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“Hitler, Socrate, Amore e Gelato” di Kim Chiari

Prodotti “Hitler, Socrate, Amore e Gelato” di Kim Chiari
  • hitler socrate amore e gelato
  • Hitler, Socrate, Amore e Gelato - Kim Chiari
  • hitlersocratepromo

“Hitler, Socrate, Amore e Gelato” di Kim Chiari

€2.98

L’amore arriva quando meno te l’aspetti. A volte a cavallo di un pollo gigante. Ma occhio agli escrementi!

Numero di Pagine: 120

Prezzo: 2.99€

Genere: Umoristico, contemporaneo, fantastico

Leggi un estratto gratuito

Profilo dell’Autore

Copertina a cura di Matteo Trovò

 

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Sinossi del libro

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Yannick, a una festa di paese, rimane folgorato dalla bellezza di una barista. Ispirato, scrive su un taccuino di un ritorno in vita di Hitler che, cavalcando un pollo volante, sorvola la zona. Magicamente la scena si avvera.

Non sarà l’unica assurdità a capitare, e a breve Yannick si troverà suo malgrado a cercare di riportare in vita Socrate, ottenendo un risultato bizzaro, dovrà ascoltare i deliri di Gengis Khan da sbronzo ed assistere all’apparizione di un’enorme montagna di gelato, fino a una serie di deliranti eventi. Perchè accade tutto questo? Ma per merito, o colpa, dell’amore, ovviamente. Aurora, la barista, è la donna dei miracoli che ispira i pensieri deliranti di Yannick, ma anche la bramosia di Hitler, che nel frattempo ha già imparato come muoversi nel mondo moderno.

C’è follia e delirio in “Hitler, Socrate, Amore e Gelato”, ma c’è anche la sensibilità nel descrivere la vita di un ventenne come tanti, tra il lavoro in Croce Verde, la compagnia di amici e una ex che lo tormenta. Così, tra un’assurdità e un’altra, vediamo svilupparsi un colpo di fulmine, fino a conseguenze tali da risultare ingestibili ed insegnandoci che “non c’è nessun Dio in ascolto, ma i miracoli accadono lo stesso: per farli avvenire, dobbiamo essere l’uno il miracolo dell’altro.

Booktrailer!

Estratto Gratuito

Anteprima

CAPITOLO UNO
È SUCCESSO DAVVERO
Mi compare, maglietta azzurra, mentre spilla birra ad uno stand.
La visione è così improvvisa che fatico a staccarle gli occhi di dosso. Quando lo faccio li alzo al cielo, sicuro di vedere comparire una luce dorata o una mano divina ad indicarla.
Piercing, mascara e scollatura estiva.
Niente tette, ma su un corpo del genere risulta un pregio.
Due pensieri mi attraversano la testa: ‘Io qui tornerò spesso’ e ‘Adesso come lo trovo il coraggio di ordinare qualcosa?’.
E così, senza riuscire a dire una parola e dopo averla fissata per un minuto buono, ordino una birra al cameriere di fianco a lei, mentre i suoi occhi sembrano chiedermi ‘Cazzo hai da fissare?’.
In realtà dovrei dirle che sto solo accertandomi sia vera. E che guardandola ho pensato ai marshmallow, adoro i marshmallow. Poi l’ho vista nuda, su un prato,ai piedi un cimitero di birre vuote. Sta avendo un orgasmo, sorride. In quel preciso istante il mondo intero trema. Ed io già la amo.
Invece sto zitto, faccio la figura dell’idiota, arraffo la birra e scappo.
Tra poco suonano i A Toys Orchestra. Non voglio perdermeli. Trovo una sedia di plastica su cui riposare le mie gambe. Nonostante questo continuano a tremare. E non sono le sole.
L’immagine del suo sguardo è ancora lì, immobile nella mia testa.
Mi obbligo a smettere di pensarci.
Finalmente iniziano i Toys.
Musica sensuale…accidenti!
Finisco subito la media. Scavo una bottiglia dalla borsina che, come i pakistani, mi sono portato dietro. Calda come il piscio. Non mi azzardo a tornare ad ordinarne un’altra: non reggerei per due volte in una sera.
Da solo (ai miei amici non piace la buona musica), sulla seggiola, estraggo un taccuino ed inizio a scrivere. La musica e la birra creano l’atmosfera perfetta.

