“Rosso è il Colore del Destino” – Roberta Fierro

Prodotti Fantasy “Rosso è il Colore del Destino” – Roberta Fierro

“Rosso è il Colore del Destino” – Roberta Fierro

3.99

“Non rinunciare mai ai tuoi sentimenti. E se troverai qualcuno in grado di farti sentire te stesso, promettimi che lo proteggerai anche a costo della vita. Perché ricordati… l’amore è la forza più grande che esista”.

Pagine: 270

Formato: Ebook e Cartaceo

Genere: Urban Fantasy/Fantasy Romantico

Profilo dell’autrice

Categoria:

Descrizione

“Rosso è il colore del destino” è disponibile su:

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Cartaceo disponibile su:

 

Nonostante appartengano a due mondi diversi, il destino ha scelto di farli incontrare. Così diversi eppure così simili.
Lei, Erin, porta con sé ricordi dolorosi e la voglia di aiutare sempre chi ne ha bisogno. Lui, Calix, è cresciuto nella rabbia ma scoprirà che lasciarsi andare alle emozioni può cambiare tutto.
Riuscirà Erin ad accettare e comprendere la vera natura di Calix? Ce la farà quest’ultimo a vincere le sue paure e inibizioni? E riusciranno, i due, a opporsi a una sorte inquietante che sembra minacciare la loro stessa vita?Nella prima parte della duologia Urban Fantasy “Rosso è il colore del Destino”, Roberta Fierro non racconta solo di un amore apparentemente impossibile, ma anche di due mondi in apparente opposizione tra di loro, ma entrambi legati… da un filo rosso indissolubile.

Informazioni aggiuntive

Estratto

Calix.

