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“I Figli dell’Aurora Boreale” – Laura Silvestri

Prodotti “I Figli dell’Aurora Boreale” – Laura Silvestri

“I Figli dell’Aurora Boreale” – Laura Silvestri

2.98

“Non confondiamo la natura con la consuetudine. In natura si trova tutto e il contrario di tutto.”

Formato: Ebook (Epub, Mobi e PDF) e Cartaceo su Amazon

Pagine: 70

Genere: Fantascienza Sociale

Profilo dell’autrice

Categoria:

Descrizione

L’ebook di “I figli dell’Aurora Boreale” è disponibile anche su:

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Cartaceo disponibile su:

In un lontano domani della Terra, un diplomatico è incaricato di comunicare con una sconosciuta civiltà aliena. In un futuro prossimo, una donna dell’alta società londinese segue la terapia cui è sottoposto il marito ed è costretta a prendere una decisione importante. In che modo le due storie sono legate tra di loro, e quale sarà il destino dei protagonisti?
Ne “I Figli dell’Aurora Boreale”, Laura Silvestri si rifà alla fantascienza sociale degli anni Settanta, elaborando in un contesto originale tematiche di forte attualità: le difficoltà di comprensione tra popoli diversi e la sottile linea che separa la percezione di natura e cultura. I lettori si trovano così coinvolti in un dilemma morale: cosa succede quando ci scopriamo vittime dei nostri stessi pregiudizi?