– Mi compare, maglietta azzurra, mentre spilla birra ad uno stand.
La visione è così improvvisa che fatico a staccarle gli occhi di dosso. Quando lo faccio li alzo al cielo, sicuro di vedere comparire una luce dorata o una mano divina ad indicarla.
Strabuzzo gli occhi.
Nulla di tutto questo, ma Hitler, tra le nuvole, sta cavalcando un pollo gigantesco.
Qualcuno tra la folla urla
“I TEDESCHI! ARRIVANO I TEDESCHI!”
Pochi istanti dopo è tutto un fremere di grida terrorizzate e gambe che fuggono.
Dall’alto, il pollo rilascia l’intestino, ricoprendo l’intera festa della sua merda giallognola.
Lei, però, rimane bellissima.

La puzza mi invade il naso, alzo gli occhi dal foglio. Il concerto sta continuando. Una patina di feci giallastre ricopre tutta la zona.
La gente continua a parlare come se niente fosse.
Non sono ubriaco e sono ben lontano dall’esserlo. Per convincermi che sia tutto reale guardo nella sua direzione: anche coperta di merda, rimane la cosa più bella che io abbia mai visto.
Una simile bellezza non può venire intaccata in alcun modo: neanche da Hitler e dalla merda di pollo, questo mi basta da prova.
Persuaso di essere nella realtà, torno a godermi il concerto.
Sorrido felice e le gambe ancora tremano.
Sarà una lunga notte.

Il giorno successivo nessun telegiornale ne parla. Rovistando tutti i quotidiani sono riuscito a trovare solo un accenno, a pagina ventitré di un giornale locale.
“Hitler alla festa di Frabazze. Cavalcando un pollo”
Dodici righe di cronaca, perlopiù concentrate sulla puzza causata dall’evento.
Io, a casa (Dio benedica la domenica), non faccio altro che ascoltare a ripetizione le canzoni di ieri sera. E pensare a quanto assurdo sia il mondo.
Mi ero ripromesso di smetterla con pensieri di questo tipo, che tanto poi alla fine sono tutte seghe mentali inutili e anche se ti ci spacchi la testa per tutta una vita non riuscirai mai a capirci nulla.
Ed una volta pensavo addirittura di potere cambiare tutto questo…ridicolo.
Nel tentativo di distrarmi, accendo la Wii e faccio partire Super Mario: appena entro nella schermata principale spengo.
Tanto non avevo voglia di giocare.
Così facendo riesco a passare due minuti, me ne restano altri quattrocentoventi prima che sia mezzanotte, ora in cui forse riuscirò a prendere sonno. È uno di quei giorni in cui voglio che il mondo rimanga spento e il tempo passi senza lasciare traccia: mettermi in stand-by per ritornare alla vita quando mi sentirò pronto. Ripensando agli ultimi due mesi, non ho fatto altro che ciondolare cercando di ammazzare il tempo tra una dormita e l’altra: una volta mi sarei vergognato di questo, adesso non mi fa né caldo né freddo. Non so se sia un bene ma non m’interessa.
Torno a vegetare sul divano.

Un paio di ore dopo è il campanello a tirarmi in piedi.
Uno sbarbatello, giacchetta nera ed anfibi sporchi di fango, esibisce il sorriso a trentadue denti più timido che io abbia mai visto.
“Salve.”
“Salve, ci conosciamo?”
“No. Vengo qui per conto del Führer: lei sarebbe disposto a collabor…”
“Scusa, t’interrompo subito. Non m’interessa.”
“Ma…mi lasci spiegare, solo qualche minuto.”
Siccome la mezza riflessione di qualche ora fa un po’ è riuscita a farmi sentire in colpa, accetto. Poi prendo un appunto mentale: evitare ‘Yes Man’ come la peste: sono troppo influenzabile in questo periodo.
“Va bene. Veloce però.”
Il ragazzo sfodera il sorriso di poco prima: è uno che sembra metterci passione.
“Non so se lo sa, ma il nostro amato Führer è tornato ieri sera dopo anni di inattività. Un uomo del suo calibro non riesce a stare mani in mano per troppo tempo, così ha deciso di ricreare il glorioso Reich. Stiamo cercando reclute: le piacerebbe entrare nelle SS?”
“No.”
“Lascerebbe almeno una firma? Arrivati a cinquantamila possiamo richiedere un referendum per l’instaurazione del nostro regime.”
Il suo sguardo sembra dire ‘Scusa se ti rompo le balle la domenica mattina ma per me è davvero importante. E in fondo a te non costa niente’.
Non so resistere a certi sguardi: anch’io ero pieno di sogni, una volta. Capisco quanto ci tiene. E poi sono stato io a riportare indietro quel pazzo tedesco: da questo punto di vista è anche una mia responsabilità.
“Va bene, dove siglo?”
“Qui.”
“Fatto.”
“Grazie mille signore.” pausa “Heil Hitler!” urla con lo stesso sguardo che avrebbe un ragazzino beccato durante una delle sue marachelle.
Sale le scale, probabilmente ad importunare il Sig. Bianchi: osso duro, spero per lui che ce la faccia.