Ero solo un bambino quando ho perso tutto ciò che avevo di più caro.
I miei genitori furono uccisi in guerra, e da allora sono cresciuto contando soltanto sulle mie forze.
Non potrò mai dimenticare le ultime parole che mio padre mi disse: “Non preoccuparti Cal, presto saremo di nuovo tutti insieme”.
Quel “presto” non arrivò mai.
Se ne andarono esattamente quindici anni fa; un attacco a sorpresa del nemico sterminò un intero battaglione.
Quando un Cavaliere bussò alla porta e mi tese una piccola busta nera, capii subito di essere diventato un orfano.
Ero solo. Solo in una vecchia casa intrisa di ricordi.
A volte, nei giorni di pioggia, mi sembrava di udire ancora la voce della mamma che instancabilmente mi urlava di rientrare prima che la coda s’inzuppasse d’acqua e fango.
Risi a quel pensiero e tornai al presente.
“Bene, carissimi Aspiranti! Tra una settimana avrete la vostra chance di entrare a far parte dell’Ordine dei Cavalieri, al cospetto di sua altezza Re Blake!” Un grido di approvazione si levò nella sala.
“Questo entusiasmo mi rincuora, ragazzi! Spero di avervi insegnato a essere dei valorosi Cavalieri!” Maestro August mostrò una lieve emozione, ma si ricompose nel giro di pochi istanti.
I Cavalieri di Re Blake erano tutti così. Freddi, composti, insensibili e schietti.
Somigliavano a delle statue di bronzo, prive di qualsiasi emozione.
Col tempo anche noi Aspiranti eravamo diventati così. Avevo imparato a non temere nulla.
Il buio che mi terrorizzava da piccolo, si era trasformato in rabbia.
La stanchezza si era tramutata in voglia di combattere, di squarciare i nemici e di lavare via il sangue dai miei artigli.
La pietà era scomparsa lasciando in me solo distruzione.
La solitudine era l’unica emozione di cui non ero ancora riuscito a liberarmi. La definivo la mia personale “maledizione”.
Prima o poi avrei mandato via anche quell’ultima pecca. I sentimenti non erano altro che debolezza.
Mi ero allenato per più di quattro anni. Quattro anni di grida, ferite e punizioni.
I Cavalieri avevano plasmato i nuovi Aspiranti, placando ogni possibilità di ribellione.
Eravamo cani con un guinzaglio invisibile stretto intorno al collo. Se avessimo provato a tirare un po’ la corda saremmo finiti inevitabilmente senza testa.
Ma ormai era troppo tardi per i ripensamenti.
Avevo deciso di diventare un Aspirante per non dover più tornare in quella vecchia casa sostenuta solo dai ricordi.
Volevo diventare a tutti i costi un Cavaliere del Re per riscattare la mia razza: i Kitsune.
Dopo la morte dei miei genitori ero l’unico Kitsune rimasto in vita e pertanto avevo un grosso fardello da portare sulle spalle.
I demoni di Thenna non sopportavano quelli come me.
Da bambino i compagni di classe mi tiravano le orecchie da volpe e calpestavano la mia setosa coda. Ma la parte peggiore era che persino le maestre mi guardavano con disprezzo; come se la mia esistenza fosse completamente inutile.
La mia infanzia aveva lasciato una cicatrice enorme sul mio petto, una ferita che non smetteva mai di sanguinare.
“Calix! Ehi, mi senti?” Alzai lo sguardo e intravidi gli occhi infuocati di Iron. “Che cosa vuoi?” Risposi gelido.
“Eri sovrappensiero, tutto bene?”
“Non ho bisogno delle tue premure!” risposi secco.
“Scusa, non volevo essere di disturbo…come sei scorbutico!”
“Sei di disturbo, sì. Quindi togliti dai piedi!”
Il ragazzo assunse un’espressione sconcertata e si dileguò fuori dall’aula.
“Dovresti smetterla di fare la volpe cattiva, Cal”.
Girai la testa e lo vidi. “E tu da dove salti fuori, Elihan?”
“Ti stavo osservando”.
“Sono il tuo nuovo passatempo?” Gli feci un mezzo inchino col sorriso beffardo.
“Non dire sciocchezze. Se volessi un passatempo mi troverei una donna!”
Accennai un sorriso malizioso e mi avviai all’uscita.
“Voglio svelarti un segreto, volpe”.
“Piantala di chiamarmi così! Sei snervante!” Era vero, mi dava ai nervi.
“Ma come siamo suscettibili!”
“Se hai qualcosa da dire, dilla e vattene. Devo andare agli alloggi a farmi una bella doccia!”
“Oh! Allora anche le volpi si lavano! Sai? Girano tante voci sui Kitsune!”
“È incredibile come un’unica persona come me scateni il chiacchiericcio di un Regno intero, non trovi?” Scrollai le spalle.
Elihan sembrò ammutolirsi.
“Allora, cosa volevi dirmi?” Mi fermai di botto e lo guardai di sbieco.
Quella mattina Elihan sembrava alquanto su di giri, lo avevo notato dai suoi occhi vividi e dalle labbra curve in un perenne sorriso.

***

Lo avevo conosciuto il primo giorno di addestramento.
Lui era un Cavaliere di secondo livello, ma a mio parere non aveva niente da invidiare a quelli del primo.
In questi quattro anni era stato l'unico a trattarmi come un demone qualunque, come se la mia coda e le mie orecchie non fossero mai esistite.
Avevo visto Elihan in azione più di una volta, e il modo elegante con cui sconfiggeva i suoi nemici mi aveva lasciato a bocca aperta.

***

“Mi ascolti quando parlo?”
“Sì, hai appena detto che vuoi svelarmi un segreto… sto aspettando!” sbottai.
Il demone di giovane aspetto mi arruffò i capelli e mi diede una pacca sulla spalla. Poco dopo sentii il suo fiato sul collo e m'irrigidii. “Non permettere che ti cambino, Cal. In altri luoghi, i sentimenti sono l'unica forza che hai”. Mi scostai velocemente e lo colpii con la coda.
“Ehi! Che ti prende?” Esclamò lui con espressione contrariata.
“Che razza di segreto è? Ho rinunciato a ogni tipo d'emozione molto tempo fa. Thenna è l'unico luogo in cui vivrò, è la mia casa. Per cui non m'interessano queste stupidaggini!”
“Spero non sia troppo tardi…”
“Per cosa?” Lo guardai curioso.
“Niente. Devo andare. Ci si vede in giro, volpe!” Gli diedi un'ultima occhiataccia, poi balzai fuori da una finestra e mi dileguai tra gli alberi.

