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“Il Giardino degli Aranci – Il Mondo del Bosco” – Ilaria Pasqua

Prodotti “Il Giardino degli Aranci – Il Mondo del Bosco” – Ilaria Pasqua
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“Il Giardino degli Aranci – Il Mondo del Bosco” – Ilaria Pasqua

€2.98

“Riuscivo a ricordare ogni singolo incubo, e lo rivivevo ogni giorno anche se non volevo far altro che dimenticarmene.”

Genere: Distopico, Urban fantasy

Pagine: 320

Profilo dell’autrice

Estratto gratuito sul sito dell’autrice

Scopri anche la prima parte della trilogia, “Il Mondo di Nebbia”

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Novità: disponibile anche in formato cartaceo su Amazon!

Categoria:

Sinossi del libro

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Dopo il Mondo di Nebbia, una nuova dimensione attende Aria, Will e Henry, in cerca di nuovi indizi sulla chiave in grado di riportarli alla loro realtà. Il Mondo del Bosco però non è dei più ospitali: ci sono due schieramenti che continuano a farsi guerra senza un motivo apparente, e la società sembra del tutto arretrata, le donne non hanno potere e sono sottomesse agli uomini, spesso violenti e brutali. Non proprio il posto ideale per una come Aria, che proverà a modo suo a cambiare le cose. Ma, con il passare dei giorni, non sarà invece proprio quel mondo a cambiare i ragazzi?

Nel mentre, Lucas e Wade arrivano nel Mondo di Nebbia alla ricerca dei loro figli, imbattendosi nei Cinque Sacerdoti, che sembrano avere un conto in sospeso proprio con Lucas…

Secondo capitolo della trilogia distopica di Ilaria Pasqua “Il Giardino degli Aranci”, “Il Mondo del Bosco” fa luce su alcuni dei misteri irrisolti (qual è l’origine dei Cinque? Come si creano i mondi, e in cosa consiste il “patto”?) senza dimenticare però i personaggi alla base della storia: Aria, Will e Henry, tre ragazzi costretti a una missione sempre più pericolosa e sempre più lontani da quei giorni pacifici dove vivevano in armonia; quei giorni potranno mai tornare?

Estratto Gratuito

Anteprima

Capitolo 1

Wade e Lucas erano immobili, come se il tempo si fosse fermato, sprofondati in un silenzio innaturale. Spaventati entrambi dalla domanda che non volevano ascoltare, ma che andava pronunciata.
“Che intendi con: ‘non vi ho detto la verità’?”, Wade fissava Lucas con apprensione. Incrociò le braccia e si avvicinò all’amico aspettando con impazienza una risposta.
Lucas si strofinò il dorso della mano sul viso, stringendo ancora la scatola nera nell’altra, e si sedette sul letto di Will. Accarezzò la coperta. Era così tanto tempo che suo figlio non dormiva più in quel letto. Sembrava una vita intera.
Sospirò profondamente, “sono passati dieci lunghi anni”, disse guardando a terra, le ginocchia piegate apparivano instabili, come se tutto il suo essere tremasse al cospetto di quei ricordi. Lasciò andare la scatola.
“Lucas…”
Lucas sospirò e si piegò in avanti, nascondendo la faccia dietro le mani. Poi si tirò su, “alla fine, sapere queste informazioni non sarebbe stato d’aiuto. Tua figlia e mio figlio sono finiti lì, e nessuno…”, balbettò confuso fissandosi le mani invecchiate, osservò con stupita attenzione le grinze sulle nocche, l’aria stanca delle dita, le unghie cortissime, come se non le avesse mai viste.
“Lucas!”, stavolta suonò come un urlo dal tono aggressivo.
L’uomo si raggelò, sobbalzando al suono della sua voce. “Ho fatto un errore. Ma ora devo rimediare”, alzò gli occhi sull’amico che aspettava ancora una risposta, “io conosco i Cinque da tantissimo tempo. Siamo stati amici, grandi amici. Ciò che non vi ho detto è che….”, non riusciva a parlare, per quanto era forte l’ansia, quel segreto era stato sotterrato da moltissimo tempo dentro se stesso, ben nascosto, al sicuro. Non l’aveva mai detto ad alta voce e le parole gli si smorzavano in gola a ogni tentativo. Iniziò a balbettare, come un muto che tenta di formulare parole, senza riuscire a tirar fuori che poche lettere dal suono confuso, poi poggiò gli occhi sulla tela scura di suo figlio Dan. Tutte le sere, entrava in stanza per togliere ogni strato di polvere dagli oggetti dei figli.
Wade lasciò che si prendesse il suo tempo, ma le dita si muovevano in continuazione, come impazzite. Il volto era teso in un’espressione di allarme, come se avesse già percepito la grandezza di quella confessione, e le sue implicazioni.
Lucas prese fiato ancora una volta e alzò gli occhi sull’amico, “ciò che non vi ho detto è che i Cinque Sacerdoti, non erano… Cinque”.
“Che diavolo vuol dire?”, chiese Wade sciogliendo le braccia e strabuzzando gli occhi.
Balbettò qualcosa con voce inferma, “i Cinque in realtà sono una sola persona. Non riesco neanche a dirlo”, Lucas scoppiò a ridere come un folle.
Wade fu preso alla sprovvista, quella confessione l’aveva scioccato, ma l’amico che rideva in quella maniera… forse ancora di più, tentò di chiedere una conferma, non era del tutto sicuro che ciò che aveva sentito fosse giusto, “prima del patto con la vecchia, i Cinque erano una persona e… il loro prezzo è stata questa separazione”, continuò Lucas facendosi di nuovo serio, “e chi lo sa cos’altro”.
“Ecco perché i mantelli… cosa c’è lì sotto?”, Wade incrociò le braccia al petto.
“Non lo so e non voglio neanche saperlo”, disse Lucas stropicciandosi di nuovo il volto, “capisci?”, allungò la mano verso la scatola e la prese di nuovo, guardandola assorto.
“No, in realtà”, Wade si appoggiò al muro ripetendosi quella scoperta nella mente, cercando di articolarla, facendola combaciare con le altre informazioni che aveva.
“Quando la vecchia ha stretto il patto, lui è stato smembrato sotto i miei occhi”, la voce tremò leggermente di fronte a quel ricordo, “poi i Cinque hanno sorpassato una soglia e sono scomparsi”, si alzò e barcollò verso Wade, “non possiamo ucciderli. Vivono in un mondo in cui sono immortali. Dio sa cos’altro gli ha portato via la vecchia per stringere il patto. Ciò che so è che sono al sicuro, in quel mondo”.
“Non possiamo ucciderli”, ripeté Wade, e pensò a quel giorno in cui non era riuscito a fermare Aria e sua moglie, quel giorno infame in cui li aveva persi, sospirò. Come ho potuto? Lucas non aveva capito quanto l’amico si tormentasse con questi pensieri. Se Lucas era colpevole per Will, lui lo era per la sua famiglia.
“Nessuno può farlo, nessuno dei nostri ragazzi. Forse nemmeno la vecchia ormai”, scoppiò di nuovo a ridere, ma a labbra strette. Chiuse gli occhi e riprese fiato.
“Ci deve essere un modo”, Wade non voleva arrendersi.
“No. I ragazzi possono solo trovare la chiave e sgusciare via. È l’unica possibilità che abbiamo Ma quel mondo rimarrà in piedi, che noi lo vogliamo o no. Ho paura che mio figlio non sia al sicuro lì ora. Se lui, loro, dovessero capire chi è…”
“Tu cosa hai intenzione di fare allora?”.
“Andrò a parlare con loro. Vedrò se c’è qualcosa di quella notte che non ricordo, un dettaglio che può aiutarmi a scoprire…”, strinse più forte la piccola scatola nera.
“Se è possibile annientarli”.
“O almeno distruggere quel mondo, portando via i nostri figli”, Lucas aveva un altro progetto, ma esitava al raccontarlo all’amico, non credeva, anzi era sicuro che non avrebbe capito.
“Una volta per tutte”, disse Wade deciso.
“Una volta per tutte”, ripeté Lucas, aprì la scatola nera e osservo ciò che c’era dentro con gli occhi tristi, il cuore immobile.

