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“Nella botte piccola ci sta il vino cattivo” – Diego Tonini

Prodotti Storie “Nella botte piccola ci sta il vino cattivo” – Diego Tonini

“Nella botte piccola ci sta il vino cattivo” – Diego Tonini

2.9810.00

Lo sgangherato investigatore Vince Carpenter nel bel mezzo della sanguinosa faida tra le gang Lil’ Boyz e Pink Flamingos: chi la spunterà?

Genere: Hard Boiled, Surreale, Umoristico

Numero di pagine: 150 pagine (circa)

Formato: Ebook (Epub, PDF, Mobi) e Cartaceo

Profilo dell’Autore

COD: 3454554 Categoria:

Descrizione

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Non una delle migliori giornate per Vince Carpenter: dopo aver perso tutti i soldi presi in prestito dal gangster Frankie Codadiporco in una scommessa disastrosa alle corse dei cani, il misero investigatore privato si risveglia in prigione, in pieno doposbronza. Ma ogni tanto la sorte gira bene anche per Carpenter: dopo tanto tempo un cliente, che paga in anticipo per giunta. C’è poco da stare allegri però: quando inizia a investigare sugli scontri tra le gang Lil’ Boyz e Flamingos, Vince non ha ancora la più pallida idea dei guai in cui si sta cacciando…
Sgherri poco raccomandabili, poliziotti ficcanaso, assistenti compassionevoli, associazioni strampalate, whiskey di pessima qualità e una sigaretta accesa dopo l’altra ci faranno compagnia in “Nella botte piccola ci sta il vino cattivo”, hard-boiled surreale nato dalla fantasia di Diego Tonini. Sullo sfondo, la classica metropoli americana in mano al crimine e alla gentaglia, ma le tinte fosche e il tono apparentemente serio celano tutta una serie di situazioni paradossali, che regaleranno più di una risata tra un colpo di scena e l’altro.

Informazioni aggiuntive

Un estratto dal libro:

Un Brutto Risveglio
Aprii gli occhi perché mi sentivo come se qualcuno stesse pungolandomi la schiena con un forchettone da barbecue, e quello che vidi era decisamente peggiore del mio solito panorama mattutino. Stavo disteso su un fianco sopra una panca dura e fredda, e la mia faccia era a pochi centimetri da un culo peloso così largo da riempirmi completamente il campo visivo. Emisi il mio primo respiro da sveglio e fu una pessima idea, perché annusare la puzza del padrone di quel culo era anche peggio che guardarlo. «Ehi, ippopotamo, sposta il tuo posteriore dalla mia faccia,» cercai di dire, ma la mia voce impastata non suonava minacciosa come era nelle mie intenzioni.
L'uomo mi ubbidì ugualmente ma con un po' troppo zelo perché, oltre ad allontanare il culo dal mio naso, ritenne opportuno anche afferrarmi per il bavero della giacca – ero andato di nuovo a dormire vestito, cazzo – e sbattermi contro le sbarre che si trovavano accanto a me con tanta forza da farmici quasi passare attraverso. Picchiare la schiena contro del solido acciaio appena svegliato porta comunque due effetti positivi: ti rende immediatamente lucido e ti fa capire che probabilmente hai passato la notte in una cella. Mi rimaneva solo da capire come ci ero finito.
Strizzai gli occhi alla luce dolorosa del neon, masticai a vuoto un paio di volte e afferrai i polsi dell'uomo che mi teneva sollevato contro le sbarre. «Siamo partiti col piede sbagliato,» dissi, e lo guardai. Era giallognolo, con la barba lunga e un ghirigoro di cicatrici mal nascoste dai capelli rasati. Mi teneva sollevato ad una trentina di centimetri da terra e i miei occhi erano all'altezza dei suoi, piccoli e scuri, infossati nel cranio, come quelli di un animale abituato a lottare a suon di testate. La bocca era larga e asimmetrica, i denti ricordavano quelli di una iena. Anche l'alito probabilmente era simile a quello di una bestia che aveva appena mangiato, per quanto non avessi mai provato ad annusare il fiato di una iena.
Sembrava che tenermi sollevato non gli costasse nessuna fatica, le sue braccia scure e pelose non tremavano nemmeno mentre mi osservava agitare i piedi a mezz'aria emettendo una specie di basso ringhio. «Non volevo offendere il tuo culo,» dissi cercando di divincolarmi dalla sua stretta, e lui mi sbatté di nuovo contro le sbarre con tanta forza che per un attimo pensai venissero giù.
Quando, dopo interminabili secondi, ritrovai il respiro, continuai: «Sai, stavo sognando il culo di una bella figa, e quando mi sono svegliato mi sono ritrovato davanti il tuo, che è un po' troppo peloso per i miei gusti.»
Riuscii a strappargli quello che sembrava un sorriso e allentò leggermente la presa. «Puoi per favore mettermi giù?» Gli dissi.
L'idea di tirargli una ginocchiata sulle palle e poi una sul naso mentre mi lasciava andare e si piegava in avanti dal dolore era allettante, ma non ero sicuro di riuscire a mettere giù quella montagna di ciccia, e la sua reazione non sarebbe stata certo salutare per me.
E poi ero stanco. E mi faceva male la testa. E non avevo ancora fumato la mia sigaretta del mattino.
Il bidone di lardo esitava, ma non mi mollava. «Senti, ho così voglia di fumare che mi farei una sigaretta anche con la tua foto segnaletica,» dissi, «se mi lasci andare riesco a prendere il pacchetto che ho in tasca e te ne offro una.»
Nessuna reazione. Non avevo usato la leva giusta.
A quel punto l'ipotesi della ginocchiata si faceva sempre più vicina, poi un lampo di consapevolezza mi illuminò: «Una merendina?»
Un lampo di avidità attraversò i suoi occhi porcini: «Di che tipo?» «Doppio biscotto ricoperto di caramello e cioccolato.»
La sua fronte bassa sembrò accartocciarsi nello sforzo di comprensione, poi senza dire una parola mi lasciò andare. «Adesso dammi la merendina,» grugnì minaccioso, torreggiando sopra di me.
Ero finito col culo per terra, preso alla sprovvista dall'improvviso ritorno della gravità. Mi appesi ad una sbarra e mi sollevai a fatica, con la schiena che brillava di fitte dappertutto, maledette brande delle galere. Frugai nella tasca interna e trovai sigarette e fiammiferi, che per fortuna erano sfuggiti alle mani lunghe dei piedipiatti che mi avevano portato dentro, me ne accesi una e la giornata cambiò leggermente in meglio. Il ciccione mi riafferrò e avvicinò la sua bocca fetida alla mia faccia. «Allora, questa merendina?» latrò.