Cosa avrà voluto dire con quelle parole? Parlare di sentimenti con me?
Credo di aver perso il significato di quella parola da quando sono diventato un Aspirante. Dopotutto lo sapevo che per ottenere qualcosa avrei dovuto rinunciare a qualcos'altro.
“Comprate queste mele! Sono le migliori di tutta Thenna!” Mi soffermai alla bancarella della frutta.
“Quanto costano, signora?” Chiesi gentile.
“Ohh… ma quella che indossa è una divisa speciale, vero?”
“Sono un Aspirante” dissi fiero.
“Wow! Allora per lei farò un'eccezione…” La piccola signora si affacciò dal bancone e notò la mia coda. “Ah… per oggi niente sconti, mi spiace”.
Tirai fuori gli artigli e afferrai una mela rossa. “Ne prenderò solo una, tenga”.
Le porsi una moneta ma la rifiutò con disgusto. “Non accetto soldi da mani insanguinate. Vattene!” La vecchietta prese un grosso bastone e provò a colpirmi. Bloccai la sua arma a mezz'aria e la lanciai lontana.
“Arrivederci” sussurrai infine.
È sempre la solita storia, pensai. Non potevo neanche comprarmi del cibo senza essere aggredito.
“Non è colpa tua, Cal”. Sul ciglio della strada c'era Elihan.
“Ancora tu? Che ci fai qui?” A volte la sua presenza mi esasperava.
“Nulla. Ammiro il paesaggio”.
“Oh sì, il mercato offre un gran belvedere, ma va!”
Svoltai a destra e cominciai a correre. Mi piaceva sentire il vento tra i capelli e quando correvo ero così veloce da non distinguere più le forme delle strade.
“Da cosa stai scappando?!” Elihan aveva preso le sue vere sembianze e con delle enormi ali nere stava seguendo il mio percorso. Mi fermai senza preavviso e mi rifugiai in una piccola locanda.
Presi posto in un angolo e ordinai da bere. “Non hai risposto alla mia domanda”. Elihan era seduto proprio alle mie spalle. “Non stavo scappando, avevo solo voglia di correre” risposi di getto.
“Uhm… se lo dici tu”. Ordinò anche lui una birra e si accomodò al mio stesso tavolo.
“Oggi sei strano. Perché mi segui?” Osservai la sua espressione.
“Forse voglio solo passare un po' di tempo con un amico…” confessò lui.
Appoggiai le mani dietro la nuca e guardai fuori dalla finestra. “Se sei preoccupato per quello che è successo al mercato non devi. Ci sono abituato”.
Elihan batté un pugno sul tavolo. “È di questo che mi preoccupo: che tu ci abbia fatto l'abitudine!”
“Lo sai cosa si dice di noi, no?”
“Che siete dei mezzi demoni inaffidabili…”
“Già…” sbuffai.
“Senti, anche se ci fossero stati dei traditori Kitsune nella guerra di tanti anni fa, non vedo perché questo debba…”
“Basta”.
“Chiunque avrebbe potuto tradire!”
“Per sfortuna è stata la mia razza…”
“Conoscevo i tuoi genitori, Serah e Khali non avrebbero mai tradito il nostro Regno…” sussurrò lui.
“Per Thenna siamo tutti dei traditori, colpevoli o non colpevoli” serrai i pugni per la rabbia.
“La gente ha solo bisogno di puntare il dito contro qualcuno. Giusto per non sentirsi la coscienza sporca” controbatté Elihan.
Buttai giù un sorso di birra e mi accasciai sul tavolo.
“Tra una settimana c'è il grande giorno. Ci sarai, vero?” Domandai in un sussurro.
“Sono un Cavaliere, è mio dovere esserci”.
“Sì”. Finii la mia bevanda e lasciai alcune monete sul bancone.
Elihan restò a sorseggiare qualche altra cosa insieme a delle giovani donne. “Unisciti a noi, Cal!”
“No, stavolta passo”.
“Allora quando sarai Cavaliere e avrai il nastro nero, ti porterò sulla Terra a fare conquiste!” Accennai un sì e varcai l'uscita della locanda.
Camminai in strada per diverse ore finché non calò la notte.
Nel buio e nel totale silenzio, decisi di tornare agli alloggi. Dopo pochi metri mi ritrovai dinanzi alla vecchia abitazione in cui avevo lasciato i ricordi, il peso del passato e la mia infanzia.
Aprii la porta con un solo colpo e il legno si sgretolò in un attimo. La puzza di fradicio e marcio mi fece distorcere il naso. Gli odori forti mi davano la nausea.
Ispezionai la cucina, il salotto e infine entrai nella camera da letto.
Era tutto come lo avevo lasciato, ogni cosa al proprio posto. L'unica differenza erano gli innumerevoli strati di polvere.
Presi una cornice dal comò e soffiai via la patina bianca. Una foto di noi tre in un bosco selvatico: il bosco di Cherry.
Mio padre adorava le ciliegie, e ogni domenica portava me e la mamma a raccoglierle insieme.
“Ora che ci penso, facevamo tutto insieme”.
Se il giorno in cui furono chiamati in guerra fossi stato più grande avrei potuto combattere con loro, saremmo potuti tornare a casa o magari saremmo spariti da questo mondo, ma almeno saremmo stati insieme fino alla fine.
Senza rendermene conto avevo lanciato la cornice contro la parete ed era finita in mille pezzi.
Mi avvicinai e raccolsi con cura i frammenti di vetro, sistemandoli su una mensola.
Piegai la vecchia foto, ormai ingiallita, e la infilai in una tasca interna della tunica.
Mi alzai lentamente e uscii trascinando la coda nella polvere.