Dentro di me qualcosa è cambiato.
Rimango sulla soglia qualche secondo, come pietrificato, cercando di capire cosa.
Non ci cavo un ragno dal buco ma in compenso mi viene voglia di uscire.
Lo faccio.
In strada, tra un passo e l’altro, mi sorprendo a fischiettare ‘Fanchiulo’ di Gucci Boy.
Quando me ne accorgo un sorriso si fa forza sul mio viso per non schiodarsi più per i successivi venti minuti.
Oggi, non so perché, il mondo mi piace.
Arrivato al parco mi siedo su una panchina e mentre faccio per estrarre una sigaretta mi dico che posso essere felice anche senza fumare.
Nel giro di trenta secondi rivaluto la mia posizione: l’accendo.
È così buona…
In totale pace il cervello mi si sgombra e… capisco!
Il giovane SS! Tutto merito suo!
Vedere una persona così disposta a rischiare per i propri sogni è stata la cura di cui avevo bisogno. Lo ripenso con affetto mentre sussurro un “grazie”. No, non è solo merito suo: la barista!
Con tutta questa storia del nazismo me ne ero dimenticato! Com’è possibile?
Ecco perché il mondo mi appare così bello. Arrossisco di dentro.
Nel frattempo, un corteo a passo d’oca mi sorpassa intonando l’inno tedesco.
Decido che, in un modo o nell’altro, devo scoprire chi è.
Poi vederla e rivederla per il resto della mia vita.
Per un breve istante mi sento come ieri sera, quando i miei occhi l’hanno incontrata per la prima volta.
E non esiste al mondo sensazione migliore.

Passo il resto del pomeriggio camminando per Frazzano in cerca d’idee: la festa della birra chiude stasera e ho la ferma intenzione di tornarci; potrebbe essere l’unica occasione che ho di rivederla. Il mio cervello sembra essere andato in stand-by perché non mi suggerisce nessuna subdola strategia vigliacca per attaccare bottone. Materia in cui, di solito, sono un esperto.
Andare semplicemente là e dirle che vedendola mi sono convinto che Petrarca abbia scritto tutte quelle poesie smielate solo perché qualcuno in futuro potesse dedicargliele mi sembra eccessivo. Nonostante lo pensi sul serio.
Avrei bisogno di qualcuno di saggio a consigliarmi…
L’idea: se ha funzionato con Hitler, non vedo perché non possa farlo di nuovo. Infilo una mano nella tasca alla ricerca dell’onnipresente taccuino. Inizio a scrivere.

– È una giornata particolarmente calda e felice. Sono già due ore che sto sperando d’imbattermi nella soluzione di tutti i miei problemi: di solito passeggiare m’ispira ma oggi non è proprio giornata. Nessun cartellone pubblicitario, né gelato, né discussione ascoltata da passanti riesce a darmi lo spunto di cui ho bisogno.
Rassegnato, decido di tornare a casa, spaccandomi la testa davanti al PC e della buona musica. Sovrappensiero, a testa china, urto un uomo.
“Faccia più attenzione, giovanotto.”
La prima cosa che noto sono i sandali che indossa.
“Mi scusi.”
Alzo lo sguardo, vedendo poi le gambe nude e muscolose, coperte in cima da una tunica bianca.
Non riesco a credere ai miei occhi: ho urtato Socrate! –

Alzo lo sguardo e non riesco a credere ai miei occhi… niente!
Non ha funzionato.
Sconsolato come non mai decido di tornare a casa.
Nel mentre, maledico Hitler e quel suo dannatissimo pollo.
Socrate avrebbe sicuramente saputo consigliarmi.