Capitolo 2

Se nel mondo esistesse altro che sofferenza, si disse Marcus, seduto sulla panchina di un parco in un pomeriggio d’autunno in cui il vento si divertiva a far vorticare in cielo le foglie marroni degli alberi. Lo zaino di scuola abbandonato a terra.
Il ragazzino non aveva più di dodici anni e si ostinava a fissare dritto davanti a sé come se sfidasse l’aria, mentre si stringeva nella giacca troppo leggera per la temperatura. Il sole aveva già abbandonato il suo posto, quel giorno, lasciando il cielo di un colore bianco pallido, come se fosse una tela in attesa di qualcuno che venisse a dipingerla. La notte sarebbe calata velocemente di lì a venti minuti, ma il ragazzo non sembrava interessarsene.
Sulla terra bruna, a pochi metri dai suoi piedi, proprio a ridosso del prato, un formicaio si agitava senza sosta sotto i suoi occhi. La buca sembrava avere vita propria, inghiottendo e risputando piccole formichine silenziose che si preparavano a ritirarsi per la notte.
In fila indiana, si davano man forte, trasportando le ultime scorte di cibo o preparandosi forse al brutto tempo. Marcus non aveva notato le nuvole che erano comparse di colpo in cielo, proprio dietro alle sue spalle. Sopra agli edifici più vicini al parco. L’alto cancello nero e elegante segnava una netta separazione tra il giardino e la strada. Per Marcus era una divisione altrettanto netta tra la vita della città e quella più pacifica che andava sempre cercando. Tra la sofferenza, i dubbi, le paure e la tranquillità. Quello era per lui il posto ideale per lasciarsi alle spalle i problemi. Per smettere di pensare e prestare attenzione solo ai suoni della natura, o al semplice silenzio.
Alcune volte però i problemi lo raggiungevano anche lì. Non poteva nascondersi a lungo da quel suo strano, fastidioso malessere che non dovrebbe inseguire un ragazzino. E il silenzio si faceva assordante, sgradevole, opprimente. Marcus allora si concentrava e cercava di cogliere un suono qualsiasi: il vento tra le foglie, i passi di qualcuno in lontananza, un cane abbaiare, un clacson dalla strada. E così, magicamente riusciva a ritrovare la calma persa.
Dal fondo del viale alberato un profumo di carne alla brace portato dal vento gli solleticò il naso. Gli venne fame e decise di alzarsi. Le luci iniziavano a prendere il controllo della città: sul viale si accesero una dopo l’altra, come per magia, e alle sue spalle notò quelle della strada prendere vita quasi nello stesso momento. Le macchine non sembravano meravigliarsene, procedevano come al solito ignorando qualsiasi cosa, così come i loro passeggeri.
Le luci si arrampicarono pian piano anche sulle facciate degli edifici, gettando un’ombra sull’asfalto. Persone svogliate si stavano di certo spostando da una stanza all’altra replicando i soliti gesti, la solita routine e la luce ne era parte, come qualsiasi altra cosa di questo folle mondo.
Più calava la sera, e più Marcus si sentiva oppresso. Iniziò a respirare a fatica e si alzò. Del sole ormai non c’era più traccia. La notte era alle porte e lui non avrebbe potuto far nulla per impedirle di entrare. Avrebbe voluto saltare subito al nuovo giorno, magari senza invecchiare di un solo istante, senza perdersi quella parte della vita che spettava a un ragazzo come lui e che in qualche modo gli era stata sottratta dagli eventi, dal caso, non voleva chiamarlo destino, ma forse era proprio così. Lo desiderava ogni sera, ma era un desiderio che, credeva, non si sarebbe mai avverato.
Strappò una bottiglietta semivuota dalla panchina e si diresse verso il formicaio. Si acquattò e rimase a osservare la lunga scia nera che spariva nel buco. Anche la terra appariva più scura, tutta la sua vita sembrava più scura quando il giorno gli passava accanto abbandonandolo per lasciare spazio alla sera.
Stappò la bottiglia e fece scendere lentamente grandi gocce d’acqua nel buco. Alcune formiche scapparono, altre sembrarono volergli venire contro. Aumentò il flusso, fino a quando non ne rimase più neanche una lacrima. Raccolse da terra lo zaino. Poi si diresse a spalle basse verso l’uscita del parco, stringendo sempre in mano la bottiglietta, ora vuota.

