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“Dandelion” – Autori Vari (in collaborazione con Writer’s Dream)

Prodotti “Dandelion” – Autori Vari (in collaborazione con Writer’s Dream)

“Dandelion” – Autori Vari (in collaborazione con Writer’s Dream)

3.99

La raccolta dei racconti che hanno vinto l’omonimo concorso letterario della community di scrittori Writer’s Dream!

Pagine: 250

Genere: Fantastico, Raccolta di racconti

Formato: Ebook (Epub, Mobi e PDF) e Cartaceo su Amazon

Categoria:

Descrizione

L’ebook di “Dandelion” è disponibile anche su:

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 Cartaceo disponibile su:

           Il “Dandelion”, conosciuto  nella  nostra  lingua  come “soffione” o “dente  di  leone”, è  un  fiore da sempre associato ai desideri e alla loro realizzazione.

Per questo motivo è stato scelto come nome di un concorso letterario, organizzato dalla nota community italiana di scrittori “Writer’s Dream” insieme agli autori Moony Witcher, Marilù Oliva, Luca Tarenzi, Francesco Barbi e Gabriele Lattanzio, indirizzato a racconti di genere fantastico.
La presente antologia, di cui metà del ricavato sarà devoluto a fine benefico, raccoglie i dodici testi vincitori del concorso: un piccolo viaggio tra sogni e desideri sospinti dal vento, come i semi del “Dandelion”.
Gli autori e i loro racconti:
  • Adil Bellafqih –Nel buio
  • Alessandro Del Linz –Il vortice
  • Daniele Beccati –La storia dell’ccello dalle piume di mille colori
  • Daniele Gabrieli –La pistola con centomila pallottole
  • Gianfranco Piras –Occhi di ametista, testa di corvo
  • Gloria Bernareggi e Sephira Riva –Sidera
  • Marco Chifari –La camera segreta
  • Maria Cristina Robb –Il volo delle aquile
  • Mattia Zaranto –Il caso Peiz
  • Miriam Padovan –La vite rossa
  • Patrizio d’Amico –La stanza
  • Veronica Tomasiello –Deus ex machina

Informazioni aggiuntive

Estratto Gratuito

NEL BUIO

Michele fece scorrere la porta a vetri e uscì sul balcone. Era Settembre inoltrato, ma un’ultima risacca dell’estate continuava a soffiare il suo alito caldo nella notte senza stelle. Michele si sporse sulla ringhiera per guardare la strada buia. Il lampione davanti casa era saltato due settimane prima e da allora nessuno si era degnato di cambiarlo. La strada era silenziosa e il reticolo di ombre che galleggiava sull’asfalto, sembrava denso e consistente. Se si fosse buttato, era quasi certo che quel cuscinetto buio lo avrebbe rispedito in aria come un materasso gonfiabile.
Oppure ti ingoierà come un blocco di gelatina, pensò con un sorrisetto, accendendosi una sigaretta. Una matassa d’ombra che ingoia gli aspiranti suicidi; magari li induce perfino ad ammazzarsi agendo sulle loro menti instabili. Era un buon punto d’inizio per un racconto o un romanzo. A volte le idee venivano a galla senza preavviso, bastavano una strada e un lampione rotto per collegare i tasselli e creare qualcosa. Era questa imprevedibilità che l’aveva fatto innamorare del suo lavoro, sette anni prima. Cristo, erano già passati sette anni e ancora non era riuscito a pubblicare nemmeno uno straccio di libro. Ammetteva di non essersi impegnato troppo negli ultimi due anni (facciamo pure tre o quattro), ma la verità era che stava esaurendo le batterie. Non era più un ragazzino e la testardaggine con cui si era buttato a capofitto nel suo primo lavoro, lo aveva abbandonato da un pezzo. Aveva ricevuto la sua bella dose di porte in faccia e i rifiuti delle case editrici cominciavano davvero a stufarlo.
Soffiò fumo azzurrognolo e pensò che stavolta poteva essere la volta buona. Aveva contattato un’agenzia letteraria che aveva valutato il suo ultimo lavoro, un romanzo intitolato La Gabbia, e gli avevano detto che c’erano buone possibilità che una delle case editrici con cui erano in contatto lo pubblicasse. Aveva speso un bel po’ di risparmi per la revisione e la scheda di valutazione del romanzo, ma se l’agenzia ci credeva allora voleva crederci anche lui. La verità era che La Gabbia era un buon romanzo. Era stato l’ultimo lavoro intenso della sua traballante carriera di scrittore e aveva buttato giù le prime duecento pagine in poco più di una settimana. Ripensando al trasporto con cui lo aveva scritto, non poteva non sentirsi scoraggiato per come si era ridotto. Ormai batteva a stento cinquecento parole al giorno. Se La Gabbia fosse andato, però, sarebbe cambiato tutto. Un contratto era quel che ci voleva: si sarebbe accontentato anche di poco, ma almeno avrebbe ritrovato un po’ di fiducia in quel che faceva.
Lucia si affacciò sul balcone mentre Michele aspirava un’ultima boccata e buttava il mozzicone oltre il davanzale. La scintilla rossa della sigaretta svanì inghiottita dal buio.
«Sono le quattro di notte», disse Lucia con voce impastata di sonno. I capelli biondi le scendevano alla rinfusa sulle spalle in riccioli così ribelli da farla sembrare una scienziata pazza dopo una sessione di elettroshock.
«Sono le quattro di notte», ripeté accondiscendente Michele, voltandosi verso di lei per abbracciarla.
«Se non la pianti di fumare ti verrà un cancro ai polmoni», disse Lucia accoccolandosi contro la sua spalla con una voce così assonnata da farla sembrare una bambina. Quello del cancro ai polmoni ormai era un nastro registrato che ripeteva ogni volta che ne aveva occasione e, triste ma vero, gli attaccava una paura del diavolo.
«Lo so, ma sono agitato», rispose Michele accarezzandole i capelli. La mano gli rimase impigliata nei riccioli.
«Andrà bene amore», disse Lucia battendogli una mano sulla guancia come una mamma che rincuora il figlioletto. «Diventerai uno scrittore famoso, farai soldi a palate e mi mollerai per scappare con la tua massaggiatrice. Ora possiamo tornare a letto?».
Michele sorrise alzandole il viso per baciarla.
«Ti manderò una cartolina.»
Lucia gli mollò una pacca sul sedere e lo prese per mano per riportarlo in camera.
Mentre scivolava nel sonno dopo aver fatto l’amore, Michele pensò che non sarebbe stato affatto male un romanzo in cui una presenza famelica induceva al suicidio inghiottendo le vittime che si buttavano dal balcone. Ci voleva solo un protagonista con le palle che indagasse sulle misteriose scomparse. Sì, poteva funzionare.
Ripensò all’intreccio di ombre che ricopriva la strada come un tappeto di velluto nero e un brivido gli percorse la schiena fino a fargli rizzare i capelli dietro la nuca. Per fortuna lui non era un aspirante suicida.
Non quella sera.

