“Valerie Sweets – La gente mi chiede perché bevo” – Manuel Marchetti

“Valerie Sweets – La gente mi chiede perché bevo” – Manuel Marchetti

0.99

Prendete una dose di thriller, un’altra di fantasy, un pizzico di horror e una spolverata di comico. Aggiungete poi whiskey. Abbondante.

Pagine: 188

Prezzo: 0.99€

Genere: Urban Fantasy, Thriller

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Estratto Gratuito

II Parte – I Supereroi non esistono

III Parte – Un Destino già Scritto

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Descrizione

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“La gente mi dice «Smetti di bere o ci resterai secca!». 
Se solo sapessero cosa devo affrontare, saprebbero che ho ben più possibilità di essere uccisa da altro, non da degli stupidi e innocui alcolici, che non mi hanno mai fatto male. O quasi.”

Dura la vita per Valerie Sweets, tenente nella Polizia di Cold Hill che ogni giorno deve tenere a bada criminali e maniaci. È proprio per questo che beve, e tanto: per dimenticarsi delle pallottole, sparate e ricevute, e per cacciare via i fantasmi. Ed è proprio al Rusty Bar, il posto dove ama sbronzarsi, che inizieranno le grane serie per Valerie, che stavolta non si troverà contro i soliti scagnozzi e gangster, ma un nemico ben più temibile…

Sangue, sacrificio e tanti bossoli sul pavimento: questi sono gli ingredienti di “Valerie Sweets – La gente mi chiede perché bevo”, che vi introdurrà al caratterino dell’omonima protagonista, una “sbirra buona” con il vizio del whiskey e la cattiva abitudine a trovarsi in mezzo a storie più grandi di lei. Così, in questo primo capitolo della sua trilogia, Valerie vi racconterà le sue disavventure tra gang di farabutti vendicativi e colleghi troppo premurosi, ma addirittura fotografie che predicono il futuro e la consapevolezza che c’è qualcuno che non vede l’ora di raggiungere il nostro mondo per farlo diventare un vero inferno.

Non è il solito poliziesco, non è il solito fantasy, la storia di Valerie Sweets è entrambe le cose e molto di più. La volete scoprire? Preparatevi un bel bicchiere di roba forte, ne avrete bisogno… o altrimenti offritelo a lei, non rifiuterà.

 