Sulla soglia del cancello Marcus ebbe un’esitazione. Oscillava con il busto avanti e indietro restando con i piedi ben fissi a terra, sembrava che il parco volesse trattenerlo a sé. E invece era solamente lui a non decidersi. Sulla strada di fronte, le macchine procedevano lente e affaticate; nonostante fossero quasi le otto e mezza di sera c’era un gran traffico, come se le persone non volessero ritornare nelle loro case e affrontare la notte, un po’ come lui. In realtà era solo un’illusione, in quella città il traffico ingombrava le strade a ogni ora del giorno, soprattutto nei pressi del parco. Fece un sospiro e strinse più forte le cinghie dello zaino. Infine sorpassò il cancello, voltò a destra e percorse il largo marciapiede ordinato che costeggiava il giardino fino all’angolo, poi attraversò, gettando la bottiglietta nel cestino che si trovava sul suo cammino.
A spalle basse, con le mani strette in tasca, ogni tanto gettava un’occhiata distratta alle vetrine ormai chiuse, e ai visi delle persone che incrociavano il suo. Ogni tanto si fermava sotto un lampione e alzava gli occhi come a ricaricarsi di energia.
Marcus entrò con altrettanta distrazione, come se i piedi lo guidassero senza che lui pensasse minimamente alla direzione, in uno dei Wimpy di strada, il suo preferito. Il fast food era affollato come sempre a quell’ora, e una forte aria di fritto e calore mescolati insieme lo colpì in piena faccia. Abbozzò un sorriso, quella confusione e quel calore stranamente gli piacevano.
Si tolse dalla schiena lo zaino e respirò a fondo, trascinandosi fino al bancone. Si mise pazientemente in fila senza lasciare andare lo zaino che era abbandonato a terra floscio, come un corpo senza vita ripiegato su se stesso.
Un ragazzo altissimo, dal sorriso contagioso allungò il collo da dietro il bancone per superare la fila e raggiungerlo con lo sguardo. Gli fece l’occhiolino e sorrise, anche se era difficile capire se l’avesse fatto proprio verso la sua direzione, sembrava proprio dire, “ciao Marcus, sono felice di vederti”, e lui, questo, lo adorava. Spesso si fermava a parlare con i clienti, ma senza perdere mai il ritmo, riusciva a chiacchierare mentre lavorava, e cosa ancora più impressionante, ricordava i nomi di ognuno. Li salutava come fossero vecchi amici e le persone se ne stupivano ogni volta. Varcava la soglia così tanta gente, che chiunque si chiedeva come facesse.
Marcus abbozzò un sorriso e rilassò le spalle, facendo ogni tanto un piccolo passo avanti man mano che le persone guadagnavano il bancone. Poi finalmente lo raggiunse.
Il ragazzo doveva avere circa una ventina di anni, forse persino meno, Marcus non aveva mai avuto il tempo di informarsi, e aveva un modo di fare così beato da mettere allegria a chiunque, persino agli oggetti. In mano sua i panini sembravano danzare, i vassoi carichi colorarsi di vita.
Molte volte Marcus aveva sentito i clienti in fila rimanere sorpresi o lodare quel suo atteggiamento, alcuni avevano persino detto che frequentavano quel Wimpy proprio perché c’era lui, aveva ascoltato di famiglie che si muovevano da altri quartieri per andare proprio lì. Anche per Marcus era così d’altronde, la cosa sembrava assurda eppure era la verità, spesso si sentiva stupido per questo, ma la condivisione di quelle sue stesse sensazioni con persone sconosciute lo rinfrancava e rilassava.
Osservò il ragazzo con grande attenzione, come faceva sempre, chiedendosi quale fosse il suo segreto.
Quel suo muoversi attivamente da una parte all’altra? Il sorriso solare aperto a tutti? Le parole che pronunciava con quella nota alta, come se cantasse? O forse le occhiate piene di vita? Non lo sapeva, ciò di cui era certo è che rendevano quel luogo migliore, come se quest’ultimo assorbisse le energie di quell’uomo trasmettendole nell’aria e ubriacando tutti.
“Ciao Marcus”, disse facendogli l’occhiolino e poggiandosi con le mani sul bancone. Poi si piegò in avanti per avvicinarsi a lui. Da così vicino appariva ancora più alto. Magro eppure muscoloso. Gli occhi verdi curiosi saltavano da una persona all’altra, registrando ogni movimento.
“Ciao… Ross”, rispose Marcus sforzandosi di sorridere. Doveva pur ricambiare in qualche modo quella gentilezza.
“Cosa ti ho detto?”, sussurrò lui avvicinandosi ancora e fingendosi arrabbiato.
Marcus sorrise di nuovo, “ciao Lucas”, balbettò.
“Così va meglio”, si rialzò e gettò uno sguardo al tabellone alle sue spalle, “solito menù?”.
