“Cranston & Crane” – Alessio Filisdeo

3.99

«L’odio ci ha permesso di perseverare e prosperare, di fronteggiare minacce che, disgiunti, non avremmo mai potuto scongiurare.»

 

Pagine: 430

Formato: Ebook, Cartaceo

Genere: Fantasy Contemporaneo, Gotico

Pagina autore

Copertina a cura di Cristiana Leone

Descrizione

“Cranston & Crane” è disponibile dal 17 novembre su:

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(novità: anche in formato “copertina rigida”!)

 

Alle soglie del XXI secolo, Cranston e Crane, spietati vampiri amalgamatisi al tessuto sociale moderno, regnano incontrastati sulla città di New Orleans, spalleggiati dall’insolente signorina Varens.
Violenza, denaro e corruzione li hanno elevati dal ruolo di vili mercenari a quello di oscuri Principi statunitensi. Tuttavia il prezzo del potere è stata la libertà, l’asservimento a un mostro millenario i cui complotti minacciano ora di distruggere l’utopistica tirannia dei due non-morti.
E mentre il futuro bussa alle porte dei dannati, un vecchio nemico risorge in cerca di vendetta, pronto a reclamare le teste dei Bastardi di Delilah…
Dopo “Fairfax & Coldwin”, celebrazione del romanzo gotico, Alessio Filisdeo ritorna con “Cranston & Crane”, un grottesco carosello degli orrori fatto di subdole maledizioni, tenebrose creature immortali e sordide macchinazioni.
Abbassate le luci. Mettetevi comodi. La resa dei conti ha inizio.

