“Adore” degli Smashing Pumpkins 20 anni dopo: perché i testi fanno la differenza, anche nel rock

NDE Blog – Gli Ebook, l’Editoria e Tutto Quanto! musica “Adore” degli Smashing Pumpkins 20 anni dopo: perché i testi fanno la differenza, anche nel rock

I testi sono alla base non solo della letteratura e dei romanzi, ma di tutta la cultura pop contemporanea: questo è il po’ il filo conduttore di questo blog negli ultimi due anni. Ed è per questo che nell’articolo  di oggi vi parlo di un disco che, quando uscì (l’1 giugno 1998!), dovette affrontare un mucchio di critiche e sberleffi, ma in qualche modo è diventato un cult, magari dimenticato dai più ma rimasto lì in un angolino di quello che resta dei nostri ricordi degli anni ’90, come il ragazzetto imbranato che è tra gli ultimi ad essere scelto nelle squadre alll’ora di ginnastica, eppure conserva il suo ghigno sarcastico, di quello che sa che il suo momento, prima o poi, arriverà. Quell’album è Adore degli Smashing Pumpkins.

Il contesto: dopo due dischi di enorme successo e enormemente lodati, e dopo un mega-tour mondiale che li ha consacrati come “The most loved and hated band in the world” del momento, rendendo iconica la t-shirt “Zero” di Billy Corgan e facendoli finire persino nei Simpsons, le Zucche Spappolate arrivarono alla fine del 1996 in condizioni disastrose. Jimmy Chamberlin, sopravvissuto a un overdose di eroina in cui invece non fu così fortunato il tastierista da tour Jonathan Melvoin, fuori dal gruppo, e i restanti tre membri storici sempre più alienati tra loro. Billy, la star e la mastermind, si trova quindi a dover preparare il disco successivo da solo, e in fase di registrazioni le notizie che trapelano agli addetti ai lavori sembrano quantomeno allarmanti: una svolta acustica? Una svolta elettronica? Una svolta… pop (ai tempi, nell’ambiente dell’alternative rock, praticamente una bestemmia)!?

“Mmh… ragazzi, cos’è tutta questa allegria?”

Quando alla fine Adore venne pubblicato, nel giugno del 1998, l’impronta decisamente gotica del nuovo look della band e delle atmosfere delle canzoni venne interpretata come una facile strizzatina d’occhio al pubblico adolescenziale, una deriva verso il pop-rock commerciale, l’ennesimo colpo di testa (pelata) di un Corgan ormai schiavo del suo stesso successo. I singoli scelti per la promozione non aiutarono: certo, Ava Adore, To Sheila e Perfect sono in fondo dei buoni brani, ma non reggono minimamente il confronto, almeno nell’ascolto  radiofonico, dei mostri sacri dei precedenti dischi come Today, Disarm, Bullet with Butterfly Wings o Zero.

Insomma, Adore fu un flop bello pesante nelle vendite, suscitò i commenti più disparati da parte di critica e fan dellla prima ora, che lo interpretarono come un capolavoro mancato oppure un’emerita schifezza, insomma: sembrava a tutti gli effetti un gran bel passo falso, e l’inizio di una spirale discendente per uno tra i gruppi più influenti dei ’90. Profezia che, in effetti, si rivelò veritiera.

Che lo zio Billy avesse qualche problema di narcisismo non è un mistero per nessuno…

Bene… e allora per quale motivo questo disco, ogni anno che passa, questo “flop” viene sempre più spesso considerato tra i migliori del decennio da una parte consistente dei fan “storici” dei Pumpkins e dell’alternative rock? Vuoi vedere che il buon vecchio Billy alla fine avesse ragione? Che proprio Adore sia l’apice della sua carriera da compositore?

Intanto, via il primo dubbio: basta andare un po’ oltre ai primi singoli, e scavare nei 72 minuti del lungo e intricato disco (che non a caso originariamente doveva essere un doppio come il precedente Mellon Collie), per rendersi conto che la vena dark che permea TUTTE le tracce non si può semplicemente riassumere in un adeguamento alle mode goticheggianti degli ultimi anni ’90. Piacciano o non piacciano le canzoni depresse, si capisce subito che Corgan era preso male mica poco in fase di registrazione, e in effetti i dati biografici ne danno conferma: nel giro di un anno dovette affrontare il quasi-scioglimento del gruppo dopo tragiche vicende di droga, il divorzio dalla moglie e la morte della madre. Considerato che il fratellino di Super Vicky non era mai stato ‘sto gran allegrone, non c’era da stupirsi se, dopo lo scazzo da teenager di Siamese Dream e Gish e la malinconia post-adolescenziale di Mellon Collie, il prossimo passo fosse la cupa consapevolezza dell’età adulta, quella meno appariscente e meno facile da esprimere, ma che in fondo fa più male, e non credo sia un caso che nel ’97 Billy avesse 30 anni. Meno incazzato con la vita ma anche molto meno incline a un residuo di utopia, eppure con ancora tanto da dire, con un giusto equilibrio tra esperienza ed energia: sì, possiamo dire che era lo stato d’animo giusto per scrivere i testi più potenti ed espressivi che abbia mai scritto, prima o dopo. E, a conti fatti, è andata proprio così.

