolo involto ricavato dalla vescica di un animale. Conteneva qualcosa, ma la vescica era cucita e i committenti avevano ordinato a Baltak di non aprirla.
Pose il fagotto sotto il letto dell'uomo, esattamente come gli era stato ordinato. Poi uscì dalla casa.
Percorrendo il corridoio al contrario, si imbatté nel cadavere dell'uomo che aveva incontrato prima. Non si premurò di nasconderlo. Nessuno, in quel quartiere, si sarebbe lamentato per la sua morte e le guardie della città preferivano non frequentare quei vicoli.
Scese le scale e si recò verso le stalle. C'erano un paio di cavalli. Uno era un ronzino stanco con una sella gualcita, l'altro era un cavallo pezzato un po' più riposato. La sella di quest'ultimo aveva una grossa bisaccia di cuoio appesa su un lato.
Baltak la ispezionò e trovò due pergamene ingiallite e arrotolate tenute insieme con un laccio.
Annuì soddisfatto e uscì dalla stalla.
Ripensò brevemente a chi gli aveva commissionato quel lavoro. Erano i loschi Monaci della Montagna, personaggi solitari rappresentanti di un culto antico quanto l'uomo. Vivevano nella loro inaccessibile montagna, praticando le arti occulte e stabilendo contatti con gli dei ed entità di altri mondi. I loro rituali incuriosivano e spaventavano la povera gente, ma i Monaci raramente avevano rapporti con gli abitanti dei paesi vicini.
A volte qualcuno riusciva a scalare la loro montagna, raggiungendo il santuario in cima. Tipicamente, chi li incontrava chiedeva loro la guarigione di qualche persona cara affetta da una malattia, portando in cambio oro e pietre preziose. I Monaci erano praticanti esperti delle magie più complesse e antiche e se fossero stati soddisfatti dei suoi doni, avrebbero esaudito le richieste del viandante.
Qualcuno, ma molto più raramente, si azzardava ad andare da loro per chiedere che facessero del male a qualcun altro. Era un caso molto raro, poiché con metà del denaro che di solito i Monaci accettavano come prezzo minimo per i loro servigi, a Turkazham si potevano assoldare i migliori sicari. Ma se il destinatario dell'ingiuria era anch'egli un mago, anche i sicari più spietati ci pensavano due volte prima di accettare l'incarico.
Non era interesse personale dei Monaci fare del bene, né danneggiare gli altri. Non provavano gusto nel fare né l'una né l'altra cosa. Semplicemente, se ben ricompensati, avrebbero messo la loro magia al servizio di chi ne avesse fatto richiesta.
L'unico vero, grande scopo della loro vita era investigare la magia in ogni sua forma, sia benigna che maligna. Studiavano per giorni interi, martoriavano lo spirito e il corpo con ore e ore di pratica, recitando incantesimi che non venivano pronunciati da secoli, oppure formule così pericolose da essere pronunciate a fior di labbra dagli altri maghi, i quali al sentirli gridare quelle parole si sarebbero tappati le orecchie per la paura.
Nondimeno, erano molto gelosi della loro scienza. Conservavano i più antichi trattati di magia nelle zone più nascoste del loro santuario, sorvegliandole giorno e notte.
L'uomo che Baltak aveva avvicinato quella notte era un ladro molto astuto e famoso a Turkazham. Una setta rivale dei Monaci gli aveva chiesto di rubare alcune sacre pergamene dal loro tempio. Si trattava di un trattato di magia dal titolo Incantesimi per il controllo del corpo e della mente, l'ultima copia esistente di quell'antico testo che molti credevano perduto per sempre.
L'uomo aveva scalato la montagna spacciandosi per un novizio e aveva raccontato una storia molto convincente sul perché volesse imparare la magia. Sapeva che i Monaci sottoponevano gli aspiranti novizi a un lungo interrogatorio per verificare la serietà delle loro intenzioni.
