Un avvocato londinese impeccabile, con il Patek Philippe al polso e la tazza di tè sempre pronta, che davanti a una fotografia vecchia di vent’anni risponde scherzando: «Sono un immortale!». Peccato che la battuta sia più vera di quanto lui voglia ammettere. Comincia così Il Mago di Bywater Street di Brandomauro, e fin dalla prima scena sa già come prenderci per la gola.

Aaron Chapman lavora allo studio Harrison, ma la cliente che bussa alla sua porta non cerca una consulenza legale. Mrs. Collins ha ereditato dal padre, ossessionato dai circoli di pietra, una profezia: sua nipote Patricia, al compimento dei sedici anni, sarà reclamata dall’oscurità, e solo l’uomo della fotografia potrà salvarla. Il resto lo scopriamo insieme ad Aaron, tra flashback che ci portano alle Orcadi, a Merlino, alla Dama del Lago e a un padre ingombrante che i Normanni chiamavano Loki.

La struttura funziona bene: il presente è in terza persona, il passato in prima e in corsivo, e il passaggio dall’uno all’altro regala ritmo e due voci distinte. Il vero punto di forza è il contrasto: da una parte una Londra concretissima (Notting Hill, Ladbroke Grove, il Bethlem, il traffico dell’ora di punta), dall’altra magia antica, maghi, golem e menhir che sembrano guardarti. Il mito arturiano non sta in una teca: gira in Mini Cooper e sorseggia il tè.

Merita una menzione il cast di contorno. La governante Miss White, elegante e dal fascino quieto; i gargoyle Resus e Zeltar, tenerissimi e bruschi; Zachary il Corvo, che ha un rapporto complicato con le proprie ali. Sono loro a regalare quel pizzico di ironia che alleggerisce un impianto tutt’altro che leggero.

Sotto la patina fantasy, poi, c’è un’indagine vera e propria, fatta di dialoghi serrati, segreti di famiglia, internamenti, ricatti e pub dal nome poco rassicurante. I quattordici capitoli, da “Aaron” al “Dolmen di cristallo”, alternano pause investigative e scene d’azione, e il finale chiude i conti principali lasciando però un filo aperto.

Un limite? L’avvio è fitto: nel primo capitolo la mitologia arriva a getto continuo (Avalon, Nimue, Morgause, Loki…), spesso affidata ai dialoghi, e chi non mastica un po’ di materia arturiana può sentirsi spaesato. Ma l’indagine che prende quota nei capitoli successivi aiuta a rimettere ordine.

In conclusione: un urban fantasy dal respiro lungo (oltre 400 pagine), ambientato in una Londra credibile e abitato da personaggi che si fanno voler bene. Ideale per chi ama i miti britannici, i misteri di famiglia e i protagonisti con un passato più grande di loro. Da gustare con una buona tazza di tè (Whittard, ovviamente).

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