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“L’amore è per tutti” – Mara Boselli

Prodotti “L’amore è per tutti” – Mara Boselli

“L’amore è per tutti” – Mara Boselli

3.99

Chi era? Chi era diventata? Cosa c’era di sbagliato in lei? E le risposte semplici, lampanti, rasserenanti: lei era lei, nulla era cambiato e non c’era proprio nulla di sbagliato in ciò che era.

Genere: Romanzo Contemporaneo
Pagine: 150
Formato: Ebook, cartaceo
COD: 435343 Categoria:

Descrizione

Scopri “L’amore è per tutti” anche su:

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Tre situazioni della vita comuni e spesso inevitabili, ma in questo caso con una complicazione in più: si tratta di tre coppie omosessuali ben decise a esercitare i propri diritti contro chi le considera delle “fuorilegge”. Camilla e Camilla, che si scoprono comicamente anime gemelle con lo stesso nome, Roberta e Giorgia, in lotta con la natura che le costringe a ricorrere a dolorosi trattamenti medici per poter concepire, e infine Alessia e Ilaria, alla prese con la sofferenza dei malati destinati a non guarire.
Tre le narratrici, all’occorrenza sei, in una parabola di gioie e frustrazioni che le porta ad ottenere ciò che desiderano o ad affrontare un futuro non sempre facile.
C’è ancora Milano sullo sfondo di “L’amore è per tutti”, nuovo romanzo di Mara Boselli che ci racconta la storia di sei donne alla ricerca di un loro spazio in una realtà che non le accetta per ciò che sono. Una storia toccante e al contempo fresca e ironica, che tratta di temi spinosi conditi con quel po’ di gioia che tutti prima o poi proviamo, e perdiamo.

Informazioni aggiuntive

Estratto Gratuito:

1

Una bella ragazza.
Bella davvero. Milla se ne sarebbe sicuramente accorta prima, se non fosse stata impegnata com’era a smanettare sullo smartphone messaggini cinici già alle otto del mattino. Se ne sarebbe accorta e si sarebbe potuta preparare a quel suo sorriso che, invece, l’aveva spiazzata. Chi sorride così prima del caffè? Cristo santo: chi sorride così?
Avevano percorso lo stesso marciapiede, arrivando dai due capi opposti della via. Non che Milano fosse proprio deserta a quell’ora, ma gli habitué della zona erano più che altro papà frettolosi con cravatta e giaccone sportivo, che fa tanto casual; mamme dal fare lievemente nevrotico con figli biondi al seguito e vecchiotti con il loden verde e la gobba. Se fossero loro ad avere la gobba, oppure il loden, non lo aveva mai capito. Gente alla quale Milla si era abituata – e che si era abituata a lei –, persone con le quali non era solita socializzare, perché le sembravano un po’ tutte simili, comuni, interscambiabili.
Lei e l’improbabile, gigantesco fardello che si portava sulle spalle, invece, non le sarebbero passate inosservate, se solo avesse alzato la testa dal telefonino anche solo per un secondo. Milla aveva l’occhio allenato per i dettagli: il suo lavoro lo esigeva e, quando non li coglieva, si innervosiva. Ora, a un passo l’una dall’altra, cercava di immagazzinarne il più possibile nel poco tempo che le rimaneva, mentre l’altra le passava accanto e la ringraziava con un cenno del capo per il moto di estrema cavalleria che Milla aveva appena dimostrato aprendole la porta: qualche secondo, giusto il tempo di aprirle la porta, appunto, scansarsi per lasciarla entrare in caffetteria e richiudersela dietro le spalle. Giusto per essere del tutto onesta con se stessa, Milla doveva ammettere che, prima di notare lei e il suo maledetto sorriso, era stata rapita dal bagaglio disumano che si portava appresso. Poi il sorriso, certo. E le lentiggini intorno al naso. E gli occhi grigi.
Si erano sistemate in coda al bancone senza interagire in altro modo: “Già, sei gentile con una sconosciuta – aveva pensato Milla – e quel che ci guadagni, sono cinque minuti di attesa in più prima del caffè.” e, nonostante cercasse di tornarsene ai fatti e ai messaggi suoi, non riusciva a smettere di chiedersi cosa contenesse quella enorme custodia. Uno strumento musicale, evidentemente, ma quale? La chitarra di Polifemo, forse? Come diavolo riusciva a tenersi sulle spalle tutta quella roba una ragazza così minuta? Che poi, a pensarci bene, non sembrava neanche tanto minuta, ma con quel coso sulle spalle le proporzioni si facevano difficili.
“Ci saranno almeno dieci chili di legno dentro a quell’affare!” rifletteva Milla e non sapeva neanche bene perché, ma l’istinto era di aiutarla a portare il peso, senza nemmeno che l’altra ne manifestasse apertamente l’esigenza: aspettava paziente il suo turno. Ogni tanto dava un’occhiata all’orologio, ma senza agitarsi troppo per i minuti che passavano.
Bello anche l’orologio, aveva subito notato il suo occhio esperto. Da uomo: quadrante bianco, pulito, lineare, ghiera in acciaio e cinturino in pelle appena un po’ usurata: uno di quegli orologi da gente schietta, che non aveva bisogno di ostentare nulla, perché consapevole di tutto il bello che portava con sé. Fosse stata un passo più vicina e con qualche dettaglio in più, Milla avrebbe anche potuto indovinarne la marca, ma così era troppo difficile. E poi l’aveva distratta la sua voce. Il commesso le aveva chiesto il nome da scrivere sul bicchiere e anche la sua risposta l’aveva colta di sorpresa.
“Ottimo – aveva esclamato fra sé e sé – ora, oltre al posto in fila, mi frega anche il nome!”. Camilla. Non aveva uno di quei nomi particolari e ricercati, che ne incroci uno su un milione, ma le faceva sempre strano trovarsi di fronte a una sua omonima. O di spalle, in questo caso. Ora avrebbe anche dovuto spifferare il suo soprannome al tizio dei caffè: era una cosa intima, familiare, che teneva per sé e per poche selezionate persone, ma l’ultima cosa che desiderava era che laggiù, alle macchinette, si sbagliassero e facessero arrivare a lei il latte alla vaniglia macchiato al vattelappesca che, invece, aveva ordinato l’altra.
Per lei, caffè.
Una damigiana di caffè.
Intanto era arrivato anche il suo turno, il nome? Milla sarebbe andato benissimo.