Informazioni aggiuntive

Anteprima

CAPITOLO I
Come inizia la mia storia? Al bancone di un bar, mi sembra abbastanza ovvio.
Perché si sa, nessuna grande storia è mai iniziata con qualcuno che mangia un’insalata.
C’ero io, una bottiglia di whiskey quasi vuota, un bicchiere mezzo pieno e mille pensieri che mi attraversavano il cervello, pesantemente annebbiato dai fumi dell’alcol. E la cosa si ripeteva quasi tutti i giorni da qualche mese, ma al tempo mi sembrava di non avere alternative, tutte le strade mi portavano al bancone del bar a sbronzarmi.
La mia visuale era tutto tranne che ferma. Mi sembrava di essere su una nave che solcava il mare aperto e tranquillo, con una lieve ondulazione, niente di più.
E non ero su una nave, ero seduta su uno sgabello con i gomiti appoggiati al bancone, quindi la mia visuale non doveva affatto ondeggiare. Ma sapevo perché stava accadendo: con tutto quel whiskey che mi ero bevuta quell’effetto era il minimo che mi potesse capitare, ma ne ero sempre sorpresa, e anche affascinata, quando accadeva.
Restai diversi minuti ad osservare un punto indefinito, facendomi cullare dalle onde causate da quel mare di alcol, cancellando tutto quello che mi era successo in quel periodo burrascoso e tutto quello che mi stava attorno.
Non che attorno a me stesse accadendo nulla di particolare interesse, visto che il bar era quasi vuoto; al bancone non c’era nessun altro a parte il barista, un uomo sulla cinquantina un po’ in carne e coi capelli brizzolati di nome Carl. Gli altri clienti, un gruppo di ragazzi, erano lontano da me, impegnati a giocare ad uno dei tavoli da biliardo presenti. Il Rusty Bar era un bel locale, molto grande, con un’ottima scelta di alcolici (per la mia felicità), in più aveva una grande quantità di intrattenimenti come quattro tavoli da biliardo, un mezza dozzina di slot machine e alcune postazioni per le freccette, con le quali a volte mi dilettavo, almeno finché ero in grado di lanciarne una senza rischiare di uccidere qualcuno. In più il barista era molto cortese e amichevole, sapeva bene come trattare i clienti.
Era già da qualche settimana che avevo scoperto quel bar e non avevo più cambiato posto, in fondo mi trovavo bene ed era vicino al mio appartamento, quindi potevo raggiungerlo a piedi e barcollare ubriaca verso casa senza correre nessun rischio, per me e per chi mi sta attorno.
Carl, vedendomi spesso, aveva provato ad attaccare bottone con me; non che ci provasse, ci mancherebbe, ma giusto per fare quattro chiacchiere da bravo barista. Ma con me cascava davvero male e rispondevo sempre con monosillabi e poche altre parole: non ero in vena di nuove amicizie, e credo che anche lui se ne fosse accorto, visto che il nostro rapporto si era ridotto ai saluti, all’ordinazione di quello che volevo bere e al pagamento.
Questo però non gli impediva di farmi la solita domanda: «Perché bevi così tanto?». Un paio di volte ho cercato di liquidarlo con qualche grugnito e poche altre parole, ma una sera invece l’ho zittito prendendo il mio distintivo e sbattendolo sul bancone.
«Questo dovrebbe rispondere a parecchie delle tue domande. Su chi sono… cosa faccio… e soprattutto sul perché bevo…» Carl annuì, passando lo sguardo dal distintivo ai miei occhi.
«La vita del poliziotto è dura, specialmente qua a Cold Hill. Questo lo so. Ma comunque non dovresti bere così tanto». Sentite quelle parole risi distogliendo lo sguardo.
«Sei il primo barista che invita un cliente a bere di meno…»
«Certo, perché se vai avanti così le strade sono due: o crepi, o ti licenziano se ti scoprono. In entrambi i casi perderei un’ottima cliente!». Finita la frase mi fece un largo sorriso e strizzò l’occhio. Sorrisi pure io indicandolo col dito indice.
«Bella risposta Carl, bella davvero…»
«A parte gli scherzi, datti una regolata. È un consiglio da amico». Disse appoggiandomi una mano sopra la mia. Ci fissammo per qualche secondo poi si allontanò. Da quel giorno non mi chiese più perché bevessi così tanto e continuò a servirmi ogni goccia di alcol gli chiedessi senza obiettare.
Per quella sera avevo ondeggiato abbastanza e chiusi gli occhi scuotendo la testa, sentendo il cervello che sbatteva a destra e a sinistra nella mia scatola cranica, dandomi una sensazione non proprio piacevole. Decisi che dovevo fumare una sigaretta e frugai nella tasca del giacchetto di pelle che indossavo, lo stesso che avevo in quella dura giornata lavorativa.
Grazie al cielo essendo tenente di una squadra anticrimine non avevo più l’obbligo di indossare la divisa e potevo vestirmi come preferivo; indubbiamente cercavo di mantenere una certa sobrietà nel vestire, ero già abbastanza stravagante per essere un’ufficiale e non volevo far alterare il capitano Simmons più del dovuto. Ma non potevo dargli torto, ero sempre un tenente di polizia. Di conseguenza la mia divisa comprendeva giacche, camicie o maglie sempre di colori scuri, e soprattutto pantaloni e jeans perché le gonne mi sono scomode: affrontare una sparatoria in gonna è l’ultima cosa che voglio provare. E niente scarpe col tacco, non le sopporto, preferisco di gran lunga stivali e anfibi.