Vi risparmio un’analisi track by track, cerchiamo invece di andare al sodo per cogliere l’essenza di Adore. E non è un caso che la posizione dei miei brani preferiti nella tracklist di 15 pezzi sia decisamente sbilanciata verso la fine invece che l’inizio (al contrario della tradizione pop!), rispettivamente con le posizioni 7, 9, 10, 13 e 14.

  • Crestfallen ricorda la sottovalutata In the Arms of sleep, ma non si limita a raccontare un tema spinoso come l’abbandono e la fine dell’amore con le liriche  And you may go But I know you won’t leave Too many years built into memories Your life is not your own. La prospettiva è infatti ribaltata: il destinatario qui non è più il tu, ma, presa consapevolezza di un distacco irrecuperabile, è invece l’io, con la ripetizione ossessiva di Who am I?
  • Pug ripropone uno dei pezzi forti del repertorio narrativo corganiano, cioè l’amore egoistico, con una serie di imperativi che hanno ben poco di romantico (I am yours alone ripetuto ossessivamente nel finale non inganna più nessuno: è palesemente rivolto a se stesso), come conferma del resto l’incedere sempre più inquietante della musica, un equilibrio qui riuscito meglio che altrove di basi elettroniche e schitarrate ignoranti.
  • The Tale of Dustin on Pistol Pete gioca su due terreni pericolosissimi: a livello musicale su un pop dalle note quasi country; a livello di testi sull’abusatissimo “amore e morte” che ai tempi rafforzò le tesi dei numerosi haters. Eppure, nonostante questo… è una canzone in cui l’equilibrio di tristezza e dolcezza è pienamente centrato. O forse, proprio per questo. Perché in fondo Corgan non lo dirà mai, ma sa benissimo che “l’amore vince sempre sull’invidia e sull’odio”.
  • Con Behold! The Nightmare bisogna occorre andare di nuovo oltre la superficie: l’atmosfera da film di Tim Burton sembra una mossa ad hoc per conquistarsi il pubblico delle sedicenni alternative con la toppa di Nightmare Before Christmas sullo zaino Eastpack, ma anche se fosse… chi se ne frega, anche perché non c’è niente di male ad essere un po’ gotici ogni tanto, soprattutto se la canzone merita, ed è decisamente questo il caso.
  • Dopo aver allontanato gli ascoltatori superficiali e incuriosito quelli più attenti, è tempo per Corgan di giocare l’asso con For Martha. Di canzoni dedicate a persone recentemente scomparse è piena la storia del rock, ma in questo caso la lenta progressione, da dimessa a malinconica a struggente e infine a quasi sognante, sembra restituire la gradualità dell’accettazione del lutto. Che pare una banalità, ma non lo è quando i testi arrivano a un lirismo che non esagero a definire senza precedenti, almeno per i Pumpkins. Il “Long horses we are born, creatures more than torn, mourning our way home” sembra quasi profetizzare il successo di un altro adorabile depresso: Bojack Horseman.

E sembrerà anche una scempiaggine, ma in fondo il messaggio finale di Adore potrebbe essere proprio questo: “in this terrifying world, all we have are the connections that we make”.

Marchetta finale: se vi è piaciuto “Adore”, vi potrebbe piacere ovviamente “novantaquattro” di Matteo Giordano (siamo più o meno in quegli anni),  ma anche “Via dell’Abbazia” di Letizia Bognanni, carico di atmosfere nostalgiche e… alternative rock.

By | 2018-06-01T15:36:35+00:00 maggio 30th, 2018|musica|0 Commenti

About the Author:

Editore, "smanettone di internet" e consulente di marketing editoriale. Mi occupo di tutto quello che gira intorno ai libri digitali, le visual novel e gli altri ibridi tra letteratura e tecnologia.

This Is A Custom Widget

This Sliding Bar can be switched on or off in theme options, and can take any widget you throw at it or even fill it with your custom HTML Code. Its perfect for grabbing the attention of your viewers. Choose between 1, 2, 3 or 4 columns, set the background color, widget divider color, activate transparency, a top border or fully disable it on desktop and mobile.

This Is A Custom Widget

This Sliding Bar can be switched on or off in theme options, and can take any widget you throw at it or even fill it with your custom HTML Code. Its perfect for grabbing the attention of your viewers. Choose between 1, 2, 3 or 4 columns, set the background color, widget divider color, activate transparency, a top border or fully disable it on desktop and mobile.