Risposi tenendo la sigaretta con l'angolo delle labbra: «Un attimo, Ciccio.»
Presi il dolcetto che avevo in tasca e glielo lanciai come si buttano gli avanzi ai cani randagi. Lui mi lasciò, cercò invano di prenderlo al volo, barcollò fino a dove era caduto e si piegò ansimando a raccoglierlo, lasciando che la fessura tra le sue chiappe pelose sporgesse fuori dai pantaloni. Mi voltai per non vomitare di fronte allo spettacolo e mi dedicai alla mia sigaretta. Prima che facessi l'ultima boccata si era mangiato tutto il dolcetto e mi fissava leccandosi le dita sporche degli ultimi rimasugli di cioccolata. «Non è che ne hai un'altra?» disse, «Non mangio da ieri a pranzo.» «No,» risposi, «solo sigarette.»
Fece una smorfia di disgusto e delusione e disse: «Non fumo, fa male alla pelle.» «Se lo dici tu,» risposi, e me ne accesi un'altra sfregando il fiammifero sul muro di mattoni dietro di me. «Perché sei qui?» mi chiese. «Inseguivo un bastardo in un vicolo e non mi sono accorto che aveva un complice nascosto nel buio,» dissi, «tutto quello che mi ricordo è un forte dolore alla testa, poi mi sono svegliato con la faccia contro il tuo culo.» «E perché lo inseguivi? Non sarai mica uno sbirro?» «Ti pare che se fossi un poliziotto mi avrebbero messo dentro?» risposi, «E tu che ci fai qui?» «Ho ficcato uno a testa in giù dentro il bidone dell'umido.» «Beh, almeno fai la raccolta differenziata,» mormorai, poi, a voce alta, «ti aveva fatto incazzare?» «Certo, mi ha fatto cadere le patatine!» «Logico.» dissi tra me e me.
Alla terza sigaretta decisi che era ora di uscire da quel buco e bere un caffè. «Guardia!» urlai, «Fammi parlare col commissario, o almeno fammi fare la mia cazzo di telefonata!»
Passi e rumore di chiavi che sbatacchiano contro la cintura. «A chi vorresti telefonare, Carpenter, che sei solo come un cane rognoso?» «Mahoney, è sempre un piacere vederti. Come sta tua moglie? L'ultima volta che l'ho vista era parecchio in forma.»
Si avvicinò alle sbarre con un ghigno stampato in faccia, poi sentii il manico del manganello che si conficcava dritto dentro il mio stomaco. «Dicevi? Non ho sentito bene.» Quel ghigno sempre dipinto sulla faccia. «Nulla.» tossicchiai piegato in due, la saliva che mi colava dal labbro e gocciolava sulle scarpe lucide di Mahoney. Si avvicinò, infilò la chiave nella toppa e aprì leggermente la porta, tenendo la mano destra sempre sul manganello. «Che hai Carpenter, un attacco di mal di pancia? Preferisci che ripassi più tardi?» «No, dammi solo un attimo.»
Mi tirai su aggrappandomi alle sbarre, poi, tenendo la mano sullo stomaco, mi avvicinai al ciccione che mi guardava ridacchiando a braccia conserte. «Arrivederci, Jumbo,» gli dissi, e gli mollai un sinistro al fegato che lo fece cadere in ginocchio. «E non azzardarti più ad appendermi alle sbarre.»
Mi voltai e uscii dalla cella prima che riuscisse a riprendersi dal pugno e massacrarmi di botte, con Mahoney che mi osservava nervoso, la mano pronta sull'arma. «Dai muoviti, coglione, che il commissario vuole vederti,» disse mentre mi spingeva lungo il corridoio illuminato dai neon. «Ah sì? Forse il vecchio Duncan ha bisogno del mio aiuto per risolvere un caso,» risposi, «come sta? È una vita che non lo vedo.» Gli mostrai il pacchetto di sigarette. «Non si può fumare qui dentro,» disse, e io me ne accesi una.
Mahoney mi scortò fino ad una porta chiusa, bussò e l'aprì immediatamente, poi mi spinse dentro senza dire una parola. «Arrivederci, Chris, e ossequi alla signora,» dissi mentre richiudeva la porta.
Sorrisi, osservando l'odio illuminare il suo sguardo; la prima regola del buon investigatore privato è avere quanti più amici si può al dipartimento, e io stavo facendo di tutto per farmi odiare là dentro, ma a me le regole non sono mai piaciute.
Il commissario stava in piedi di fronte alla finestra, guardando fuori. Un bicchiere di plastica fumava sulla scrivania, accanto alla targhetta Duncan Lafitte, commissario. «Siediti, Vince, e butta quella sigaretta.» Mi disse senza girarsi.