***

Erin.

Caos. Stress. Caos. Stress. La mia testa stava per esplodere.
“Sbrigati!”
“Sì, arrivo!” Esclamai.
“Devi servire quel signore”.
“Certo! Faccio subito!”
Mi aggiustai la treccia e tirai fuori il taccuino delle ordinazioni.
“Buongiorno! Cosa posso fare per lei? Ha già deciso cosa ordinare?”
Il signore seduto al tavolo numero 4 alzò lo sguardo dal menù.
“Salve! Può portarmi un caffè macchiato e due ciambelle con la glassa alla fragola?”
Annuii e segnai l'ordine. “Nient'altro?”
“No, la ringrazio… mmmh”. Notai che cercava di leggere il mio nome sul cartellino. “Mi chiamo Erin. Se ha bisogno di altro mi faccia un fischio!”
“Grazie, molto gentile”. Sorrisi e lasciai l'ordinazione sul bancone.
“Ery! Tavolo 7!” Sentii urlare dalla cucina.
“Ci penso io!” Corsi dai clienti con entrambe le mani occupate da vassoi.
“Ecco il suo frullato e i pasticcini. E per lei un cappuccino con biscotti alla cannella!”
Mi voltai di scatto e recuperai la colazione dell'altro signore.
“Ecco a lei. Buon appetito!”
“Grazie!”
Era sabato e come ogni fine settimana il locale era pieno di gente.
“Mary, posso prendermi una pausa?”
“Hai dieci minuti, non di più!” Sbuffai e mi tolsi il grembiule da cameriera.
“Sono venuta giusto in tempo?” Una cascata di capelli castani mi travolse in pieno. “Lexi! Come stai?”
“Ehi Ery, me la cavo e tu? Hai una faccia terrificante!”
Misi il broncio. “Che bella cosa da dire alla tua migliore amica!”
“Sono solo preoccupata per te e… tua madre mi ha mandata a vedere come va…”
“Va bene! Sono indaffarata con il lavoro…” tagliai corto.
“Se questo lo chiami lavoro…” sussurrò lei.
“Senti, non giudicarmi, okay?”
“Ehi, non volevo offenderti. Possiamo sederci un momento?” La lasciai accomodare e incrociai le braccia.
“Meriti meglio di questo, Erin”.
Sbuffai esausta. “Pensi che mi piaccia qui? Pensi che non vorrei essere altrove?”
“Perché non torni a casa e ci rifletti?”
“Tornare a casa da mia madre? Per fare cosa, Lexi? Da quando mio padre non c'è più lei è diventata isterica! Non fa altro che ripetermi che sono una nullità!”
“Sono sicura che tua nonna ti difenderebbe…”
“La nonna mi ha cresciuta, mia madre conosce a stento il mio nome…”
“Non posso darti torto, però penso davvero che dovresti andare via di qui. Non è un posto per una come te”.
Adoravo il fatto che credesse così tanto in me, le volevo bene anche per questo.
“Non ho niente di speciale, Lexi. Quindi non preoccuparti, me la saprò cavare…” Le carezzai la mano e mi sforzai di sorridere.
“Okay. Le dirò che stai alla grande, ma per favore, fa' qualcosa per quelle occhiaie! Sono inguardabili!” Risi di gusto e l'accompagnai all'uscita.
Lexi era sempre sincera nei miei riguardi. Provavo una grande stima nei suoi confronti.
“Se le mie occhiaie ti fanno così paura non guardarmi!” Ribattei dopo un po'.
“È impossibile, i tuoi occhi attraggono anche le pietre!”
“Ma stai zitta!”
“Oh certo, non lo dirò a Lucas. Ci manca solo che scateni la sua gelosia!”
“Ci vediamo presto!” Le urlai con energia.
“Erin! A lavoro!” Ruotai gli occhi e rimisi il grembiule.