Spingo le chiavi nella serratura. Giro due volte.
Sospiro.
Passando dal soggiorno ho ancora la speranza di vedere il filosofo attendermi sulla poltrona girevole, proprio come farebbe Mister Artiglio in una qualsiasi puntata dell’Ispettore Gadget.
Basta incontrare una donna per mandare a puttane il cervello di un uomo. Più di quanto anni di alcool e droghe consapevoli possano mai fare.
La poltrona è ovviamente vuota.
Mi spoglio. L’entusiasmo di poche ore fa è già un lontano ricordo. Accendo il computer e faccio partire qualche pezzo dei Pan del Diavolo.
Tocca a loro suonare stasera. Voglio sapere cosa mi aspetterà: quindici minuti dopo mi ritrovo a ballare per la stanza urlando parole a caso.
Hanno un ottimo ritmo, mi fanno tornare alla mente la chiusura di una poesia che lessi tempo fa ‘I sogni sono per gente che danza’. Per la seconda volta della giornata cambio radicalmente umore.
La barista. Che m’importa di conoscerla? Anche solo vederla una seconda volta sarebbe già il massimo raggiungibile dalla vita di qualsiasi essere umano.
I miracoli, d’altronde, fino a lei sono sempre stati irripetibili. Mi sento come una persona che sta andando ad assistere per la seconda volta alla moltiplicazione dei pani e pesci.

Sul ritmo di Piombo, polvere e carbone mi preparo ad una serata che spero ricorderò per il resto della vita. Un residuo d’imbecillità prende il sopravvento quando decido di cenare con un pacchetto di cracker: a stomaco vuoto l’alcool prende meglio. Metti caso che mi serva un po’ di coraggio liquido…
Sono pronto!
Sono carico, un essere di pura adrenalina! Felice, infilo il cappotto e… noto un poster.
Di Socrate.
In parte all’appendiabiti. È lì, fermo col suo solito sguardo indagatore, il dito puntato e il naso tozzo. Appiccicato sulla sua bocca, secondo una logica che solo un bambino di cinque anni potrebbe avere, un Post-it.
Lo leggo.
‘Smettila di bere, pirla.’
Lo prendo come un segno: anche i migliori possono sbagliare.
Esco.

Ho un amico fantastico. È a lui che penso mentre sono per strada.
Ad un Grest estivo si convinse d’avere trovato la donna della sua vita: partecipavano entrambi ad una recita: lei Lady Marion, lui un soldato di Re Giovanni. Infelice del suo ruolo, si fece prestare il costume da Robin Hood e la cercò sotto le finestre del dormitorio di fronte. La trovò e le fece una serenata.
Me lo raccontò alle piscine di Rovato, ridendo con quella voce da ‘ma quanto sono stato coglione’.
Io sentivo il cuore allargarsi. Ridevo con lui.
Sullo sfondo il Monte Orfano, teatro di una delle mie sbronze migliori.
Per Cancio (così lo chiamiamo) alla fine non ci fu altro che un bacio a stampo.
La sua Lady Marion il giorno dopo partì per tornare in Abruzzo, a centinaia di chilometri di distanza.
Il Grest era finito e lui non la rivide più.
Me lo raccontava ridendo.