Con la coda dell’occhio, l’aveva vista alzare la testa dal portafogli e sorriderle mentre afferrava il suo beverone impronunciabile. La osservava e non smetteva di sorridere leggera, con la testa un po’ inclinata verso destra. Le mancava giusto quel ciuffo di riccioli rossi che le spuntava dal berretto ocra a farla diventare ancora più affascinante ai suoi occhi. Ma perché, si chiedeva Milla, una cosa che normalmente l’avrebbe infastidita a morte, in quella circostanza le faceva sentire una stretta tanto piacevole allo stomaco?
Aveva risposto al sorriso con una smorfia, ma era tutto ciò che riusciva a fare, aveva agguantato il suo caffè nero, amaro e bollente, aveva letteralmente girato i tacchi – delle sneaker, ma cosa importava? – e aveva cercato velocemente di dileguarsi nel piccolo assembramento creatosi intorno al banco delle brioche. Niente da fare. Una voce si era rivolta a lei e, proprio con il tono che si sarebbe aspettata da una con un sorriso così, le aveva domandato alle spalle: “Anche tu ti chiami Camilla?”
Allora si era bloccata, aveva chiuso gli occhi e, per una frazione di secondo, aveva valutato l’ipotesi di ignorare la domanda, di rigettarsi nel grigio di Milano e di mischiarcisi dentro. In fondo, aveva ottenuto ciò che desiderava, il suo caffè: probabilmente non si sarebbero mai più incontrate e, Milla poteva scommetterci, in mezza giornata si sarebbero scordate l’una dell’altra.
Invece, aveva deglutito, riaperto gli occhi e una forza misteriosa l’aveva anche fatta voltare di nuovo verso quella che, ormai a tutti gli effetti, era diventata la sua interlocutrice. Forza che, un istante dopo, l’aveva abbandonata di nuovo per lasciarla lì impalata a non dire nulla, caffè stretto in mano, a fissare quegli occhi brillanti.
“Ehmmm… – si era schiarita la gola – già”.
L’altra si era impercettibilmente stretta nelle spalle e, Milla ne era sicura, se non si fosse trovata in un bar affollato, e non avesse avuto una quintalata di zaino addosso, non avrebbe trattenuto quel saltello che le andava tanto di fare. Oppure l’avrebbe abbracciata. Sì, dannazione, era decisamente tipo da abbracci.
Viste le circostanze, invece, lei e il mandolino transgenico che si trascinava dietro, avevano praticamente fatto split con gli avventori del bar e si erano fatti largo verso la porta per seguire Milla, che era stata ben contenta di sfoderare il suo sguardo più truce a monito di chiunque mostrasse anche solo l’intenzione di far notare all’altra che, forse, sarebbe stato meglio togliersi di spalla la montagna, prima di entrare. Arrivate alla porta, si era ripetuto il siparietto di poco prima– con Milla che gliela teneva aperta e lei che si inclinava per passarci sotto con quel baldacchino che si portava appresso; poi, sul marciapiede avrebbero dovuto riprendere ognuna la propria strada, magari dopo un cordiale accenno di saluto. Un buona giornata tirato lì proprio per dire qualcosa.
Invece, si erano fermate, una a sinistra e una a destra della porta a vetri con la decalcomania della tazza di caffè fumante; Camilla se ne stava lì impalata, con l’aria un po’ distratta di chi Milano la vive da poco e a Milla era venuta l’irrefrenabile voglia di farle una domanda a caso, giusto per tenersela vicina ancora un istante, giusto per sentirla parlare ancora: “Che strumento c’è lì dentro?” le aveva chiesto accennando alla custodia.
“Un contrabbasso.” le aveva risposto l’altra, mentre sul viso le si disegnava di nuovo un sorriso. Milla ignorava di che cosa stesse parlando, ma era tanto felice di averglielo chiesto: “Conservatorio?” le aveva chiesto assumendo un’aria da esperta che, decisamente, non le apparteneva.
“Sì, – aveva annuito l’altra con entusiasmo – ma mi sono trasferita solo qualche settimana fa e mi sento un po’ persa. – poi aveva estratto un foglietto con un indirizzo scritto a mano con una calligrafia chiara e leggibile – Dovrei raggiungere il mio insegnante alla sala congressi, sapresti indicarmi come raggiungere via Cesare Battisti?”
Milla non conosceva la zona, ma aveva come l’impressione che sarebbe arrivata più tardi del solito, al lavoro: “Certo – le aveva risposto – fammi dare un’occhiata e ti ci porto volentieri.” Aveva sfoderato di nuovo il cellulare e aveva finto di non badare eccessivamente al cenno entusiasta dell’altra ragazza.