“Sì, ti ringrazio”. Le chiacchiere provenienti dai tavoli affollati, la gente dietro di lui in fila intenta a parlare col vicino, le risate dei bambini mentre si infilavano in bocca le patatine, l’aria accogliente, come quella di una famiglia, lo facevano sentire bene. Chiuse un momento gli occhi, quando era lì dentro, si sentiva nel posto giusto al momento giusto. Non capiva perché quel posto gli donasse questa sensazione di pace. Era il luogo più allegro e colorato che conoscesse. Avrebbe tanto voluto che anche casa sua fosse così. Non chiedeva tanto, sarebbe bastata anche una vaga somiglianza, l’ombra di un sorriso, una risata da un’altra stanza.
“Ecco qui”, disse porgendogli la busta. Sapeva benissimo che Marcus avrebbe mangiato fuori. Non sapeva però che l’avrebbe fatto per la strada, camminando da solo in silenzio, rallentando sempre più il passo, nonostante la notte fosse ormai calata da tempo.
“Grazie, Lucas”, prese il pacchetto e si avviò verso l’uscita, trascinandosi sempre lo zaino dietro. Avrebbe voluto che la fila fosse stata più lunga, che la gente davanti a lui si fosse sdoppiata magicamente, per impedirgli di arrivare così presto al bancone, o almeno per farglielo raggiungere il più tardi possibile. Invece la fila era stata fin troppo breve. E non aveva neanche fame.
Fuori dal Wimpy un’aria fredda e pungente lo paralizzò per un istante. Cercò di scrollarsi di dosso quell’ondata di brividi, poi s’infilò lo zaino su una spalla e col sacchetto nell’altra mano proseguì verso destra, lì dove le luci sembravano smorzarsi di colpo.
Tirò fuori un panino ben incartato, ancora fumante, e lo mangiò lentamente, a ogni morso sentì tornargli la fame, e il suo stomaco ringraziare silenziosamente.
Nonostante si stesse ricaricando con quel gustoso panino, si sentiva sempre più prostrato. Camminava piegato in avanti, con la testa bassa. Mangiò un paio di patatine, poi chiuse la busta e la infilò nello zaino, forse dopo gli sarebbe tornato l’appetito.
Un orologio poco distante segnava le dieci. Era decisamente tardi, affrettò il passo sperando di ritrovare ormai tutti a letto.
Così girò l’angolo e entrò in un palazzo dall’aria malconcia. Aprì la porta di casa lentamente, cercando di far scattare la serratura nella maniera più silenziosa possibile e frenando il cigolio che molto spesso annunciava il suo arrivo.
Maledetta porta, pensò Marcus aprendola. Un’ondata di calore opprimente e appiccicoso lo avvolse, stringendolo in una morsa. Il ragazzo prese fiato, e avanzò nel lungo corridoio buio in punta di piedi. Sulla sinistra c’era la sala da pranzo, la superò. Ma suo padre saltò fuori di colpo.
“Marcus, dove eri finito? Devi piantarla di fare così tardi”, disse più esasperato che arrabbiato. Aveva due profonde occhiaie, ancora la camicia addosso, mezza sbottonata. I pantaloni del lavoro ma le pantofole ai piedi, come se fosse appena rientrato, ma sicuramente non era così.
Meg, sua sorella più grande, spuntò dal fondo del corridoio, era vestita e truccata come se stesse per uscire, “non pensare che ti preparerò la cena ora. Che pensi che sono la tua schiava?”, disse incrociando le braccia sul petto stretto in una maglietta rossa.
Marcus sospirò senza rispondere, ancora con lo zaino sulla spalla, come se stesse decidendo se scappare fuori o restare.
La sorella si avvicinò e lo spinse verso la porta, “su, non startene imbambolato, togliti di mezzo”.
Il padre si stropicciò il viso e sbuffando tornò a sedersi sulla poltrona davanti alla televisione che mandava sprazzi di luce nervosi nella stanza buia. La casa era completamente immersa nell’oscurità, come se ci fosse il divieto di accendere la luce.
Meg uscì di casa, dopo avergli lanciato un’occhiata piena di rancore. Marcus sapeva quanto fosse arrabbiata col mondo e cercava di non infierire, non ne avrebbe neanche avuto le forze. La sua rabbia era passata, almeno credeva, ora si sentiva solo rassegnato, stanco come suo padre.
“Vai a salutare tua madre”, disse l’uomo senza neanche distogliere lo sguardo dallo schermo. Sul tavolino accanto al divano un bicchiere di liquore e un panino mezzo mangiato.
In quel momento Marcus si accorse dell’odore di fritto che si stava espandendo nel corridoio, superando la barriera dello zaino, ma se ne disinteressò. Aprì la porta alla sua destra e si sedette accanto al letto, su una sedia di legno che sembrava consumata dal tempo o dalle lacrime.