Il ladro riuscì a ingannare perfino loro e, esattamente come accadeva a tutti i nuovi arrivati, intraprese il suo noviziato rimanendo a guardia delle sacre pergamene, fino a quando gli anziani avessero deciso che era giunto per lui il momento di cominciare gli studi.
Appena era rimasto da solo con i sacri testi, li aveva trafugati e portati a Turkazham con l'aiuto di un complice.
Avrebbe dovuto venderli al rappresentante della setta il giorno dopo. Purtroppo per lui, non sapeva resistere ai piaceri della carne. Così come egli era stato incaricato di rubare le pergamene, Baltak era stato incaricato dai Monaci di rubarle a sua volta e di restituirle. Era così che funzionavano le cose, nel quartiere malfamato di Turkazham. Non c'era pietà, non c'era amicizia. C'erano solo denaro, paura, corruzione e tradimento.
“Avresti fatto meglio a ucciderlo. Un ladro in meno avrebbe significato più campo libero per te.”
Baltak si diresse verso il luogo stabilito, un piccolo stagno alimentato da un torrentello di acqua salmastra e scura. Un posto anonimo quanto bastava.
Aspettò pazientemente per una buona mezz'ora. Poi vide un vecchio incedere lentamente con un bastone. Aveva il cappuccio abbassato fino al naso e zoppicava dalla gamba sinistra.
«Ho quello che avete chiesto» esordì Baltak appena lo vide.
Allorché sentì queste parole, il vecchio sollevò lo sguardo su di lui. Gli occhi erano duri e arcigni, la barba bianca e folta.
Baltak tirò fuori le pergamene e le mostrò all'uomo.
«Hai fatto tutto ciò che ti è stato ordinato?» chiese l'altro con voce bassa e roca.
«Tutto.»
L'uomo mise una mano scarna sotto il mantello e ne trasse un sacchetto grande quanto un pugno.
Baltak lo prese, lo aprì e controllò il contenuto. C'erano almeno cinquanta monete. Annuì soddisfatto e porse le pergamene all'uomo.
Poi entrambi girarono sui tacchi e sparirono nella notte senza dire una parola.
“Come minimo, sotto il mantello aveva almeno il doppio dei soldi. Hai forse paura dei Monaci? Sei solo un vile codardo. Forse ho fatto male a sceglierti. Sei troppo pauroso.”
Qualche giorno dopo, in città si sparse la voce che il grassone aveva contratto la peste. Le autorità di Turkazham non volevano avere niente a che fare con quel quartiere, ma non potevano sorvolare su un malato di peste. Se il morbo si fosse diffuso, avrebbe contagiato tutti gli abitanti della città.
Fortunatamente per loro, non dovettero preoccuparsi per molto. Dopo giorni di tremende sofferenze, qualcuno era entrato nella casa del malato e lo aveva soffocato nel sonno. Poi il corpo era stato portato in una fossa comune e i suoi averi bruciati.
Neanche ai ladri e agli assassini piaceva avere la peste in casa e fu bestemmiando di irritazione che bruciarono le ricchezze dell'uomo, che in altre circostanze avrebbero trafugato come sciacalli.
Ucciso a tradimento e gettato in mezzo ai criminali comuni. Una degna punizione per aver osato imbrogliare i Monaci della Montagna.
Quando, in una taverna, qualcuno rivelò a Baltak questa vicenda, egli rise di gusto e ingollò un boccale di birra schiumosa.

Recensioni

  1. “Se vi piacciono i romanzi avventurosi, ricchi di magia e colpi di scena, Il cuore di Quetzal non vi deluderà!” – Recensione su “Nel Cerchio del Tempo”

  2. “Assolutamente consigliato, è un fantasy particolare, scritto benissimo e che può piacevolmente stupirvi!” – Recensione su “Chicchi di Pensieri”

  3. “Scritto molto bene, è chiaro e con pochissimi errori; le scene d’azione, emozionanti e coinvolgenti, sono le vere protaginiste di questo romanzo, ma a volte rischiano di far finire in secondo piano la trama principale. Da apprezzare l’elemento della mitologia nordica, ben inserito e molto influente nello svolgersi della trama.” – Da Plaffy su Amazon

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