Informazioni aggiuntive

Estratto Gratuito

II

Il dolore alla testa è forte, pulsante, e mi fa salire un senso di nausea che rende difficile persino respirare. Apro gli occhi con cautela, e mi rendo conto che quello destro fatica a schiudersi. Mi fisso le mani con l’occhio buono: sembrano a posto, e tasto con delicatezza la palpebra che non si muove. È gonfia, e qualcosa di umido mi bagna le dita: sangue, comprendo. Sono ferito. Non riesco a ricordare cosa sia accaduto, né ho idea di dove mi trovi. Mi sforzo di fare mente locale, ignoro il dolore e mi guardo attorno come posso. Una liscia parete bianca è la prima cosa che vedo, con un pannello di controllo incassato e un monitor spento. Sono seduto su una poltrona imbottita, ben legato con robuste cinture di sicurezza. Provo, adagio, a muovere il collo, intanto che rifletto: di certo, questa è un’astronave. I ricordi cominciano a farsi strada in mezzo alla confusione: sì, mi trovo sull’astro-velivolo che avrebbe dovuto portare me e il resto della delegazione diplomatica su Vipeus IV per lo scambio culturale. Non ho idea però se siamo riusciti a raggiungere la nostra destinazione, o se ci siamo invece schiantati prima. A giudicare dalle tracce di sangue sul pannello devo aver battuto la testa nell’impatto, ed è già molto che me la sia cavata con soltanto una lieve amnesia. Un pensiero mi lampeggia nella mente: dov’è mia moglie? Era con me sulla nave, ne sono sicuro. Mi sforzo di guardarmi attorno ancora un po’. Vedo le luci blu d’emergenza, segno che l’impianto di alimentazione è ridotto male ma, nonostante la scarsa illuminazione, riesco a distinguere alcune sagome sedute ai propri posti nelle altre zone della plancia. Il pilota non si muove, ma il capo delegazione, Jacob, mi pare stia cercando di alzarsi. Viene verso di me, trascinandosi dietro una gamba ferita. Dall’altra parte, dietro uno sbuffo di fumo proveniente da un condotto di aerazione saltato, mi sembra di sentire i colpi di tosse di Robert, il nostro biologo, unitosi per ultimo alla delegazione partita tre mesi fa dalla Terra con l’intento di gettare le basi di una nuova amicizia interplanetaria.
Vipeus è l’undicesimo sistema con il quale il nostro mondo cerca di instaurare rapporti pacifici dal primo viaggio interstellare, avvenuto quasi duecento anni fa. Una volta partivano enormi delegazioni, ma ora non più, da quando si è notato che un contingente ristretto e selezionato ha più possibilità di lavorare con successo agli inizi delle trattative. Per questo sono quasi certo che non manchino molte persone all’appello: soltanto Claude, l’ingegnere che ha monitorato il funzionamento del nostro astro-velivolo, e Mandy, mia moglie. Lei mi ha accompagnato, dato che erano anni che il mio lavoro non mi consentiva di prendermi una vacanza, e Vipeus IV è un pianeta dal clima gradevole e temperato. Speravamo di poterci trattenere qualche giorno in più, magari su una bella spiaggia, ma si direbbe che le cose non siano andate per il verso giusto. Slaccio le cinture di sicurezza, e mi alzo puntando le mani sul pannello. Un conato di vomito cerca di risalirmi su per lo stomaco ma riesco a trattenermi e a voltarmi verso Jacob, che mi ha quasi raggiunto.
– Mark, come ti senti? – mi domanda con voce incerta. Non suona molto tranquillo: anche lui deve aver risentito dell’incidente.
– Potrei stare meglio. – rispondo, ma non ho alcun desiderio di perdermi in convenevoli, in una situazione del genere. – Dov’è Mandy? – chiedo allora, cercando di mantenere l’equilibrio man mano che mi allontano dalla mia postazione.
Jacob mi afferra per un braccio. – Credo sia rimasta nella sua cuccetta. Non era in plancia quando abbiamo iniziato la discesa dall’orbita. – Mi rivolge uno sguardo preoccupato. – Sembri confuso. Non ti ricordi com’è avvenuto l’incidente?
Scuoto la testa, e mi porto una mano alla tempia che continua a dolere. – Temo di no. L’ultima cosa di cui ho memoria è… – mi rendo conto che anche soltanto cercare nei ricordi recenti mi costa fatica. – Santo cielo, non lo so. Devo aver battuto la testa parecchio forte. Dimmelo tu, cosa è accaduto. Ma dimmelo alla svelta: devo scoprire dove si trova mia moglie.
Jacob non sembra d’accordo, e mi trattiene con più decisione, nonostante sia a sua volta incerto sulla gamba destra che, adesso riesco a vederlo, lascia una scia rossa davvero poco rassicurante sul lucido pavimento della nave. – Non vai da nessuna parte, così conciato. Potresti avere una commozione cerebrale. Comunque, non c’è molto da dire. Stavamo iniziando a entrare nell’atmosfera, eravamo dentro da forse un minuto o due, quando un qualche fenomeno elettromagnetico sconosciuto ci ha intercettato, dandoci un bello scossone. Dovremmo guardare le registrazioni del computer di bordo per capire di cosa si sia trattato. – mi rivolge un’occhiata preoccupata, poi di fronte alla mia espressione tesa prosegue. – Uno dei due motori si è spento, l’altro ha iniziato a dare segni di cedimento dopo qualche secondo. Siamo precipitati, e per fortuna Adriàn ci ha regalato un ottimo atterraggio, nonostante tutto. – i suoi occhi corrono per un istante alla figura ancora, irrimediabilmente immobile del nostro pilota. – Peccato che non potrà ascoltare i nostri ringraziamenti.
Una voce, remota ma familiare, interrompe il nostro parlare. La riconosco: è femminile, e risuona nella mia mente come la più cara delle melodie.
– Mark! Jacob! – la sento chiamare, intanto che il rumore di mani che bussano risuona contro la porta dell’ascensore che conduce in plancia – Mark, sei tu? Sono bloccata qui dentro!
È Mandy, non c’è alcun dubbio. Sento il sollievo invadermi l’animo come un fresco vento primaverile. – Mandy! Mandy aspetta, ti tiriamo fuori. – le rispondo con quanto fiato ho in gola.
Corro, o almeno ci provo, verso l’altra estremità del ponte, ma la stanza pare ondeggiare e Jacob, nonostante la sua infermità, è costretto a sorreggermi. Mi rassegno ad avanzare appaiato al mio collega, ancorato al suo braccio come un ubriaco che segua un amico appena poco più sobrio. Mi sembra che sia necessaria un’eternità prima di raggiungere la porta, e quando finalmente sono lì davanti non bastano tutte le mie forze, neppure sommate a quelle del capo delegazione, per sbloccare il meccanismo che la tiene serrata. Jacob afferra un tubo di refrigerazione caduto a terra e ha la buona idea di picchiarlo con energia contro il pannello che controlla l’apertura manuale degli ingressi. Mi domando come mai non ci abbia pensato io stesso: devo essere davvero sottosopra, e il pensiero di stare per riabbracciare Mandy non mi aiuta a ragionare con maggiore lucidità. Mi rendo conto che l’amore a volte è un intralcio, ma la gioia che provo quando la porta si sblocca e lei compare davanti a me è tale da spazzare via ogni altro pensiero dalla mia mente offuscata.