—–

Roberta, appollaiata sullo sgabello di fianco alla finestra, eletto fin da loro primo giorno in quella casa suo luogo preferito per la colazione, aveva alzato solo gli occhi dalla sua tazza di tè fumante per poggiarli su di lei e aveva esclamato: “Tuo fratello ieri sera sembrava proprio sul disperato andante con i suoi figli!”.
Giorgia non poteva vederle le labbra, ma ci avrebbe sommesso fossero increspate da un sorriso divertito. “Sì, be’ – le aveva risposto, mentre ancora masticava veloce l’ultimo boccone di pane tostato e già si era alzata e aveva iniziato a raccogliere le briciole dal tavolo della cucina – a quelle due creature mancavano solo le coliche. Proprio ora che Elisa è fuori per lavoro”. Era, quindi, scomparsa nel corridoio elencando tutti i malanni che, in quelle poche settimane di vita, avevano già dovuto affrontare gli ultimi arrivati della famiglia – tutte faccende risolvibili, che tuttavia avevano messo a dura prova la tempra dei neo-genitori –; era, poi, riapparsa nello specchio della porta cacciando la testa in cucina, alla disperata ricerca della borsa, con il cappotto aperto e la sciarpa gettata al collo in una qualche maniera.
Roberta aveva sbuffato sonoramente, con il deliberato intento di farsi sentire; poi, con tutta calma, era scesa dal trespolo, aveva poggiato nel lavandino la sua tazza vuota e si era sistemata proprio nel centro della stanza: in piedi, faceva lentamente ondeggiare dal braccio sinistro, proteso verso Giorgia, l’ambito premio della ormai quotidiana caccia al tesoro. Una bella posa da manichino, uno di quelli che quando li vedi, ti sembrano annoiati di starsene in mostra tutto il giorno, con una mano col palmo all’insù, a mezz’aria, e l’altra che si riposa sul fianco e allora decidono di animarsi e cercano di farsi notare.
E Giorgia l’aveva notata. Si era affacciata di nuovo al tinello e aveva tirato un sospiro di sollievo, ma solo dopo qualche imprecazione: “C’erano dentro tutti i report degli ultimi tre mesi – si era giustificata – l’avessi persa, mi avrebbero ucciso in ufficio!”. Quella donna era tanto precisa sul lavoro, quando disordinata nella vita: Roberta l’amava. Due falcate ed erano l’una di fronte all’altra; Giorgia si era rimpossessata della borsa e Roberta le aveva sistemato la sciarpa attorno al collo, proprio come le toccava fare con i suoi piccoli allievi alla scuola materna. Il solito bacio, rubato ma solo per finta, a Roberta che si era ritirata e poi aveva riafferrato Giorgia per il bavero: “Cosa faresti senza di me, eh?” le aveva chiesta, canzonandola; l’altra aveva alzato le spalle e aveva finto di pensarci un po’ su senza risponderle veramente. Non lo sapeva, cosa avrebbe fatto, ma mica sono cose che si dicono, quelle: “è tardi! È tardi! È tardi!” aveva scandito, invece, fra un bacio e l’altro, mentre, con una mano cacciata in tasca in cerca delle chiavi, quasi già guadagnava l’uscita.
Roberta l’aveva lasciata andare, anche se c’era una cosa, proprio lì, nella bocca dello stomaco che le si arrampicava fino su, alla gola, e che voleva uscire. Era tardi, per Giorgia. E Roberta non voleva farle far tardi. Si masticava nervosamente l’unghia del medio sinistro, mentre la vedeva allontanarsi di spalle, un centimetro alla volta. Gliene avrebbe parlato la sera, magari davanti a un bel bicchiere di vino. Magari dopo un bel bicchiere di vino.
Ma poi Giorgia aveva afferrato la maniglia e Roberta aveva pensato che, se non gliene avesse parlato proprio in quel momento, poi non avrebbe più trovato il coraggio di farlo. E allora: “Facciamolo anche noi. – Giorgia si era voltata, ma non sembrava avere troppo chiaro che cosa avrebbero dovuto fare anche loro, forse era il caso di essere esplicite – Un bambino. Facciamolo anche noi”.
Roberta ne era sicura: se la mandibola della sua compagna non fosse stata più che saldamente ancorata a tutto il resto, l’avrebbe ritrovata a rotolare sul pavimento. Avere un figlio non era esattamente una delle loro priorità: ne avevano discusso, certo, ma la vedevano entrambe come una cosa abbastanza lontana. Bella, ma lontana. Poi, esattamente 37 giorni fa, erano venuti al mondo Lorenzo e Michele, i nipotini di Giorgia, e a Roberta s’era mosso qualcosa dentro. Sarà stato il dannatissimo orologio biologico che aveva preso a ticchettare; sta di fatto che per la prima volta in vita sua, s’era posta la fatidica domanda: perché non posso essere madre anch’io?
E quando è l’istinto che ti impone di chiederti una cosa del genere, te ne freghi di leggi e riconoscimenti e definizioni e ruoli. Hai solo questo grande, immenso desiderio di amare; questo gigantesco, terribilmente egoistico, desiderio di fare qualcosa che sarà per sempre solo tuo, che tutto il resto non ti spaventa. Non ci pensi proprio, a tutto il resto.
Giorgia si era voltata completamente di nuovo verso Roberta e aveva rilassato le spalle fino a quando la borsa le era scivolata a terra con un tonfo secco. Aveva deglutito, solo per provare a chiudere la bocca e aveva mosso un passo, uno solo, verso l’altra donna. Cos’è questa storia dei figli, adesso? Che poi il problema non erano i figli. A pensarci bene, non era neanche l’adesso. E allora che problema c’era?
Giorgia credeva in quell’ok che le era scivolato fuori mentre guardava negli occhi Roberta. Aveva sentito l’impellente bisogno di sedersi e poi di ridere. O prima di ridere e poi di sedersi. O forse di fare tutte e due le cose contemporaneamente, non è che fosse propriamente lucida in quel frangente. Certo che voleva avere dei figli con Roberta, ora si chiedeva perché cavolo non era stata lei a proporglielo.
Ah, già.
Non del tutto, il sapore dolce di quell’idea le rimaneva in fondo alla bocca; però, un po' di voglia di ridere le era passata: ora scrutava un punto non meglio identificato di fronte a sé, fra il frigorifero e lo stipetto dei bicchieri. Si era stretta nelle spalle e aveva assunto quell’espressione involontariamente corrucciata che Roberta conosceva bene e che di solito non portava nulla di buono, nessun pensiero positivo: “Mi piacerebbe, ma…” aveva esordito con una voce che pareva essere giunta da molto lontano per poi essersi ripersa subito nei suoi ragionamenti.
“Ma…?” l’aveva incalzata Roberta, che però non riusciva a muoversi da là in mezzo, pietrificata all’idea di un no da parte della sua compagna.
Giorgia aveva alzato le sopracciglia e si era portata la mano destra a massaggiarsi il collo, dietro, proprio dove i capelli, sottili e ribelli, scappavano alla sua già poco ordinata acconciatura. “Io sono fuori dai giochi. – aveva ripreso con il tono più ovvio che Roberta avesse mai sentito – Con i valori che mi ritrovo, nessun medico sano di mente mi sottoporrebbe a una fivet. – aveva deglutito e, solo allora, aveva posato lo sguardo di nuovo su di lei – Robbi, le hai viste anche tu le ultime analisi”.
Era colpa quella che Roberta leggeva negli occhi di Giorgia? L’idea la mortificava: la donna che amava, con cui condivideva la vita da otto anni, per la quale aveva accettato compromessi infiniti e grazie alla quale aveva vissuto i momenti di gioia più intensi di sempre, si sentiva in colpa per questo?
“A te no – le era andata incontro e le si era accovacciata di fronte – ma a me sì. Ho 42 anni, Giò. – le teneva strette le mani fra le sue e la fissava negli occhi con una determinazione che Giorgia aveva potuto notare poche volte nella vita – Voglio vivere con te il resto della mia vita – aveva preso un bel respiro e poi aveva ripreso a parlare – e vorrei tanto avere l’immenso privilegio di crescere un figlio con te. – le aveva sfiorato il palmo della mano, proprio là dove si unisce al polso e le aveva sorriso per celare un poco la commozione – Saresti una mamma meravigliosa”.
Anche Giorgia era commossa: se l’era tirata vicino e le aveva sistemato una ciocca di capelli dietro l’orecchio: “Io, non lo so – le aveva confessato dubbiosa – ma tu lo saresti di certo. – aveva deglutito e si era fatta seria – Sai che non sarà una passeggiata? Sai che potrebbero volerci anni? Sai che potremmo non riuscirci mai?” l’aveva subissata di domande. Non voleva essere pessimista, ma si sentiva in dovere di puntualizzare ogni cosa.
Roberta annuiva: “Sarai con me?”
“Certo.” e in quel momento era l’unica certezza che Giorgia aveva.