Tornando da scuola, Michele sapeva che c’era una mail che lo aspettava a casa. Era della casa editrice. Non era stato informato da nessuno, semplicemente mentre chiacchierava con gli altri insegnanti durante la ricreazione nel cortile della scuola, si era reso conto che quello era il giorno. Capitava a tutti di avere sensazioni, presentimenti o avvertire perturbazioni nella Forza come diceva Lucia: quella mattina era toccato a lui.
Avrebbe potuto aprire la casella di posta elettronica da uno dei computer della scuola (ammesso che riuscissero a connettersi a Internet senza fondere i loro arcaici circuiti), ma aveva deciso di aspettare. Doveva farlo a casa senza estranei attorno. Sapeva che poteva trattarsi di un rifiuto e affrontare altre tre ore di lezione con quel peso sulle spalle era qualcosa che non avrebbe augurato al suo peggior nemico. E poi era un momento che voleva condividere con Lucia.
Scese dal treno con un salto e si avviò a passo sostenuto verso casa. Il cuore pompava a mille e quasi non sentiva il peso dello zaino sulle spalle.
Continuò a marciare come un ragazzino in ritardo al primo appuntamento finché non passò accanto al cantiere in costruzione. Forse sarebbe stato meglio chiamarlo cantiere in attesa di costruzione, dato che era ridotto in quello stato da quando si era trasferito a Torre Vecchia dopo la laurea. Non seppe spiegarsi perché avesse rallentato: gli era sembrato che qualcuno lo avesse chiamato da dietro una delle betoniere arrugginite del cantiere.
Rimase immobile per qualche secondo, aspettandosi che il confortante pensiero «è stata la tua immaginazione» facesse capolino per sbloccargli le gambe, ma non si fece vedere nemmeno di sfuggita. Qualcuno lo aveva chiamato davvero.
Ma che sto facendo? pensò mentre l’afa gli incollava la camicia al corpo sudato. Sono troppo agitato, devo tornare a casa e leggere quella mail, ammesso che sia arrivata.
Riprese a camminare e la camicia gli aderì al corpo come se qualcuno gli stesse tirando un lembo della manica. Michele diede uno strattone più forte e si voltò pensando di essere rimasto impigliato in un chiodo sporgente delle assi che puntellavano i confini del terreno abbandonato, ma non c’era niente. Nemmeno le assi di legno.
Erano qui, pensò confusamente ricordando la recinzione che bloccava l’accesso al cantiere. Ora la rozza staccionata era scomparsa e uno scorcio del terreno brullo e arido si stendeva davanti a lui. Gli occhi bui delle betoniere lo guardavano, rimestando ombre e polvere nella loro pancia corrosa dal tempo.
La voce trillò di nuovo nelle sue orecchie chiamandolo per nome e tanto bastò a schiodare le gambe che avevano messo radici sul marciapiede. Scappò lungo la strada deserta senza voltarsi e senza rallentare finché non fu sotto il portone di casa.
Armeggiò con il mazzo di chiavi, tossendo mentre ne infilava una nella toppa. Un blocco di catarro gli risalì in gola come un fiotto di colla bollente.
Lucia ha ragione, pensò quando la serratura scattò dietro di lui con un colpo secco. Devo smettere di fumare.