A fine giornata non sentivo più le gambe, per non parlare delle mie povere braccia. “Questo è uno di quei giorni in cui vorrei essere Hulk! Anche se il verde non mi dona…”
“Penso che saresti ugualmente splendida, Ery”. Mi alzai in tutta fretta e riconobbi il profilo aquilino di Lucas.
“Ehi, non dovevi passare a prendermi a casa?” Domandai sorpresa.
“Non resistevo. Dovevo vederti il prima possibile!”
“Ma… ma sono in disordine!” Provai ad asciugare la matita colata sotto gli occhi. D'improvviso la mano calda di Lucas afferrò la mia e il suo respiro si poggiò lieve sul mio collo.
“Devo chiudere il locale, Lù”. Bofonchiai.
“Perché non restiamo qui e ci divertiamo un po'?”
“Mary mi ucciderebbe, lo sai!” Fece il finto broncio e mi diede un leggero bacio sul collo. “Ti aspetto in auto”.
“Mi cambio nei bagni e arrivo!”.
Chiusi la porta del locale e mi infilai nel bagno. Per fortuna ero così scrupolosa da portarmi sempre un paio di scarpe e un cambio d'abiti a lavoro. Anche perché non era la prima volta che Lucas piombava lì a sorpresa!
Mi tolsi la tuta e il grembiule e indossai un jeans stretto e un top nero, ricamato sul petto.
Recuperai i trucchi dalla borsa e mi diedi una sistemata.
Dopo aver liberato i miei ricci rossi, lasciandoli ricadere sulle spalle, mi sentivo molto più me stessa.
Respirai a fondo e diedi uno sguardo veloce al mio riflesso.
Avevo ancora le occhiaie, ma almeno l'azzurro dei miei occhi aveva ripreso un po' di vita.
Sorrisi e raggiunsi l'auto del mio ragazzo.
Quel sabato sera mi portò in un ristorante poco noto, ma con una vista spettacolare. Mentre mangiavamo potevamo ammirare le luci della città che si specchiavano nel lago Pontchartrain di Covington. Era un panorama da mozzarti il respiro.
Dopotutto avevo scelto un posto davvero speciale per vivere, la Louisiana era un piccolo angolo di paradiso.
“A cosa devo tutto questo romanticismo?” domandai curiosa.
“Guarda che così mi offendo!” Disse scherzando.
Gli presi la mano e intrecciai le mie dita alle sue. Quel flebile contatto non mi trasmise ciò che pensavo. Lasciai la stretta e gli diedi le spalle.
“Ery? Tesoro?”
“Sto bene, sono solo stanca…” Sussurrai appena.
“Sediamoci dai, è arrivato il dolce!” Esclamò lui entusiasta.
Mi accomodai dinanzi alla fetta di red velvet che avevo ordinato e tenni il cucchiaino gelido tra le mani.
Erano diverse settimane che non riuscivo più a guardare Lucas come una volta.
I suoi occhi mi avevano sempre provocato una dolcissima fitta allo stomaco, e ogni suo tocco leniva la mia stanchezza come un balsamo naturale.
Ma adesso non riuscivo più a lasciarmi andare con lui, mi sentivo oppressa e insoddisfatta.
Sentii le sue braccia circondarmi i fianchi e mi ritrovai faccia a faccia con lui.
“Erin, cos'hai?”
“Sono stanca, te l'ho già detto!” Quasi urlai.
“Allora perché non mi stai guardando negli occhi? Mi stai mentendo?”
Mi scostai e Lucas mi strinse un polso.
“Lasciami…”
“Dove credi di andare?” Domandò lui con sguardo glaciale.
“Voglio andare a casa!” Sentenziai.
“Sono stufo di vederti sempre correre via! Non fai altro”.
“Oh, scusa se non ho una famiglia ricca come la tua che mi mantiene!” Sbottai in un colpo.
“Non volevo dire questo, Ery. Corri ovunque, tranne che fra le mie braccia…” Ebbi un fremito e la gola mi si seccò, intrappolata dal senso di colpa.
“Scusa Lù, non dovevo dire quello che ho detto, non avrei dovuto reagire così…” Lui mi scostò una ciocca di capelli dal volto e mi abbracciò forte.
“Ti amo, Ery”. Sussurrò dolcemente. Restai in silenzio e appoggiai la testa sul suo petto.
E io? Io lo amavo ancora?