Recensioni

  1. “In poco più di cento pagine l’autrice è riuscita a raccontare e farci vivere in prima persona alcuni ostacoli e preguidizi che si trovano a dover combattere le coppie omosessuali.”

    Recensione su “Amici di Carta”

  2. “L’amore è per tutti. E’ davvero così? C’è un mondo reale dove l’amore è uguale per tutti? E’ una domanda che mi sono posta leggendo il libro di Mara Boselli.”

    Grazie a Samantha Terrasi di “Pesce Pirata” per la bellissima recensione!

  3. Il romanzo mostra chiaramente le difficoltà delle coppie omosesuali, il dolore della discriminazione e la forza che occorre per combatterla, ma lo fa in punta di piedi senza alzare polveroni di critiche o odio. Lo fa genuinamente.La lettura è scorrevole, mi piace molto come Mara Boselli scrive dell’amore e delle difficoltà, con delicatezza e quasi poesia, è un’autrice con del talento.
    Recensione di Sabrina Guaragno!

  4. “Questo libro è una preghiera all’accettare l’amore in ogni sua forma, è un inno alla tolleranza e all’accettazione.
    L’amore non è bianco o nero, uomo o donna, occidentale o orientale, amore è tutta una questione di cuore.”

    Recensione su “Toglietemi tutto ma non i miei libri”

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