La camera era spoglia, niente quadri, solo qualche mensola con una manciata di libri, una piccola finestra dall’altro lato, che dava però in un brutto cortile interno, un mobile di legno scuro, un comodino abbinato con un bicchiere d’acqua e molti flaconi, un tovagliolo con pillole di varie misure, un piccolo vaso con delle margherite gialle fresche, le sue preferite.
Una donna di circa quarant’anni giaceva stanca sul letto, coperta da una trapunta spessa sotto cui il suo corpo sembrava quasi sparire. I capelli castani sparsi disordinatamente sul cuscino sembravano un nido aggrovigliato di uccelli.
Marcus si allungò per controllare che il petto si muovesse ancora. Era così difficile da capire sotto tutti quegli strati di lenzuola. Sembrava ritirarsi ogni giorno di più.
“Ciao mamma”, sussurrò, quasi sperando che non lo sentisse.
“Ciao tesoro”, rispose lei a occhi chiusi, continuando a tenere il viso verso il soffitto.
Alzò anche lui lo sguardo verso il soffitto, fissando ogni minima imperfezione, come se gli importasse, mentre gli occhi gli si riempivano pian piano di lacrime.
“Tua sorella è uscita di nuovo?”, disse a fatica la donna voltando la testa verso di lui.
Marcus si limitò ad annuire.
“Stalle vicino, sei tu l’uomo di casa”, disse con ancora più fatica.
Marcus sospirò e si alzò di scatto dalla sedia che si spostò indietro facendo un rumore stridulo. Poi uscì di corsa dalla stanza.
Dormiva in una piccola branda arrangiata nella stanza della sorella, poco prima della fine del corridoio. Da molti mesi, ormai, suo padre aveva preso possesso della sua stanza, era quasi uno sgabuzzino in realtà, ma Marcus ne andava fiero, perché era il suo spazio, il suo territorio. Il piccolo mondo dove sua sorella non poteva entrare, dove nessuno poteva metter piede. Prima che la madre si ammalasse, passava tantissimo tempo nella sua stanzetta in fondo al corridoio. Si sentiva realmente a casa, amava ogni cosa di quel suo piccolo nido; la scrivania, il letto, la piccola finestra che dava sulla strada, da cui spesso fissava le persone passare, anche se in quella zona il traffico non era mai stato così fitto, e i libri, i fumetti, i quaderni di scuola, il silenzio. Il suo piccolo mondo staccato da tutto e tutti. Abbastanza isolato e tranquillo, anche se prima dello scorso anno non era poi così importante isolarsi. Gli piaceva stare da solo, ma amava anche chiacchierare con la famiglia. Le loro cene prima erano un susseguirsi di risate. Sua sorella era sempre gentile con lui e non usciva a tarda sera, il padre non si addormentava sul divano guardando qualche stupido programma in tv, e soprattutto sua mamma stava bene.
Chiuse gli occhi e cercò con insistenza il sonno, tremando lievemente sotto le coperte. Si era ormai abituato all’odore di fritto che proveniva dalle patatine. Si era scordato di toglierle dallo zaino ma ormai era tardi, aveva deciso di non alzarsi, perché se l’avesse fatto, forse, non sarebbe più riuscito ad addormentarsi. Sua sorella gliel’avrebbe fatta pagare, ma che importava?
Forse non tornerà nemmeno questa notte. Forse domani non andrà neanche a scuola, pensò serrando le labbra. Le ombre degli alberi fuori dalla finestra si allungavano minacciosamente nella stanza, Marcus ne sentiva il peso su tutto il corpo, come ogni notte.
Il cuore iniziò a battergli sempre più forte e lui sperò che il giorno arrivasse presto. Irrigidito come un pezzo di legno ghiacciato, si addormentò, sperando di riuscire a tenere insieme i pezzi del suo corpo e di farcela a superare la notte.
Gli incubi, giorno dopo giorno, si facevano sempre più intensi, nitidi e faticosi. Gli sembrava di viverli da sveglio e non da addormentato, perché erano diventati così vividi da poterli toccare. Era come se venisse catapultato in un mondo buio e appiccicoso in cui tentava di trovare una via d’uscita. Ma ogni notte, ciò che era lì, lo trascinava dalla sua parte, spossandolo. Ogni giorno si svegliava più stanco, più oppresso e più triste. Gli incubi erano sempre qualcosa di brutto, ma di così non ne aveva mai fatti. Ogni notte era un continuo inseguirsi di brutti pensieri e brutte immagini che lo facevano alzare in lacrime, sudato e senza voce, come se avesse urlato talmente tanto in quei luoghi sconosciuti da non avere più abbastanza fiato e parole per dire qualsiasi altra cosa, o ribellarsi.
Sua sorella si lamentava in continuazione e non cercava minimamente di comprenderlo, così ogni notte veniva sgridato e messo in guardia, e finiva con l’addormentarsi ancora più teso, e soprattutto con la speranza di non far rumore, o di non addormentarsi affatto.