Ero nella polizia già da una dozzina d’anni e spesso mi fermo a pensare come abbia fatto a durare così tanto. Non è stato per niente facile all’inizio, mi guardavano tutti come se avessi la peste. Un po’ perché sono una donna, ma credo più che altro a causa del mio stile vagamente dark/gotico, che senza alcun dubbio è poco consono ad un agente di polizia. Eppure ho portato la divisa per tanti anni senza battere ciglio, abbandonando anche il trucco vistoso e smalto nero per rispettare le regole imposte. Ma finalmente non sono più un’agente comune e mi posso permettere qualche libertà in più per quanto riguarda trucco, smalto e indumenti, e questo ovviamente ha sempre scaturito le ire di tutti i miei superiori. Ma per fortuna sono riuscita a far capire che quel che conta è come sei dentro e quello che sai fare, non come ti vesti o come ti mostri. In fondo lo dice anche il proverbio, l’abito non fa il monaco. Ovviamente non vado in giro truccata come il Corvo e non indosso il chiodo con gli spuntoni, ma un po’ di trucco scuro e il mio giacchetto di pelle non me li toglie nessuno. E poi ho superato i trenta già da qualche anno, il periodo da ragazza alternativa è passato da tempo.
Certo, credo che se fossi una sbirra qualunque i miei superiori avrebbero già preso dei provvedimenti, ma il fatto è che non sono affatto una sbirra qualunque. Tutti hanno imparato a rispettarmi quando ho iniziato a dimostrare quello che valgo: non è per vantarmene, ma sono davvero una brava sbirra, il mio lavoro lo so fare bene. Forse è l'unica cosa di cui posso andare fiera in tutta la mia vita. E ne è la prova il fatto che ho raggiunto il grado di tenente di una squadra speciale anticrimine, sono conosciuta e stimata in tutto il distretto.
Ma la mia fama di ragazza oscura non mi ha abbandonata, anche dopo tanti anni: alcune reclute mi chiamano tenente vampira, anche se non indosso corpetti di pelle, mantelli lunghi e non mordo il collo alla gente. Ma alla fine non mi importa, possono dire quello che vogliono.
Presa la sigaretta mi accorsi che era l’ultima: stritolai il pacchetto e lo gettai sul bancone poco lontano dal mio bicchiere e dalla bottiglia di whiskey che mi ero fatto lasciare da Carl. Tenendo la sigaretta in bocca attivai il mio zippo argentato reggendolo con entrambe le mani: nello stato in cui ero sarebbe stato difficile farlo con una mano sola e, nonostante fosse solo uno stupido zippo, sembrava pesasse una tonnellata. Una volta accesa la sigaretta chiusi gli occhi abbassando il capo e facendo dei piccoli tiri, mentre il mio viso si immergeva nel fumo.
«Ehi! Valerie!». Qualcuno mi stava chiamando… ma era troppo faticoso rispondere, era troppo faticoso alzare la testa e aprire gli occhi…
«Valerie!». La persona alzò la voce facendomi sobbalzare e socchiudendo gli occhi vidi che non era altro che Carl il barista.
«Che cazzo vuoi Carl…» Chiesi con la voce impastata.
«Non puoi fumare qui dentro, lo sai!». Disse indicandomi col dito. Io sorrisi tenendo la sigaretta tra i denti.
«Andiamo… sono o non sono la tua cliente preferita…»
«Anche se lo sei non hai il permesso di fumare qui dentro! Se mi beccano mi fanno il culo a quadri!».
«E chi ti può beccare, la polizia?». Dissi sempre con la sigaretta in bocca, alterandomi e allargando le braccia; presi il distintivo mostrandoglielo. «Io sono la polizia e io decido che devo fumare. Se arriva qualche mangia-ciambelle che vuole farti il culo a quadri sarà sicuramente di grado inferiore al mio, quindi il problema non c’è. Ora lasciami finire questa sigaretta in pace…» Conclusi distogliendo lo sguardo.
«Forse non te ne sei resa conto, ma hai chiamato i tuoi colleghi mangia-ciambelle. Di solito i poliziotti non odiano essere chiamati così?».
«Certo, però solo se ti piacciono le ciambelle. A me fanno schifo quindi posso chiamare gli altri sbirri mangia-ciambelle quanto voglio, specialmente quando fumo o bevo e qualcuno di questi volesse fermarmi!…» Nell’esporre la frase gesticolai vistosamente, rischiando di perdere l’equilibrio e cadere dallo sgabello, ma riuscii ad aggrapparmi al bancone per evitare il peggio. Conclusi espirando una grossa dose di fumo.
«Sei proprio incorreggibile…»
«Vedo che inizi a conoscermi… E poi lo sai bene che non verrà nessuno a controllarti e non sto dando fastidio a nessuno, ci sei solo tu e quei ragazzi laggiù! O forse aspetti un bambino e non posso fumarti accanto?». Chiesi indicando il suo ventre sporgente.
«Lasciamo perdere…» Concluse scuotendo la testa e allontanandosi.
«Che rottura… con tutti i soldi che gli porto deve pure lamentarsi se fumo…» Grazie al cielo non tornò più e riuscii a fumarmi la mia sigaretta in pace, tra un tiro e un sorso di whiskey. Consumai quella sigaretta il più possibile, facendola arrivare quasi al filtro, quindi la spensi contro la bottiglia bruciacchiando l’etichetta e lasciandola cadere nel posacenere.

Recensioni

  1. Marco “Frullo” Frullanti

    “Un urban fantasy decisamente sopra le righe, che spesso si carica di un’ironia dissacrante e di scene sui-generis. Tutti gli episodi si susseguono mettendo in scena la tragedia dell’alcolismo e la comicità delle situazioni in cui il whiskey trasporta Valerie Sweets” Recensione su “ZeroOttoNove”

  2. Marco “Frullo” Frullanti

    “Ironico, caustico, pungente, senza peli sulla lingua, colorito (quando ci vuole, ci vuole), nudo ed essenziale è il linguaggio che l’Autore mette sulla bocca della narratrice-protagonista” “Recensione su “Chicchi di Pensieri”

  3. Marco “Frullo” Frullanti

    “Scorrevole, a tratti frenetico e pieno zeppo di trovate che vi faranno sogghignare.
    Questo primo volume di Valerie Sweets non pretende nulla più che intrattenere il lettore, e proprio in questa sua onestà, percepibile fin dal primo capitolo, sta la formula vincente.” – Da Ale su Amazon

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