Arrivo, ancora una volta solo, sullo spiazzo erboso dove la festa è già iniziata da qualche ora. Fortunatamente il palco è ancora vuoto.
La testa inizia già a girarmi, cosa fare?
Fiondarmi subito allo stand della birra o aspettare?
E poi… sono così sicuro che rivederla una seconda volta mi basti?
Non ho nessuno con cui distrarmi. I pensieri si fanno terribilmente insistenti; alla fine vince il”Vaffanculo”e mi trovo in coda per la mia bionda.
La fila è ancora più lunga di ieri. Dovevo aspettarmelo visto che un’esibizione gratis dei Pan del Diavolo è in grado di richiamare molta gente; certo,anche i A Toys Orchestra meritano almeno il doppio del successo che hanno, ma purtroppo è così che va.
Ripenso al Cancio, al suo bacio a stampo e al fatto che non ha ottenuto altro: la vita è ingiusta.
Paradossalmente questo mi rincuora perché – ehi! Cos’ho mai fatto io per meritarmi di vederla una seconda volta?
Se la vita ti desse solo quello che meriti non l’avrei nemmeno incontrata.
Nel frattempo la coda si è smaltita: è il mio turno.
Lei non c’è. Nel mio stomaco qualcosa si rilassa; scorro con lo sguardo per tutta la lunghezza dello stand. Non la trovo. Spio pure tra le cucine. Di lei neanche l’ombra.
“Prego?”
Il cameriere è di fronte a me.
Sono in un altro mondo, non lo sento neppure. Dietro di me la gente inizia a lamentarsi. Un mio coetaneo cappello calato in testa mi sorpassa; aspetto che venga servito e ordino la mia birra.
Mi accomodo su una sedia e aspetto la musica.
Sotto un certo punto di vista, sono rincuorato.

I Pan del Diavolo non si fanno attendere molto e poco dopo attaccano con Pertanto. Credevo la tenessero per ultima ma, come al solito, mi sbagliavo.
Trascinato dal ritmo mi dimentico il motivo per cui sono lì e dopo poche canzoni mi dico che tanto vale divertirmi.
Mi sposto sotto al palco, in mezzo alla folla, ed inizio le danze.
Un ritmo veramente eccezionale.
Per le successive canzoni non esiste altro che sudore, sorrisi e gambe che si muovono. In una gimcana improvvisata, una ragazza niente male si lancia dal braccio di una SS al mio.
Le percussioni tribali mi marchiano a fuoco nella testa l’idea che siamo nati per divertirci.
Poi, la stanchezza.
Ho bisogno di bere qualcosa, mi dirigo nuovamente verso le spine; ed è lì che la vedo. Ed è, di nuovo, perfetta.
Lei.
La barista.
Senza neanche il tempo di digerire la vista, un fiocco di neve mi si posa sulla fronte. Inizia a nevicare, giuro. Nel preciso istante in cui i miei occhi si posano su di lei.
Mi trovo senza fiato e senza parole mentre una coltre bianca inizia a ricoprire tutto, vorticando in sbuffi di vento. Non so per quanto tempo rimango immobile. Quando ritorno in possesso delle mie facoltà sono circondato dal bianco più puro.
Le SS presenti alla festa iniziano a giocare con dei pupazzi di neve che hanno preso magicamente vita. Vedo nasi di carota ballare esibendosi in pazzi girotondi con camicie nere. Tutti ridono felici.
Frabazze intera sembra tornata bambina mentre la gente si rotola per terra, imprime angeli nella neve fresca e si rincorre felice lanciandosi palle di quella neve ormai onnipresente.
Pure i Pan del Diavolo hanno abbandonato il palco per ritornare ai momenti dell’infanzia. È una risata, seguita da un sorriso, il primo gesto che compio appena mi libero dalla paralisi.
Poi torno a guardarla. Sono sicuro di vederla volteggiare a trenta centimetri dal terreno, celestiale, mentre dei fiocchi di neve le accarezzano le guance. Una romanza di Dvorak per pianoforte e violino inizia a suonare per l’aria da non capisco dove.
Di due cose sono sicuro: la prima è che è la cosa migliore che io abbia mai visto in vita mia, la seconda che è la cosa migliore che mai vedrò.
Distolgo lo sguardo per pochi istanti, controllo che sia tutto vero: la neve, i pupazzi, le SS, la felicità.
Tutto reale.
Lei sta ancora levitando. Ogni volta che la incontro succede qualcosa di straordinario. Ti accorgi che è la donna perfetta quando è in grado di stravolgere anche le leggi di natura.