Dopo aver finito il dolce, Lucas mi accompagnò nel piccolo appartamento in cui vivevo da circa quattro anni.
“Vuoi salire?” Domandai.
“Sicura? Non vuoi riposare?”
“Sì, però preferisco non stare da sola…”
“Va bene”.
Salii le scale molto lentamente e feci accomodare il mio ragazzo nel salottino.
“Vuoi qualcosa da bere?” Chiesi cordiale.
“Uhm… un po' di birra?”
“Certo!” Andai in cucina e aprii il frigorifero.
Afferrai una lattina e l'appoggiai sul tavolo.
Avevo notato da sempre che con Lucas nel mio appartamento non riuscivo mai a sentirmi a mio agio.
Volevo avere il mio spazio, le mie libertà, quindi tendevo a starmene principalmente sola in casa.
Mi piaceva cantare a squarciagola per tutte le stanze con un telecomando come microfono; mentre la scopa diventava la mia favolosa chitarra.
Avevo l'anima un po' rock e questo non aiutava la mia femminilità. A volte pensavo che Lucas non mi trovasse molto sexy, e nel primo anno avevo sofferto tanto per questi dubbi.
Poi c'era stata la nostra “prima volta” e per fortuna era filato tutto liscio. Era stato quasi perfetto, “quasi” perché la perfezione non esisteva, e io ne ero l'esempio lampante.
Stavamo insieme da quasi quattro anni, era la mia relazione più duratura. Lo avevo conosciuto in un bar la prima sera che mi ero trasferita a Covington. Lo avevo trovato decisamente affascinante e intelligente; era un giovane insegnante di storia e amava molto il suo lavoro.
Per sua fortuna i genitori possedevano una grande azienda da generazioni e generazioni, e le loro finanze non avevano mai subito crolli nel corso degli anni.
Per certe cose io e lui eravamo su piani opposti. Io ero cresciuta in una casa in campagna, tra erbe selvatiche e querce secolari; mentre lui aveva vissuto tra le luci della grande città, nel più piacevole dei comfort.
Per quanto fossero ricchi e impegnati, i genitori di Lucas erano sempre stati presenti nella vita del figlio; i miei invece mi avevano lasciata alle cure della nonna. Mia madre, come manager di una compagnia industriale, viaggiava spesso, e mio padre, come archeologo, era sempre a caccia di nuovi tesori da scoprire nel mondo. A quei tempi l'unico tesoro per mio padre sarei voluta essere io. Ma ormai era troppo tardi, lui era scomparso da circa sei anni e non avrei più potuto dirgli le cose che avrei voluto.
Mi asciugai una lacrima e portai la birra a Lucas.
“Pensavo ti fossi persa nei meandri della cucina!”
“Ma che dici? Ero solo un po' sovrappensiero…”
“Vuoi parlarne?” Chiese trepidante.
“Oggi è passata a trovarmi Lexi, l'ha mandata mia madre!”
“Penso che lei voglia solo conoscerti meglio, Ery… non potresti darle una chance?”
I nervi mi ribollirono dentro “Una chance? Seriamente? Dov'era quando i miei compagni mi prendevano in giro perché venivo dalle campagne? Dov'era quando il buio mi terrorizzava e non riuscivo a dormire? Dov'era quando è sbocciato il mio primo amore? Dov'era ai miei compleanni?”
Mi raggomitolai su me stessa e scoppiai a piangere. Lucas mi circondò le spalle con un braccio e mi attirò a sé. “Lo so cos'hai dovuto affrontare… non potrei mai fartene una colpa. Non hai avuto ciò di cui avevi bisogno e mi dispiace…”