***

Ancora una volta questo sogno, anche se non era mai lo stesso. Stranamente non ero consapevole del posto in cui mi trovavo, nonostante ci avessi passato tante di quelle notti da non riuscire più a contarle. Non riuscivo a capire cosa significasse, ma ero in grado di sentire il mio corpo irrigidirsi nel letto, tentando di ribellarsi.
Un sentiero pieno di nebbia, una lunga fila di alberi su un lato, dall’altro lo strapiombo.
Cominciai a camminare con passo incerto, allungando le mani davanti a me. Quel luogo era indefinito, freddo, opprimente, all’apparenza isolato eppure abitato. Non ero solo, ma in quel caso avrei voluto esserlo. Tutto il mio corpo mi avvertiva di non muovermi, di restare fermo fino a quando non mi sarei svegliato, ma invece mi mossi, non riuscivo mai a resistere.
Passo dopo passo sentivo la nebbia quasi fare resistenza. A tentoni cercai di camminare in linea retta, tenendomi lontano dal burrone. Mentre pensavo a questo, un urlo agghiacciante risalì la terra proprio da quello strapiombo, come se avesse letto i miei pensieri e in qualche maniera mi volesse attirare a sé. Calamitato raggiunsi la linea che separava quel sentiero dal vuoto. Iniziai a dondolare tenendomi pericolosamente in bilico, come su una corda sospesa nel cielo. Sotto non potevo vedere nulla, e loro forse non potevano vedere me, ma i loro suoni riuscivano a raggiungermi.
Altre urla piene di sofferenza, cariche di minacce, miste a risate stridule che accapponavano la pelle.
Riuscivo a sentire il mio corpo nel letto sudare freddo. Era una sorta di doppia consapevolezza, vivevo in quelle notti su due diverse sponde, la vita e il sogno, o forse la vita e la morte.
Dal fondo del sentiero un sibilo richiamò la mia attenzione. Lasciai il burrone e arretrai, senza riuscire a percepire le parti del mio corpo. Vedevo sfocata le nebbia, gli alberi sembravano agitare i loro rami come tentacoli. Caddi all’indietro sbattendo la schiena. Ancora il sibilo. Raccolsi una manciata di terra e la portai davanti agli occhi. Era un grumo di carne e sangue caldo che scivolò lentamente lungo il mio braccio. Iniziai a tremare quando mi accorsi che sulla pancia mi mancava una parte, giusto la forma di un pugno.
Sentivo talmente tanto dolore da non riuscire a urlare. Le labbra erano incollate l’una all’altra. Strisciai sulla pancia e tentai di rialzarmi. In mano stringevo ancora quella parte di carne di cui non riuscivo a liberarmi. Dalla pancia iniziò a scorrere un fiumiciattolo rosso, poi nero come catrame, che bagnò la terra impregnandola. Un urlo dal fondo del sentiero, alzai gli occhi. Un’ombra avanzava verso di me a fatica, trascinandosi dietro qualcosa che tintinnava a ogni passo. E rideva.
Strisciai per qualche metro verso destra, volevo evitare quell’essere ma non potevo tornare indietro.
La lunga scia di sangue si trasformò in una catena che mi legò il collo stringendosi sempre di più. Con le mani insanguinate tentai di liberarmi, non riuscivo a respirare. Sentivo la faccia diventare sempre più calda e la testa comprimersi con così tanto vigore che ebbi paura esplodesse. Dal fondo del sentiero la catena cominciò a tirare, tirare, trascinandomi per alcuni metri. Anche se la strattonavo con tutta l’energia che mi restava, quella rimaneva ben salda, come fosse legata ben stretta alla sua fonte.
Sdraiato sulla schiena, iniziai a dimenare le gambe, senza riuscire ad urlare. La voce continuava a non voler uscire, non potevo chiedere aiuto, forse non potevo salvarmi.
La nebbia di colpo si fece tangibile e pesante, come una nuvola di cemento, e mi crollò addosso, prima sul petto, poi sulle gambe. Sentii le ossa rompersi e rimasi paralizzato a terra, sotto quel peso.
Vicino a un albero comparve mio padre. Guardava la tv sulla sua poltrona verde. Cercai di chiamarlo ma uscì solo un mugolio strozzato. Inutile. La televisione si avvicinò lentamente a lui, scivolando sul terreno, quando fu vicina, mio padre allungò la mano e quella la afferrò, iniziò a masticarla come se avesse i denti, mentre papà non faceva nulla per impedirlo.
Il peso sul mio corpo premeva sempre più verso terra, come se volesse trapassarmi da parte a parte. La voce di mia sorella canticchiava serena, stava pettinando mia madre seduta proprio sul bordo del precipizio. La pettinava con tale forza da staccarle parti della testa, sembrava volesse annullarla. E io non potevo aiutarla.
Non potevo urlare, non potevo piangere o lamentarmi, potevo solo giacere abbracciato dal terreno sempre più caldo, in quella nebbia fitta che rappresentava tutto ciò che sentivo di essere e che sembrava sudare disprezzo. Una nebbia nemica eppure amica. Mi nascondeva dagli altri ma anche da me stesso. Nonostante tutto mi terrorizzava. Non c’era niente di più spaventoso che l’ignoto, il giorno che seguiva a quello che stavo vivendo, il futuro. Rappresentava tutto ciò che provavo, l’essere il nulla, indefinito forse, senza presente e con un futuro incerto e inconsistente. Spaventato e senza aiuto. Irrimediabilmente spezzato. Definitivamente senza speranze.
La nebbia, senza consistenza e senza tempo. Presente e non presente.
La catena che mi si era stretta al collo si trasformò di colpo. Ora due mani mi stavano strangolando. Non erano grandi come quelle di un adulto, ma erano altrettanto forti, attaccata alle mani solo altra nebbia e forse un corpo che non potevo vedere. Di nuovo la sensazione di perdere da un momento all’altro la testa. Non riuscivo più a respirare ma combattei per liberarmi.
Nello stesso momento un urlo indefinibile risalì il burrone, lo sentivo muoversi verso di me, strusciando sulle pietre, sul terreno, mentre gli alberi dietro di me sembravano tirarsi indietro spaventati. La nebbia si addensò. Qualsiasi cosa avesse lanciato quelle urla, si stava avvicinando, sentii la terra sotto la mia schiena tremare, diventare bollente come un essere umano colpito da una febbre anomala. Sembrava ora uno strato di pelle morbida e nient’altro. La sensazione di quel calore sulla schiena mi fece rabbrividire, volevo alzarmi ma quel peso mi teneva sempre giù. Le mani rallentarono la presa, ma il mio terrore si strinse. Spalancai gli occhi fissando il punto nella nebbia dove sapevo sarebbe uscita fuori quella creatura. Cercai di trascinare il mio corpo indietro, più lontano possibile ma senza riuscirci. Mio padre era quasi sparito ormai. Lo schermo stava sgranocchiando una delle ginocchia mentre lui ridacchiava divertito. Il suono proveniva come dalle profondità di una caverna.
Mia sorella mi guardò con un sorriso impresso in viso, poi spinse ciò che restava di nostra madre nel burrone.
Non riuscii a far nulla, ancora una volta. Avrei voluto urlare, salvare loro e me stesso. Nel mio trascinarmi mi ero lasciato dietro una scia di sangue e di parti di me. Sapevo, percepivo di essere smembrato, un pezzo di carne in pasto a ciò che era nascosto nella nebbia, ma non provavo più dolore. Solo un profondo, infinito terrore di quella creatura. Della porzione di nebbia che la nascondeva. L’urlo si mozzò in gola. E mi svegliai.