Informazioni aggiuntive

Estratto

PROLOGO

Due generazioni si erano succedute sui campi di battaglia. Innumerevoli vite consumate da una guerra di cui tanti, ormai, neppure rammentavano l’origine.
La Francia bruciava, sanguinava trafitta dalle frecce degli archi lunghi inglesi, devastata dagli zoccoli della cavalleria pesante di Riccardo II, figlio del Principe Nero.
Eppure quegli invasori non erano l’unico morbo che affliggeva le terre del Giglio, poiché la violenza aveva generato altra violenza, e la miseria che ne era seguita aveva dato carne allo spettro del conflitto civile.
Tempi bui quando giovani e giusti re cadono preda di veleni, assassinati da parenti e familiari in nome dell’avidità. Tempi disperati quando i nobili in arme, protettori del trono, disertano dandosi alla macchia, tramutandosi in vili briganti, vessando la propria stessa gente.
Morte. Solo morte per il tormentato regno dei Valois.
Un inferno per i più. Un inaspettato crogiuolo di opportunità per altri.
Quando il Bene cede il passo al Male, i demoni rigurgitati dagli abissi vorticanti dell’Acheronte tornano a calpestare la superficie terrestre, e quella notte di primavera dell’anno 1394 nessun diavolo del Cocito avrebbe potuto rivaleggiare coi due che se ne andavano al trotto per i sentieri sconnessi della Linguadoca.
Simili ma diversi. Di eguale razza, e appetito, ma distanti nello spirito.
Uomini, fuori. Dannati, dentro.
Il primo, in sella a uno scattante arabo pomellato, possedeva il portamento fiero di un gran signore, i lineamenti regolari, scarni sugli zigomi, d’un antico condottiero fiorentino. Era quello un volto da immortalare di profilo su una moneta d’oro, o sulla tela di un artista: maturo, sofisticato, ma pure sinistro, sagace e arcigno. Non uno dei suoi cordiali sorrisi riusciva a imporsi sulla doppiezza del suo sguardo; non un’amabile espressione riusciva a mitigare la serpentina scaltrezza degli occhi ramati.
Il secondo, di natura diametralmente opposta, montava un titanico sauro da battaglia, bardato e corazzato sì fittamente che menti impressionabili avrebbero potuto facilmente scambiare l’animale per un mostro leggendario. Il cavaliere, non da meno, era la personificazione della possanza e del vigore: alto, massiccio, dalle spalle ampie e l’atteggiamento grave. Il viso squadrato, di un’atterrente perfezione classica, degna d’un marmo greco, esprimeva il nulla, la medesima e sconfinata assenza di umanità che si sarebbe riconosciuta in un cadavere inanimato, uno dalle iridi talmente azzurre da provocare gli incubi.
Che si fosse mirato alla ricca cappa di seta del primo o all’armatura di piastre imbrunita del secondo, non avrebbe fatto alcuna differenza: l’ammirazione avrebbe ben presto ceduto il passo all’inquietudine, poiché esseri tali a quelli, pallidi come l’oltretomba e orrendamente indifferenti alla rovina che li cingeva, mai, neppure innanzi al più stolto del creato, avrebbero potuto reggere in maniera convincente la maschera della mortalità. E a dirla tutta, neppure sarebbero stati interessati a farlo.
«Mattanze indiscriminate, malattie purulente, fosse comuni, villaggi dati alle fiamme e, dulcis in fundo, spaurite vacche umane con cui banchettare fino alla totale sazietà.» declamò il dannato dai modi affettati lisciandosi la piuma di corvo del berretto floscio: «Caro messere, questa è l’era dell’abbondanza, e noi ci troviamo nell’epicentro della terra promessa, pronti a cogliere il dolce frutto sanguigno dei figli di Adamo.»
L’altro non replicò. Fiutava l’aria pari a un mastino da caccia, arricciando le narici mentre folate di vento, cenere e tizzoni ardenti gli frustavano la lunga chioma bionda, lasciata libera a drappeggiare la schiena.
«Desumo con forte disappunto che il vostro umore non sia affatto migliorato. Eppure non ne comprendo il motivo.» insistette la creatura: «L’Italia è alle spalle, e gli aragonesi e gli angioini con essa. Roma ci ha liberati dalla sua morsa. Firenze ha abbandonato le ricerche. Milano, lo ammetto, potrebbe conservare qualche rancore, ma i Cavaldi hanno mantenuto la parola, e la deprecabile Venezia che tanto turba i vostri operosi pensieri langue nella sua uggiosa laguna.»
«Se entri ancora nella mia testa ti cavo il cuore dal petto.»
«Vedete? È esattamente questo ciò di cui parlo. Perché mi dimostrate una tale ingenerosa ostilità? A me, proprio a me, che ho riscattato la vostra libertà col mio sudato conio.»
«Lo hai fatto perché ti serviva qualcuno abbastanza pazzo, o disperato, da combattere per te. Non avresti mai spezzato l’assedio di Esìli senza la mia spada, infido verme.»
«Le vostre parole mi feriscono.» e il tono del nobiluomo, spoglio di ogni fasulla cortesia, risuonò straordinariamente inesorabile. Era stato quel nome, Esìli, prim’ancora che l’insulto, a sortire il repentino cambio di umore: «Non pretendo di piacere alla vostra bizzosa persona, ma il rispetto… Quello lo pretendo!
Non vi ho fatto domande sul passato, o sui peccati che vi gravano addosso, ma se non fosse per me stareste ancora marcendo nelle segrete del Palazzo Magnificat. Per cui mi siete debitore. Di cinquecento scudi, e di una notevole dose di ansie, aggiungerei.
