Danganronpa – Trigger Happy Havoc: simpatici omicidi tra studenti

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Le Visual Novel, il formato narrativo che si pone a metà strada tra romanzi e videogiochi ed è basato sull’evoluzione della trama in base alle scelte del lettore, di solito hanno come tema principale quello romantico (o erotico, in vari casi!). Ci sono però state VN di successo basate sull’investigazione, come la serie Ace Attorney, sull’horror, come Zero Escape, o sull’umorismo demenziale, come Hatoful Boyfriend. Perché non mischiare tutto insieme appassionatamente, allora, creando qualcosa di inedito, delirante e con uno stile del tutto unico? È ciò che hanno pensato alla Spike Chunsoft, e il risultato è questa VN dal titolo bizzarro e cacofonico: Danganronpa – Trigger Happy Havoc.

Il variopinto – letteralmente – cast di Danganronpa

In realtà, a una prima occhiata, verrebbe da pensare, più che a qualcosa di originale, a un’operazione di riciclo bella e buona, a danni di varie storie di successo degli ultimi anni. Il presupposto narrativo – quindici studenti si ritrovano chiusi in una scuola, e l’unico modo per “diplomarsi” è di uccidere un loro compagno e passarla liscia – e i toni lugubri non possono non ricordare Battle Royale (o, se non sapete che roba sia, il suo quasi-clone in chiave Urban Fantasy, cioè Hunger Games). L’ambientazione scolastica e le parti in stile “gioco di ruolo” sembrano prese di peso dalla serie di JRPG Persona. Il “processo  di classe” che segue la scoperta di ogni crimine deve molto a Ace Attorney. L’orsetto psicotico Monokuma che assume il ruolo di “preside” dell’istituto Hope Academy (e, garantisco, ve ne farà passare delle belle) rimanda palesemente all’Enigmista di Saw. E questi riferimenti sono solo i primi che mi vengono in mente. Quindi Danganronpa è un semplice copia-incolla di elementi presi altrove, senza una propria “anima”? Decisamente no…

Attenzione: Monokuma sta agli orsetti come Pennywise sta ai clown…

Anche di questo, basta poco per accorgersene. Per essere un cocktail di elementi apparentemente disparati, Danganronpa almeno li mescola bene, a differenza di altri “drink”. E il risultato ha un sapore unico. Ce ne accorgiamo già dalla delirante introduzione, che ci presenta un cast di personaggi alquanto eclettico, ognuno con un registro linguistico tutto suo, e ne abbiamo la conferma appena possiamo girare liberamente per le strampalate e piuttosto inquietanti sale dell’istituto, che restituiscono un bizzarro ma riuscito mix (ancora!) di 2D e 3D.
All’interno di un medium ancora relativamente inesplorato come quelle delle visual novel, la commistione di generi narrativi apparentemente incongrui tra loro appare azzardata, ma, col senno di poi, decisamente riuscita. Questo anche per merito dell’apparente accozzaglia di personaggi che accompagnano il percorso di sopravvivenza della scuola dell’anonimo protagonista Makoto Naegi, che a loro volta spesso rivelano un lato nascosto e inquietante della personalità: se il cinico e sagace ereditiero e la brillante giocatrice d’azzardo vestita da gothic lolita si rivelerano preziosi nelle sezioni di investigazione, il panciuto maniaco scrittore di fanfiction e la nerboruta e minacciosa lottatrice faranno la differenza nei momenti più comici… o anche drammatici?

Alla fine della fiera, dopo oltre 20 ore di gioco (quasi tutte passate leggendo  dei dialoghi, e in parte esplorando i meandri dell’istituto) che passano in un battibaleno, è facile capire quale sia il vero punto forte di Danganrompa, che lo ha portato a 6 anni dalla prima uscita in Giappone a diventare un fenomeno cult internazionale con tanto di due sequel, uno spin-off e una seria animata: il ritmo serrato e ben bilanciato. Certo, alla Spike Chunsoft hanno abbondato con le esche interpretative e i più classici stratagemmi per aumentare la tensione: nei momenti di “vita scolastica” relativamente tranquilli, arriva un punto in cui inizia a succedere qualcosa di imprevisto, che stimola le paranoie nel protagonista fifone, e che puntualmente prepara all’escalation di tensione fino al “fattaccio” e al processo che ne segue: tolto il primo caso, in cui l’assassino è evidente dall’inizio delle indagini, ogni altra investigazione, come i conseguenti processi, sono accompagnati da piste false e colpi di scena a profusione.

Se a un certo punto ci rendiamo conto, con nostro stesso orrore, che nei momenti di relativa calma non vediamo l’ora di scoprire chi sarà il prossimo studente a lasciare le penne, e in che modo, verso la fine della storia gran parte del fascino sta nel ribaltare le ultime bugie, nello scoprire i colpevoli degli omicidi e, soprattutto, la verità dietro la Hope Academy, parzialmente anticipata da tutta una serie di indizi che sembrano rivelatici apposta da quell’orsacchiotto bastardo che porta avanti i giochi. È davvero difficile commentare la trama senza spoilerare, visto che si basa su una serie di rivelazioni progressive e colpi di scena, ma uno dei temi di fondo è evidente dal principio: la moralità umana in tutte le sue sfumature. Si può infatti dire che nessuno dei personaggi sia veramente buono, e nessuno sia veramente cattivo: tutti hanno la potenzialità di diventare vittime oppure carnefici a seconda della circostanze. Roba tosta, insomma…

Tra le scene più epiche (e più assurde…)

Tra la ricca fauna di (casi) umani, è in ogni caso evidente che la vera star sia proprio Monokuma, lo scarsamente adorabile e alquanto detestabile plantigrade che conduce i giochi e la cui costante depravazione si contrappone a quella lagna del protagonista (tra i punti deboli del gioco, almeno a mio giudizio). A dirla tutta la persistenza di un umorismo demenziale non sempre appropriato, di frequenti battutine sconce (e, in certi casi, di inquadrature dei personaggi femminili che scadono un po’ nel fanservice), oltre al persistere di certi riferimenti alla cultura pop giapponese, rendono Dangaronpa una visual novel “per molti ma non per tutti” (dato che parliamo pur sempre di omicidi efferrati e atmosfere spesso e volentieri tendenti all’horror, non è nemmeno adatto ai più giovani e ai più sensibili). Per come la vedo io, è tra gli esempi meglio riusciti di come le Visual Novel possano raccontare una trama non originalissima in maniera del tutto coinvolgente mantenendo uno stile del tutto peculiare, grazie anche a un reparto audio-visivo molto curato. Però, sappiatelo: dopo averlo provato, non riuscirete mai più a vedere un orsetto di pezza come una volta…

By |2017-06-29T18:44:51+00:00gennaio 25th, 2017|Recensione, Visual Novel|0 Commenti

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Editore, "smanettone di internet" e consulente di marketing editoriale. Mi occupo di tutto quello che gira intorno ai libri digitali, le visual novel e gli altri ibridi tra letteratura e tecnologia.

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