L’intero incanto dura dodici minuti e quarantasei secondi – tempo di permettere a Dvorak d’esaurire la sua magnifica melodia – anche se, per me, immobile, sembra durare molto meno.
La nota finale sfuma delicatamente trascinando con sé l’ultimo fiocco di neve che si posa proprio sulla mia mano. Non so se avrò più il coraggio di lavarla.
La barista s’adagia leggermente al suolo. Si china e immerge la faccia nella neve. Riemerge e il sorriso che mi trovo davanti è l’essenza stessa dell’arte. Quello che tutti gli artisti hanno sempre cercato d’afferrare inutilmente.
A riportarmi alla realtà è un bambino che, scappando da un suo amico, mi urta.
Guardie e ladri: che cosa meravigliosa.
Ancora titubante, m’azzardo a muovere un passo; si sa mai che in mezzo a tutto quel trambusto di emozioni il cuore non mi sia finito sotto il tallone. Potrei schiacciarlo.
Invece non succede niente, è ancora al suo posto saldo dentro al petto (anche se non ci metterei la mano sul fuoco). Ricordo il me stesso di qualche ora prima, quello del “Vaffanculo, sono qui per divertirmi!”. Inizio a correre anch’io.
Tanto qui lo stanno facendo tutti.
Passo il resto della serata a tirare palle di neve a ogni persona che incontro, venendo bersagliato di rimando.
Che bella la vita.

Quando m’addormento l’orologio segna le tre di notte, quando mi sveglio le sei e mezza di mattina. Nonostante questo, sono fresco come una rosa.
Colazione rapida, m’infilo la divisa da soccorritore: Ilaria è già sotto casa mia ad aspettare.
Ilaria ha venticinque anni, poche aspettative dalla vita e capelli che sembrano non decidersi se essere ricci o lisci. Inoltre, porta sempre con sé un pacchetto di Tic Tac. Divora libri.
“Ciao!”
“Ciao.”
“Come va?”
“Bene.”
“Eh, ma che mogia che sei!”
“Yannick, non rompere le balle: sono le sei e ho sonno.”
“Sei e mezza per la precisione! Avanti, non sei felice?”
“Sì.”
“Un po’ di entusiasmo, dai!”
“Ma che minchia ti è successo questo week-end? Una delle tue amiche zoccole te l’ha data?”
“No, lo sai che non scopo.”
“Eccetto nei parcheggi dei cimiteri… o in qualsiasi altro luogo pubblico dove passano dei bambini…”
“Quello era il mio passato.”
“Seee…”
Arriviamo alla sede della Croce Verde. Penso a quanto sia fortunato a lavorare in un simile posto, dove la regola è che non importa cosa hai fatto, se sei stato il più grande bastardo di questo mondo o un santo: se hai bisogno di aiuto ci sarà sempre qualcuno pronto a dartelo. Anche se non te lo meriti, proprio come l’amore: non guarda in faccia nessuno.
Il resto della mattina prosegue così, con io che non faccio altro che esprimere tutto l’entusiasmo di cui sono capace e i miei colleghi che si chiedono se io non sia rincoglionito di colpo. Lo Yannick di qualche giorno fa ne approfitterebbe per lasciarsi sfuggire una riflessione su quanto sia triste il fatto che siamo così disabituati alla felicità e all’entusiasmo da doverli guardare con sospetto. Lo Yannick attuale è troppo occupato ad annusare le margherite a muso in giù nell’erba.

Finito il turno, torno a casa. Spadello un po’ prima di trovare il tegame della pastasciutta. Metto a bollire l’acqua e preparo due scatolette di tonno, quando un colpo di tosse attira la mia attenzione. Mi chiedo di chi sia, visto che vivo da solo. Poi ne arriva un altro e un altro ancora. Il rumore viene dall’appendiabiti.
Socrate ha preparato un altro Post-it: ‘Hai finito la pasta, imbecille!’.
Ci rimango di merda: ha ragione.
L’immagine di me stesso che mangio tonno con una pentola d’acqua fumante alle spalle, sprizzante ancora di gioia dopo avere fatto la figura del coglione davanti al più grande filosofo della storia, penso che sia il riassunto perfetto di questi tre fantastici giorni.

Recensioni

  1. :

    Chi vuole una storia lineare e prevedibile cambi pure titolo. Chi cerca invece una storia del tutto imprevedibile, ma che intrippa (e scoprirete il perché leggendo) e fa perdere le concezioni spazio-temporali, ha trovato il libro giusto per qualche ora di relax estivo. –
    “Recensione su “Caffè Hemingway”

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