Ha l’aria provata, la pettinatura di capelli biondi per metà disfatta e gli occhi spalancati per la paura, ma tutto sommato sembra in buona salute, per lo meno per quanto la mia vista incerta mi consente di appurare. Fa un balzo in avanti e mi abbraccia di slancio, serrandomi le mani dietro il collo come se temesse di vedermi svanire da un momento all’altro. Siamo sposati da una dozzina d’anni, io e Mandy, ma è come se neppure un giorno fosse passato dal nostro primo incontro.
– È tutto a posto, tesoro. – le sussurro stringendola a mia volta. – Siamo in salvo. I vipeani avranno di sicuro avvistato il nostro incidente. Vedrai che manderanno presto dei soccorsi.
Lei annuisce, mentre il suo respiro appena affannoso risuona contro il mio orecchio. Jacob si schiarisce la gola, ponendo fine al nostro breve idillio. Robert si è tirato in piedi, e sta cercando di raggiungerci a sua volta.
– Lieto di trovarvi in buona salute. – esordisce il biologo con voce stentata e ancora scossa da qualche colpo di tosse. – Qualcuno sa che fine abbia fatto Claude?
Non ne ho idea e, a dir la verità, devo ammettere fra me e me che per qualche minuto mi ero del tutto dimenticato del nostro ingegnere.
– Sarà ancora in sala motori. – ipotizzo, e un’aria funerea si dipinge all’istante sul volto dei miei colleghi. Non fatico a comprendere per quale motivo: la sala motori è proprio al di sotto della plancia. Nell’impatto contro il suolo del pianeta è la porzione di nave che deve aver subito i danni peggiori. Non c’è molta speranza che il poveraccio se la sia cavata.
Non mi piace perdermi d’animo, tuttavia, e inizio subito a pensare a un piano per cercare il nostro collega, quando d’improvviso un suono metallico, duro e inatteso, echeggia sul ponte. Qualcosa pare aver colpito lo scafo dell’astronave. – I soccorsi? – Mandy domanda con un filo di voce.
Nessuno risponde. Io stesso non ne ho idea. Il suono si ripete poco distante da noi e, adesso che ci faccio caso, posso sentire che non è un rumore netto e isolato, ma è preceduto da una sorta di fischio, un sibilo che si intensifica poco a poco. La mente mi dice di non agitarmi, ma il mio sesto senso non mi lascia stare in pace.
Il fischio cresce ancora, facendosi fastidioso, e Jacob mi lancia uno sguardo interdetto e un poco allarmato. – Cariche esplosive? – domanda, cercando di sovrastare con la voce perentoria il rumore che inizia a farsi a malapena tollerabile.
– Credo di sì. – Robert risponde fra i colpi di tosse, facendo cenno a tutti di allontanarsi e ripararsi dove possibile. Se quelli sono i soccorsi, mi dico mentre mi lascio cadere in terra portando Mandy con me, tutti i rapporti che ho letto sulle avanzate tecnologie dei vipeani devono aver riportato rivisitazioni più che entusiastiche della realtà. Il suono, ora che arriva al suo culmine, è proprio quello di classiche mine esplosive magneto-dinamiche, come sulla Terra se ne usavano secoli fa.
Pochi istanti dopo la paratia di fondo salta via con un frastuono violento, lasciando al suo posto il perimetro fuso di netto e privo di macerie che mi aspettavo. Appunto, mine magneto-dinamiche: roba da ventitreesimo secolo. Tuttavia, è bello, davvero bello, vedere la luce opalescente del cielo vipeano riversarsi nell’abitacolo in un fitto fascio polveroso. “Siamo salvi”, mi dico. “Questa brutta parentesi è conclusa”.
Ma il mio sollievo non dura a lungo: quando il suono di uno sparo serpeggia per la plancia, sento i muscoli contrarsi d’istinto e il fiato mozzarsi in gola. Ma che diamine sta succedendo, adesso? Mandy si lascia scappare un grido di terrore, serrando più forte la presa attorno alle mie spalle, e Robert impreca, urlando con aria molto più sofferente che preoccupata.
– Mi hanno colpito! Merda! – latra, mentre ancora una volta il sibilo, tipico delle armi a energia, riecheggia nella cabina dell’astronave.
La voce di Jacob si alza al di sopra del frastuono, mentre io continuo a essere come paralizzato dallo stupore.
– Cessate il fuoco! Siamo una delegazione diplomatica dalla Terra! – il nostro coordinatore urla con quanta voce gli resta, mentre una figura compare sull’arco lasciato dalla paratia saltata. – Siamo venuti in pace, eravamo attesi dal vostro governo!
Riesco a malapena a scorgere quella sagoma, con un occhio quasi inutilizzabile, ma mi pare di poter notare comunque qualcosa di poco rassicurante: ho visto molte olo-raffigurazioni, sulla Terra, dei vipeani, coi loro colli allungati e le membra sottili. La figura che copre lo specchio della porta è tutto tranne che esile: un mezzo gigante, con una grossa testa piantata su un collo massiccio e braccia robuste che impugnano l’arma primitiva senza esitazione.
– Non è il nostro governo. – lo sento dire con un accento che il traduttore corticale universale non riesce a filtrare. La sua voce non è quella musicale che avevo atteso di udire. Quello non è un vipeano o, se lo è, non appartiene al tipo che ci avrebbe dovuto accogliere per l’inizio delle trattative diplomatiche.
Dopo qualche istante sento di nuovo il risuonare del fucile, e il grido di Jacob non mi lascia presagire nulla di buono. Senza sapere cos’altro fare, faccio scudo a Mandy col mio corpo, intanto che mi guardo attorno alla ricerca di una via di fuga. Riparo precipitosamente sotto uno dei pannelli di controllo, trascinando mia moglie con me e cercando di nasconderci entrambi dietro il massiccio basamento metallico di una delle poltrone. Non ho armi, e sento i passi di altri alieni che iniziano a salire a bordo. Non era così che immaginavo questa missione. Questo è il mio primo incarico lontano dal pianeta, avrebbe dovuto essere la mia grande occasione per fare carriera e tornare in patria con un posto nel senato ad attendermi. E invece pare che il destino abbia altro in serbo. “Se soltanto potessi fare qualcosa per salvare Mandy”, è tutto quello che riesco a pensare.

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