Finché non mi avrete ripagato almeno dell’oro, viaggeremo assieme, e questo è quanto. Oppure andatevene, se volete. Ma sì, andatevene! Non siete un uomo d’onore, come del resto non lo sono io. Ma se decidete di restare, e sino ad ora lo avete fatto, è bene che vi adeguiate alle comuni norme di un rapporto civile. Il che…»
«In culo alla civiltà.»
«… il che, prima di ogni altra cosa, prevede l’uso di un linguaggio adeguato alla compagnia e alle circostanze. Epiteti poco edificanti non saranno tollerati.»
Per la prima volta nelle loro rispettive esistenze, tutt’altro che povere di esperienze spiacevoli, i due mostri provarono un odio viscerale, quasi biblico. L’uno verso l’altro. E nella sua assoluta purezza, nella sua rara e sincera autenticità, fu una sensazione indescrivibilmente gradevole, appagante e frustrante all’unisono.
Il dogma, manifestatosi con la tempestività di una folgore divina, li ammoniva che mai, neppure davanti all’eternità, fianco a fianco, avrebbero trovato pace. E che fosse la benevolenza del Signore Iddio, scesa in terra per istruirli, o l’empia beffa di Lucifero, spurgata attraverso le fessure della Giudecca, essi seppero senza ombra di dubbio che un giorno, presto o tardi, si sarebbero distrutti vicendevolmente. Perché, come Caino e Abele, semplicemente non erano stati plasmati per tollerarsi.
«Ti conced… Vi concedo trenta giorni.» s’arrese il minaccioso cavaliere: «Parlaste di un ingaggio, tra queste terre. Di un morto in cerca di vendetta. E di una ricompensa. Lauta.»
«Così è.»
«Allora combatterò, e quando verremo pagati, io getterò sul vostro capo spiccato dal collo l’oro che mi chiedete in riscatto della mia immortalità. Giuro che ve lo lascerò portare nella tomba. E solo a quel punto io me ne andrò per la mia strada. Questo io vi prometto, Sanfelice.»
«Quello era il nome che usavo in Italia. Ora sono “Lacroix”, e accetto le vostre condizioni, sebbene mi riserbi il diritto di sopravvivere al nostro futuro scontro.»
«Sta bene.»
«Dal canto mio, quale nome devo adoperare per rivolgervi la parola?»
«Sarebbe meglio se non me la rivolgeste affatto.»
«In tutti questi mesi non vi siete degnato di darmi un solo appiglio in tal senso.» lo ignorò Lacroix.
«I nomi sono per i vivi.»
«I nomi sono per chiunque ambisca a vedersi onestamente, o disonestamente, retribuito dal suo prossimo.» giunse la secca replica: «Dunque? Nessun suggerimento?»
«Farò come voi. Ucciderò il prossimo umano che incontrerò sulla mia strada e ne prenderò il nome.»
«Il mio umano però era un nobile vassallo di Provenza.»
Ancora occhiatacce. Ancora sospiri di sfinimento.
«E sia.» acconsentì Lacroix: «Come volete. Vada per la praticità.»
Calò il silenzio. Esso perdurò, spezzato di tanto in tanto dal riecheggiante ululato dei lupi.
Il viaggio proseguì.
Le creature maledette percorrevano una contrada senza nome, una landa che come tante, a quel tempo e in quel paese, era stata cancellata dalle mappe, prima dalle incursioni degli inglesi e poi da quelle dei banditi. La boscaglia aveva reclamato le fangose viuzze prive di legge; le staccionate di legno che si erano fregiate di incorniciare vigneti e ginestre ora vantavano campi di sterpaglie, colonie di ratti famelici e insetti voraci dal ripugnante aspetto.
V’era tutt’attorno il puzzo dolciastro della decomposizione, l’aroma marcescente dei cadaveri denudati e derubati, e urla. Urla imperiture che si sollevavano all’orizzonte, vicine e lontane, assieme alle lingue incandescenti di un rogo.
«Quale coro paradisiaco. Lo sentite? È un canto di sirena, un’allettante promessa di ristoro dopo un cammino sì lungo e periglioso.»
«Mezzo miglio. Direzione nord est.» il laconico cavaliere fissò la fitta selva di alberi che li cingeva, nemmeno potesse vedervi attraverso: «Villici. Contadini. Ardono vivi.»
«Anche le donne?»
«Non tutte. Percepisco odore di umori. Sale. Lacrime.»
«Il sollazzo della concupiscenza.» applaudì felicemente Lacroix: «Speriamo che i ritti membri di quegli assassini durino abbastanza da permettere il nostro trionfale arrivo. Questi barbari hanno la deprecabile abitudine di sgozzare dopo aver stuprato, e sono stanco di divorare carcasse di povere bestie.» così, lamentandosi, diede di redini.
Aizzato alla corsa, il docile arabo scattò, seguito dappresso dal pesante sauro.
Erano ormai in vista del villaggio, un cerchio devastato di latrine a cielo aperto, casette di legno sfondate a colpi d’ascia e stalle date alle fiamme. I cavalli ivi intrappolati nitrivano terrorizzati mentre il fuoco divorava le loro criniere.
Dall’unico edificio di pietra, una chiesetta delle più umili, si levava il forsennato rintocco delle campane. Quasi lo s’immaginava, sulla sommità della torre, il curvo sagrestano in saio impegnato a manovrare corde e pulegge, fiducioso che il Signore accorresse in aiuto.
Un vero peccato che in ascolto vi fosse unicamente il tenebroso potere mentale di Lacroix.
Il dono dell’immortale saggiava i pensieri d’intorno saziandosi della disperazione, ridendo delle atroci perversioni. Non v’era mente in cui la malia del dannato non riuscisse a insinuarsi. Non esisteva coscienza su cui, volendo, non avrebbe potuto affermarsi mutandola di proprio capriccio.