Affondai la testa tra le ginocchia e restai immobile per diversi minuti.
Quello fu l'istante preciso in cui mi resi conto di non essere felice; di non esserlo già da molto tempo. La frase di Lucas mi aveva fatto riflettere. Quello che avevo ora non era ciò di cui avevo bisogno. Odiavo servire i clienti in quello stupido locale da quattro soldi. Detestavo la voce stridula di Mary e i suoi ordini schiavisti. E l'amore che per quattro anni avevo coltivato insieme a Lucas stava appassendo giorno dopo giorno.
L'uomo dal naso un po' più lungo e dalla barba incolta che mi sedeva accanto, sembrava ormai uno sconosciuto.
Ma come potevo buttare all'aria tutti quegli anni così? Mi sentivo sciocca e irritante, forse era soltanto una crisi passeggera.
“Amore? Che ne dici di andare a letto? Sei stanca, domani devi alzarti presto… e io ho lezione alle dieci”.
Mi asciugai il volto e decisi di provare a salvare tutto, a salvare noi.
Mi sedetti sulle gambe di Lucas e lo baciai con trasporto fino a sentirlo respirare a fatica.
“Cos'hai, Ery?” Domandò lui tra un bacio e l'altro.
“Portami a letto…” Sussurrai dolcemente. Lucas non se lo fece ripetere due volte e mi portò in braccio fino alla mia camera.
Lo trascinai tra le lenzuola pulite e candide del mio letto, e lo spogliai con una foga che non avevo mai mostrato prima d'ora. Avevo bisogno di sentire qualcosa, qualsiasi cosa.
Il mio era un disperato tentativo di aggrapparmi a un'ultima chance, la nostra ultima possibilità.
Il suo era puro desiderio d'amarmi, i suoi gesti non mascheravano inganni.
Dopo aver fatto l'amore lo guardai negli occhi e non provai nulla; avevo solo un immenso vuoto nel petto.
Mentre cercavo disperatamente di amarlo di nuovo, mi chiese la cosa più bella che potesse chiedermi. Ma il tempismo lo tagliò di netto.
“Vuoi sposarmi, Ery?”
Deglutii appena, prima di rispondergli “Non posso”.
Quella notte mi sentii sporca, imbrattata di vergogna. Lo avevo usato senza riguardi.
Cercavo risposte che in fin dei conti sapevo già di possedere.

Recensioni

  1. Marco “Frullo” Frullanti

    “Ho trovato la storia interessante e le ultime pagine sono volate via in pochissimo tempo. Il finale è davvero sorprendente, non lo avrei mai immaginato.”
    Recensione su “Fallinbooks”!

  2. Marco “Frullo” Frullanti

    “Sono molto soddisfatta di questa lettura! Lo stile di scrittura e il linguaggio semplice e diretto rendono la lettura di ‘Rosso è il colore del destino’ molto scorrevole, leggera e coinvolgente.” < a target="blank" href="http://disq.us/t/31b0m65">Recensione su “Che Serie”

  3. Marco “Frullo” Frullanti

    “Si tratta di una storia tanto carina, con colpi di scena, parti più scontate, ma nel complesso si lascia leggere con facilità e, inoltre, ha un finale davvero interessante!” Recensione su Dreaming Wonderland

  4. Marco “Frullo” Frullanti

    “La lettura di questo #UrbanFantasy dalle tinte molto rosa è scorrevole: la scrittura di Roberta Fierro è leggera, delicata, e dedica molti spazi alle emozioni dei protagonisti, spesso dirompenti.”
    Recensione su “Non servono le ali per volare”

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