***

Marcus era sudato e stanco come se avesse corso una lunga maratona. I muscoli gli facevano male, il petto e le gambe erano tese; poi il collo, come se realmente qualcuno l’avesse stretto. Corse in bagno cercando di non fare rumore, dal salotto vide la luce artificiale della tv invadere il pavimento del corridoio in modo frenetico, riflettendosi anche sulle pareti più vicine.
Allo specchio del bagno notò i segni di due mani, come aveva pensato nel sogno non erano da adulti, sembravano proprio le sue. Ma poteva aver tentato di strozzarsi da solo?
Il cuore cominciò a battergli, si sciacquò il viso con una bella manciata d’acqua e chiuse gli occhi. Tremava ancora, e sentiva anche le gambe cedere sotto il suo peso. Crollò in ginocchio e rimase a lungo così, fino a quando non trovò il coraggio e la forza di rialzarsi. Alle prime luci dell’alba.

Quella mattina sgattaiolò fuori casa senza alcuna difficoltà. Suo padre era ancora di fronte alla tv, addormentato. Sua sorella non era ancora tornata.
L’aria pungente del mattino lo rinfrancò. Marcus sentiva ancora i muscoli a pezzi, doveva essersi dimenato tanto quella notte per ridursi in quella maniera.
Aveva attorcigliato attorno al collo una sciarpa color crema, e si era vestito il più comodo possibile. Superò il suo quartiere e raggiunse il Wimpy. Le strade erano sgombre, era ancora molto presto ma Marcus non vedeva l’ora di ritrovare la luce e rallegrarsi perché la successiva notte era ancora lontana. Si sedette sui gradini del Wimpy e rimase in attesa, senza una particolare ragione. Dentro qualcuno stava già riordinando. Dopo qualche minuto il ragazzino sentì la porta cigolare e si voltò. Era Lucas, mattiniero come sempre. Alcune mattine lui passava di lì e Lucas gli dedicava qualche minuto del suo tempo. A Marcus metteva di buon’umore parlare con lui. Era l’effetto che quel ragazzo faceva su tutti, adulti o bambini che fossero.
“Ehi, Marcus”, disse porgendogli un frappè al cioccolato.
Quando dentro tutto era pronto Lucas glielo preparava sempre, senza chiedergli mai un soldo. Era un’attenzione riservata solo a lui, e Marcus ne era felice. Ormai aveva rinunciato a cercare di fargli prendere i soldi. Sarebbe stato l’ennesimo tentativo che andava a vuoto.
“Ciao Lucas”, disse sorseggiandolo con gusto.
“Tutto bene ragazzo?”, chiese Lucas con un po’ di sospetto, poi gli si sedette accanto. Aveva una maglia a maniche corte e la pelle d’oca. Marcus era invece ben riparato, se si fosse ammalato chi si sarebbe preso cura di lui? Doveva stare bene, e forse, per non sbagliare, avrebbe dovuto evitare di esporsi troppo, uscendo più tardi di casa, quando il sole era già alto e la luce più intensa, e tornare prima. Ma proprio non ci riusciva. Amava l’inizio della giornata, di qualsiasi stagione si trattasse. L’autunno era un po’ malinconico ma aveva ancora impresso gli strascichi dell’estate, gli stessi colori.
Le macchine procedevano lentamente sulla strada di fronte al locale, al semaforo nessun ingorgo. Era troppo presto anche per quello. La città si stava stiracchiando, e le persone con lei.
Lucas fece uno sbadiglio, “ti vedo sempre da solo”, azzardò facendo il vago, “sicuro che va tutto bene?”.
Marcus non aveva risposto prima e non avrebbe voluto farlo ora, ma annuì. S’infilò di nuovo la cannuccia a righe in bocca per evitare di dire qualsiasi cosa. Aveva ancora la sensazione di quel sogno impressa sulla pelle. L’impossibilità di muoversi e soprattutto di parlare, sentiva la gola bruciargli per tutti quei tentativi che aveva fatto di urlare.
“Non ho mai visto i tuoi”, aggiunse poi guardando una macchina scura ferma al semaforo. L’uomo all’interno del veicolo si era distratto e sembrava star cercando qualcosa nella macchina, scrutava in basso con una crescente rabbia. La macchina dietro era guidata una donna che allungò il collo, nervosa. Non se la sentiva di suonare evidentemente, era sempre un fastidio il clacson in città, soprattutto a quelle ore delicate. Perciò strusciava freneticamente le mani sul volante e sperava che quell’idiota si muovesse. Il semaforo era ormai diventato rosso.
“Neanche io i tuoi”, rispose Marcus un po’ troppo aggressivo. Se ne pentì subito. Si voltò a guardarlo e si affrettò a cercare una risposta più appropriata, meno aspra. “Mia madre non sta bene. Mio padre lavora tutto il giorno”, disse infine, poi tornò a dedicarsi al suo frappè che sembrava non avere mai fine.
“Capisco”, rispose il ragazzo sospirando, “e che cos’ha?”.
“Non lo so”.