Fu proprio questa inumana abilità a frenare la baldanzosa avanzata del suo possessore.
Lacroix arrestò la corsa del destriero, e prima ancora che una qualsiasi rimostranza potesse sollevarsi dal compagno, uno sparuto gruppetto di esseri umani fece capolino dal mite pendio della strada principale.
Bambini, fanciulle, vecchie ansimanti. Correvano a perdifiato, incalzati da una dozzina di briganti in sella a pezzati incattiviti dalle percosse.
«La fortuna ci arride, messer Senza Nome.» sogghignò Lacroix: «E mai libagioni hanno posseduto tempismo più invidiabile.»
In sintonia con le emozioni del padrone, o forse completamente dominato da esse, l’arabo s’impennò. Il candido animale rampante, accolto dalle indifese vacche umane al pari di un miracolo benedetto, si frappose tra giusti e corrotti, spezzando l’inseguimento dei banditi.
In circostanze ordinarie il pomposo dannato dalla lingua forbita si sarebbe goduto il brivido della caccia. Avrebbe ingannato, seviziato, tirato qualche fendente con lo stocco ingemmato che gli pendeva dal fianco, instillato il veleno nel molle cervello delle sue prede e, solo alla fine, consumato il banchetto. Ma quella non era una circostanza ordinaria. La fuga dalla penisola italica aveva reclamato un grave prezzo in termini di energie. Una lega in più percorsa sul suolo di Francia era una lega in più che lo separava dai suoi nemici, e i nemici di Lacroix non si lasciavano certo impensierire dalla distanza.
Le settimane di strenue cavalcate avevano altresì costretto a pasti frugali, e ormai la Sete, l’immonda fame del mostro, non poteva essere più quietata, né mitigata. Dunque, senza lasciar loro un istante per esternare il proprio stupore, che nientemeno che un damerino sbucato da chissà dove tentava di frapporsi sul loro cammino, il dannato s’avventò sui gaglioffi compiendo un balzo disumano.
Le ossute dita affusolate, sormontate da unghie affilate, trapassarono usberghi di maglia e corpetti di cuoio, lacerando la carne fino all’osso. Poi, tra l’orrore generale, la creatura da incubo gettò il capo all’indietro, spalancò le fauci in maniera serpentina e affondò i canini acuminati nel collo del povero diavolo in testa alla colonna.
Il sangue sgorgò copioso. Un getto violento di cupo cremisi schizzò negli occhi dei cavalli imbizzarriti, trangugiato avidamente a grandi sorsate dall’infernale zecca sotto spoglie mortali.
Innumerevoli grida si levarono alla notte.
«Vampiré!» strepitò qualcuno.
«Démon!» esclamarono altri segnandosi la fronte con la Croce.
Nessuno sopravvisse per narrare quella storia, neppure quelli che, senza colpo ferire, tentarono di darsi alla fuga. Come un’ombra maligna, Lacroix li braccò uno ad uno. Senza misericordia, riserva o turbamento.
E i bambini, e le fanciulle e le vecchie ansimanti, pietrificati dal truculento spettacolo, incapaci a staccare lo sguardo dallo spettro che faceva strage e pasto dei suoi nemici, disperarono in silenzio pregando l’Onnipotente.
Tutti tranne uno.
Un ragazzo appena. Poteva avere dodici inverni, forse tredici. Era stato lui a guidare la sua gente fuori dal villaggio.
Brandiva uno scudo circolare dall’araldica scrostata, e una spada rugginosa senza filo, ma non era un cavaliere. Non era uno scudiero né un guerriero. Non era nessuno. Solo l’ennesimo bastardo figlio di bastardi. Tuttavia, assieme all’angoscia, nel suo animo bruciava la volontà di sopravvivere, di proteggere quanti gli avevano affidato la vita. Era, la sua, una determinazione talmente forte che il mostro dalla corazza imbrunita, sino ad allora immobile e taciturno, ne sentì l’aroma.
«Chi sei tu?» gli domandò: «Perché non disperi davanti alla morte che cammina come i tuoi simili?»
Il ragazzo deglutì, ma la sua postura tesa non perse d’intensità. Al contrario, la presa sulla spada si rinsaldò, e lo scudo salì a protezione della gola: «I Mauthier non temono il Maligno.» biascicò umettandosi le labbra secche: «I Mauthier hanno Dio dalla loro parte.»
Il dannato biondo guardò alle spalle del mortale. Si sporse a destra e a sinistra, voltandosi indietro: «Io vedo solo te, piccolo uomo, con la tua lama smussata, e il dubbio nel cuore.» lo fissò intensamente, soppesandolo dentro e fuori: «Sei troppo stolto per questo mondo, ma hai coraggio, e il coraggio merita di essere tramandato.» smontò da cavallo atterrando in uno strepitio di clangori metallici: «Mauthier.» pronunciò: «Mauthier.» scandì saggiandone il suono corposo: «Mauthier.» concluse rivolgendo al giovinetto le iridi glaciali, pregne d’infausti presagi: «Onorerò il tuo nome.»
Ancora grida.
Non sarebbero state le ultime.

Recensioni

  1. Marco “Frullo” Frullanti

    Forse i due vampiri alla fine, sono più umani di noi.

    Nonostante la loro brama di sangue.

    Nonostante il loro atavico bisogno di potere.

    Nonostante a volte siamo pedine consapevoli e orgogliosa di chissà quale arcano progetto.

    Un libro godibile meraviglioso e scorrevole.

    Letto d’un fiato, e amato, in ogni sanguinosa pagina.

    Recensione su “Les Fleurs du Mal

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