Comincia A Raccontare

«Sai che ora è?» «Buongiorno anche a te, Duncan, ti vedo bene dopo tutto questo tempo,» dissi. «Come vanno le cose?» «Zitto, Carpenter.»
Si girò verso di me e poggiò i palmi sulla scrivania. «Sono le sei e tre quarti, hai idea di cosa vuol dire?»
Assunsi l'espressione più angelica che riuscivo a fare e gli dissi: «Che sei una persona mattiniera?»
Sbatté la mano sul tavolo, qualche schizzo di caffè saltò fuori dal bicchiere. «Significa che mezza città è impazzita per un attacco di vandalismo diffuso, che ho passato la notte in ufficio, che indosso gli stessi vestiti da ieri mattina, e quindi le uniche cose che voglio sono andare a casa a fare una doccia e una dormita. Non sono proprio in vena di ascoltare le tue solite cazzate, perciò farai bene a dirmi come sei finito a dormire in mezzo all'immondizia in un vicolo di fianco a un sacco pieno di teste di nanetti da giardino.» «Nanetti da giardino? E da quando il commissario capo del primo distretto si occupa di vandalismi?» chiesi. «Da quando qualche coglione drogato è entrato nel giardino del sindaco e si è messo a giocare a golf con la sua preziosissima collezione di nani fatti a mano da un ceramista italiano.» «Vedo che la fiducia delle istituzioni nel suo uomo di punta per la lotta al crimine è aumentata,» dissi ridacchiando.
La vena sulla fronte di Duncan si gonfiò prima che lui esplodesse urlandomi in faccia: «Non pigliarmi per il culo, Carpenter, e raccontami cosa c'entri tu con questa storia o quant'è vera la patacca che ho sul taschino ti accuso di tutto il casino che è successo in città stanotte e ti ributto in quella cella finché non mi passa l'incazzatura, e sta sicuro che non succederà mai!»
Urlando, gesticolava furiosamente e fece cadere il caffè sul pavimento, schizzandosi i pantaloni; curiosamente, questo sembrò calmarlo anziché infuriarlo ancora di più e si sedette, appoggiando la fronte sulla mano. «Dammi un caffè e ti racconto pure di quando quel puttaniere di mio padre mise incinta mia madre, dissi.»
L'ispettore mi guardò come se puzzassi – cosa probabilmente vera – e mi disse: «Vince, non fare il duro con me, conosco i tuoi genitori e se non vuoi che li chiami e racconti cosa dici in giro di loro, farai bene a essere più educato quando ritorno,» e sparì oltre la porta.
Ricomparve dopo qualche minuto con due caffè in bicchieri di plastica e un tono più conciliante. «Ti avevo detto di buttare quella sigaretta,» disse, poi ne prese una dal mio pacchetto, la accese con uno Zippo che aveva nel cassetto e cominciò, sbuffandomi il fumo in faccia: «Da quanto tempo ci conosciamo, Carpenter, quindici, vent'anni?» «Comunque troppi,» risposi.
Si alzò dalla sedia e picchiò il palmo sul tavolo di lamiera. «Adesso mi hai proprio fatto incazzare.»
«Tranquillo, Duncan,» cercai di blandirlo, «volevo solo stemperare la tensione.»
«Smettila di stemperare e canta, canarino» disse appoggiando la schiena al muro e mettendo le mani in tasca.
Sorso di caffè, pausa, e boccata di sigaretta per creare un po' di suspense.
Duncan fece rotolare la sedia di acciaio con un calcio. «Sbrigati, pezzente!»
«Ok, ok, ma non scaldarti tanto» dissi, e cominciai a raccontare. «Questo è un periodo fiacco e clienti se ne vedono pochi, sai la crisi colpisce anche noi investigatori.» «Sì, la crisi è proprio la causa di tutti i tuoi problemi,» mi interruppe.
Io feci finta di non sentire e continuai: «Quindi ieri stavo cercando delle fonti alternative di guadagno.» «E su che cosa ti stavi concentrando, di preciso?»
Risposi a mezza voce: «Avevo avuto una soffiata sicura su Aiutante di Babbo Natale vincente nelle terza corsa e stavo andando al cinodromo per piazzare qualche scommessa.» «Corse truccate, iniziamo bene.» «Non proprio truccate… insomma, vuoi che ti racconti la storia o hai deciso di incriminarmi?» «Vai avanti,» disse, «ma delle corse truccate riparleremo.»
Sospirai. «Avevo ricevuto questa soffiata e non volevo lasciarmi sfuggire l'occasione,» continuai, «però ero un po' a corto, quindi chiesi un piccolo prestito a certe persone.» «Quali persone?» «Andiamo, Duncan, non penserai davvero che venga a spifferarti i nomi?» «Ok. Quanto?» «Millecinquecento.» «Hai piazzato scommesse per millecinquecento verdoni?»
Alzai le spalle: «Ero sicuro di vincere.»
Lafitte abbozzò un sorriso e disse: «Invece?»
Risposi con una smorfia: «Invece la soffiata era falsa e ho perso tutto, e quel che è peggio quelli che mi avevano prestato i soldi li rivolevano entro fine giornata con il dieci percento di interesse.» «Non mi sembra un buon affare,» disse Lafitte sorseggiando il suo caffè. «Lo sarebbe stato se Aiutante di Babbo Natale avesse vinto, lo davano sette a uno, invece si è perfino fermato a pisciare mentre correva.» «E allora i tuoi amici strozzini hanno minacciato di tagliarti un dito per ricordarti che i debiti vanno pagati.» «In realtà era un testicolo, ma hai centrato il punto,» e mentre glielo raccontavo ebbi un moto di terrore al pensiero del coltello che mi avrebbe affettato se non avessi trovato quei soldi in fretta.