Lucas capì che non ne voleva parlare e non chiese altro. Raccolse le ginocchia più vicine al petto per farsi calore e poggiò il viso sui palmi.
I due rimasero spalla a spalla, seduti a osservare il sole alzarsi in cielo, ma con un diverso sguardo. Uno cupo, l’altro con l’ottimismo di chi guarda sempre avanti.
In quello stesso momento sua sorella Meg entrò nel suo campo visivo. Proseguiva lentamente trascinandosi lungo il marciapiede dall’altro lato della strada. Marcus saltò in piedi, di colpo rinvigorito, e corse verso la sua direzione.
Lucas non riuscì a capire sul momento quali fossero le sue intenzioni, e forse neanche Marcus.
“Meg”, disse a bassa voce il ragazzo, sollevato nel vederla mentre tentava di raggiungerla, “Meg!”, ora urlò. Una strana rabbia lo infiammò di colpo. La afferrò per il braccio e la costrinse a fermarsi.
“Che diavolo vuoi”, urlò lei liberandosi. Il trucco sciolto sulle guance e gli occhi gonfi la facevano apparire più simile a una maschera sconosciuta che a sua sorella.
“Non puoi stare fuori tutta la notte e tornare a quest’ora”, disse cercando di mantenere la calma. Non riusciva a capire. Le mani gli tremavano.
Meg lo ignorò e riprese a camminare, ma Marcus non si arrese. La afferrò di nuovo. Doveva sentire cosa aveva da dire. Qualcuno doveva ascoltarlo. Guardò i suoi occhi stanchi con tutta l’energia che aveva, sperava di riuscire a comunicarle tutto ciò che non riusciva a dire a parole, “non puoi sparire per nottate intere, io… insomma, non pensi…”
Meg gli diede una spinta e lo fece sbattere contro il muro che separava un negozio da un altro. Uno dei due aveva ancora la saracinesca mezza abbassata. Marcus la colpì per sbaglio con il braccio e quel movimento produsse un brutto suono che riecheggiò per la strada.
“Fatti gli affari tuoi”, disse lei.
Lucas si era alzato in piedi, mentre una macchina solitaria al semaforo sembrava indecisa se proseguire o meno. Al verde schizzò via.
Meg continuò verso casa, accelerando il passo. Marcus vide la sua gonna rimbalzarle sulle gambe, le spalle tese piegate in avanti.
Si scostò dal muro, apparentemente calmo, eppure le mani gli tremavano ancora. Le macchine parcheggiate di fronte a lui iniziarono a sfocarsi e a ballargli davanti. Ci si scagliò contro. Prese a calci le ruote come un folle, una volta, due, prima che Lucas potesse intervenire.
Lo trascinò nel locale e lo fece sedere. Il ragazzo rimase a fissarsi le nocche delle mani, pensando a quanto fosse complicato comunicare. Voleva solo che sua sorella l’ascoltasse, che fosse presente. Ma anche lei fuggiva, come suo padre e come lui. Ma a cosa serviva? Girare per il parco, mangiare per la strada, passare notti intere fuori, o di fronte alla tv, nessuna di queste azioni poteva cambiare la realtà.
Continueremo a fare così? A far finta di niente?, si chiese Marcus ancora tremante.
Lucas gli preparò un hamburger, anche se la piastra non era ancora calda. Aveva perso un po’ di tempo ed era anche il caso che recuperasse. Entro una decina di minuti il fast food si sarebbe riempito, come ogni mattina. Gli spinse l’hamburger sotto gli occhi e Marcus mangiò lentamente, quello sfogo lo aveva lasciato senza energie. Lucas lo guardò ancora pieno di stupore, sorpreso da quella reazione piena di rabbia, sospirò e scacciò l’immagine. Voleva solo sapere se c’era qualcos’altro che potesse fare, ma sentì la piastra scricchiolare e corse a vedere, quando rialzò gli occhi, Marcus non era più al suo tavolo. Sospirò e continuò a lavorare dietro il bancone, in attesa che i primi clienti entrassero a riempire quel vuoto.

Recensioni

  1. :

    “La storia è raccontata bene, con un linguaggio semplice, ma in grado di descrivere ogni cosa senza essere troppo ripetitivo. Mi è piaciuto il modo in cui è stata descritta Aria. Non è un personaggio vuoto, ma con una propria anima.” –
    Recensione su “Dreaming in Wonderland”

  2. :

    “Un’opera in grado di incantarci con la sua narrazione coinvolgente, con le sue parole cariche di coraggio e con la voglia di cambiare il mondo intorno a noi.”
    Recensione su “Toglietemi tutto ma non i miei libri

  3. :

    “Un bel lavoro per Ilaria Pasqua, che ci ha regalato un romanzo fantastico che mette in scena le ombre dell’umanità, il suo eterno spirito di conflitto che neppure lo scorrere del tempo, o il viaggiare tra i mondi, riesce a sopire. Eppure, ci sono ancora cuori impavidi che lottano per i loro sogni.”
    Recensione su “Mebook” a cura di Alessio Del Debbio!

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