La mail era lì per lui. Aspettò che Lucia fosse tornata dal lavoro per leggerla con lei, ma avrebbe fatto meglio a risparmiarsi l’attesa e aprirla subito.

«Paese di merda!» sbottò Michele nonostante i tentativi di Lucia per calmarlo. «Pubblicano tonnellate di merda fumante solo perché è il nome dell’autore a tirare il pubblico.»
Lucia sprofondò sulla seggiola della cucina con un sospiro. Aveva sentito quella sfuriata qualcosa come un milione di volte.
«Tesoro, sai come funziona», disse cercando di mantenere un tono neutro.
«Funziona di merda.»
Quante merda aveva sparato negli ultimi dieci minuti? Troppe comunque.
«Lo so Michele, ma cosa vuoi farci? Alla fine decidono loro.»
«Be’ una scimmia senza cervello saprebbe decidere meglio di loro. Sai cosa?».
«Cosa?» sbuffò Lucia con un altro sospiro. Michele non sembrò accorgersene.
«Se io fossi un politico o un cazzo di cantante o un merdoso presentatore televisivo o un calciatore, perché no, e mi presentassi nell’ufficio del signor Faccia di Cazzo della casa editrice vattelappesca con un manoscritto, il signor Faccia di Cazzo farebbe carte false per pubblicarlo.»
Lucia non disse niente.
«’Fanculo la grammatica e l’ortografia, io sono mister calciatore che non ha finito nemmeno le medie e posso scrivere e pubblicare quello che voglio!».
Lucia si passò una mano tra i capelli arruffati sapendo che la sfuriata era ben lontana dal placarsi.
«Tutti i non scrittori fanno gli scrittori e la gente li compra e li legge. Se l’avessi saputo prima, mi sarei iscritto a un talent di cucina e dopo aver fatto casino in tv avrei scritto il nuovo Signore degli Anelli.»
Lucia sorrise a quell’ultima battuta sperando di smorzare la tensione, ma Michele era ancora scuro in volto e la guardava torvo come se avesse appena riso di lui.
«Senti, lo so che è uno schifo, ma ormai è andata così. La Gabbia è un buon romanzo, vedrai che…»
«No, non vedrò proprio un bel niente», tagliò corto Michele. «Sono stufo marcio di questo meccanismo di merda. Di questo pubblico di merda che ingoia tutte le cinquanta sfumature di marrone che gli piovono addosso. E non gli basta, ne vogliono di più.»
Lucia sapeva che quello era l’incrocio in cui Michele avrebbe svoltato lungo la tangenziale ai centodieci all’ora per un frontale diretto con la politica e lei non aveva la forza per resistere a un altro schianto.
«Michele ora basta. Ogni volta è sempre il solito discorso e non ne arriviamo mai a capo. Se non hai le palle per resistere a tutti quei rifiuti allora molla tutto e concentrati solo sull’insegnamento.»
Michele la fissò come se avesse appena ricevuto uno schiaffo. Gli tornò in mente lo schiaffetto delicato che gli aveva dato l’altra notte quando erano sul balcone. Andrà bene, aveva detto. Era chiaro che ormai non ci credeva più nemmeno lei.
«E secondo te dovrei mollare tutto per un branco di rincoglioniti che pubblicano solo il nome di successo?».
«Forse non è il nome, forse sei tu che sopravvaluti il tuo lavoro e…»
«Allora la colpa è mia?».
«Non ti sto dando colpe Michele, ma non puoi reagire così per un rifiuto!».
Possibile che Lucia non capisse quanto era importante per lui quella pubblicazione?
«E come dovrei reagire secondo te? Dovrei chinarmi a novanta e ringraziarli per tutte le inculate che…»
«Senti fai quel che ti pare», disse Lucia alzandosi dalla sedia con gli occhi arrossati. «Io ne ho piene le palle.»
Uscì dalla cucina a passo svelto e si infilò in camera da letto sbattendo la porta.
Michele rimase interdetto per lo scatto improvviso di Lucia. Sarebbe dovuto andare da lei, bussare alla porta e chiederle scusa. Magari abbracciarla se lei glielo avesse permesso, ma non lo fece. Anche lui era stanco e non aveva la forza di fare il primo passo.
Prese il cappotto e uscì di casa. Quella sera faceva freddo.

Recensioni

  1. “È difficile annoiarsi sfogliando Dandelion, e a volte ci si ritrova pure a riflettere. Il filo rosso è quello del desiderio: istinto che dà vitalità e motivazione, ma che può condurre alla dannazione”Recensione di Alessandra Scifoni

  2. “Ho trovato questa raccolta ben scritta, ben strutturata. I racconti presentano temi diversi, sono variegati per stile e genere, però hanno tutti un nesso: la speranza di un cambiamento, i desideri.” Recensione su “Dreaming Wonderland”!

  3. “Ho particolarmente appezzato la diversità di stili e di genere di Dandelion, ogni racconto ha qualcosa di unico e speciale che lo distingue e nello stesso tempo accomuna agli altri racconti.”
    Recensione su “Italians do it better – Book Edition”!

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