Lafitte mi squadrò, poi disse: «Visto che sembri ancora tutto intero deduco che non siano stati loro a lasciarti nel vicolo.»
Restituii lo sguardo e risposi: «Vedi che se ti hanno fatto commissario un motivo c'è?»
Duncan mi fulminò con gli occhi, ricordandomi che non era famoso per il suo senso dell'umorismo, e mi disse: «Vieni al punto.» «Dopo aver diluito la rabbia con un paio di birre al bar del cinodromo, decisi che dovevo insegnare allo Spifferone che farmi questo genere di scherzi non gli faceva bene alla salute, quindi andai a cercarlo con le mani piene di propositi educativi, ma prima mi fermai da Bunny perché la rabbia si era diluita troppo e mi serviva un buon whiskey per darmi la carica.» «Tralascia la tua dipendenza dall'alcol e vai avanti, per favore,» disse sospirando. «Feci qualche giro nei posti che frequenta abitualmente e alla fine lo trovai che faceva il gioco delle tre carte a dei marinai ubriachi. Mi avvicinai, ma quando mi vide lanciò in aria le carte, rovesciò il tavolino verso di me e scappò di corsa. Lo inseguii per le strade, correva come scappasse dal diavolo in persona, quel coniglio, poi si infilò nel vicolo dove mi hai trovato. Respiravo come stessi per sputare i bronchi, però sapevo che il vicolo era senza uscita e che ce l'avevo in pugno, quindi avanzai sicuro di me. Lui mi guardava e piagnucolava cose senza senso, dicendo che non era colpa sua, che anche lui era una vittima, ecc. ecc. Ero così sicuro di dargli una bella lezione che non sono stato abbastanza cauto e mi sono fatto fregare come un pivello, doveva avere un compare nascosto tra i bidoni perché l'ultima cosa che ricordo prima del mio dolce risveglio come tuo ospite è un gran male alla nuca.» «Quindi non hai idea di chi ti abbia colpito, e perché?» «Te l'ho detto, sarà stato un compare dello spifferone che voleva parargli il culo.»
Lafitte fece una smorfia. «Ti risulta che lo Spifferone abbia mai fatto coppia con qualcuno?» disse. «Ora che mi ci fai pensare, hai ragione, lo Spifferone sospetta perfino della sua ombra, figuriamoci se si mette a lavorare con un compare.» «Sei proprio sicuro di non essere scivolato e aver battuto la testa? Con tutto l'alcol che avevi in corpo non è una possibilità così remota.» disse, accartocciando il bicchiere e tirandolo nel cestino all'angolo della stanza. «Duncan, la botta in testa l'ho sentita prima di cadere per terra,» risposi. «Se lo dici tu,» fece Lafitte, poco convinto. «Sì, lo dico io, e se c'è una cosa che so fare è giudicare quanto alcol posso reggere.» «E dei nanetti cosa sai dirmi?» «Quali nanetti?» «Ti abbiamo trovato abbracciato ad un sacco pieno di nanetti da giardino fracassati.» «Che vuoi che ne sappia io dei nanetti da giardino, forse qualcuno avrà improvvisamente ritrovato il buon gusto, li avrà buttati e io ci sarò caduto sopra quando ho perso conoscenza.» «Non giocare con me, Carpenter, per ora sei l'unico sospettato.» «Sospettato di cosa? E perché poi sei tanto interessato a questi fottuti nanetti da giardino?» «Perché da due giorni ho metà degli uomini impegnati a rispondere a chiamate di rispettabili cittadini che si trovano i loro nanetti da giardino distrutti, e non ne posso più, voglio beccare il tipo che sta facendo tutto questo casino, incriminarlo per qualcosa, metterlo dentro e dimenticarmi di lui.» «E per cosa vuoi incriminarlo? Buon gusto colposo?» «Se ti pagassero per il pessimo sarcasmo a quest'ora saresti ricco sfondato, Vince.» «Invece sono in bolletta, non ho una casa con giardino e non so niente di questa storia,» dissi, «quindi se il commissario gentilmente vuole lasciarmi tornare a casa…» «Sei libero di andare, ma potremmo avere ancora bisogno di te, quindi non lasciare la città,» disse.
Scattai sull'attenti e dissi: «Sissignore!»
Lui bofonchiò qualcosa che non capii, poi fece un gesto con la mano e mi disse: «Sparisci.» «Arrivederci, commissario Lafitte,» dissi, e mi avviai, poi una volta sulla porta mi girai e gli chiesi: «Non è che per caso puoi pagarmi il taxi? Sai, con quella storia del cinodromo sono rimasto a secco.» «Ti faccio portare da un'autopattuglia che prende servizio dalle tue parti.» «Ok, ma è meglio che mi lasci a un paio di isolati, ai miei vicini gli sbirri stanno simpatici come la canna di un revolver su per il culo.»

Recensioni

  1. Perché il buono è grande !

  2. “Con la sua simpatia – calamitata inevitabilmente verso il protagonista del suo romanzo – Diego Tonini riesce a strappare stupori e sorrisi con una storia paradossale, fantasiosa e, soprattutto, divertente”
    Recensione/intervista su “Oltreyume”

  3. “Non occorre andare in America per respirare l’aria del poliziesco tosto, del noir crudo e cinico.”
    Recensione su “Temperamente”

  4. “Tra nani, fenicotteri rosa e tipi poco raccomandabili, il romanzo scorre fluido, sollecitando la fantasia del lettore permettendogli di immaginare i grotteschi protagonisti di un genere senza tempo.

    Gradevolissima lettura.” Recensione di Chaira Calapristi

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