Estratto gratuito da “novantaquattro”, romanzo pop-nostalgico di Matteo Giordano.

Riunione tecnica all’una e mezzo, poi alle due con perfetta sincronia i carri allegorici avevano preso le mosse verso la piazza. Il Sant’Antonio Abate, come ogni anno, era fra gli organizzatori di una roboante sfilata di carnevale.
Quell’anno il carro proposto rappresentava un gigantesco galeone di lamiera e cartapesta, messo in produzione nel salone delle feste, per l’occasione adibito a cantiere navale. Le suore da settimane erano alacremente impegnate fra le lodi e la compieta a fabbricare costumi per tutti: una sorta di camicione bianco su pantaloni neri e bandana. Per gli accessori ci si sarebbe dovuti arrangiare, ognuno per sé e Dio per tutti.
Il carro dei pirati poteva contare sul seguito più massiccio, con il gruppo di sbandieratrici di Flors alla testa del corteo, tutte vestite da giullari. Il clima era da manifestazione di piazza non autorizzata degli anni ’70: il comune aveva dichiarato guerra alle bombolette di schiuma, arruolando anche alcuni volontari che, con fascia tricolore al braccio, coadiuvavano i vigili urbani nell’opera di disarmo dei più facinorosi. Mancava solo il servizio d’ordine di Potere Operaio e qualcuno con una P38 ad acqua.
Le bombolette di schiuma erano presto diventate il nuovo incubo dei genitori e persino la mamma di Dani quell’anno si era aggiornata cambiando in guai a te se ti vedo con una bomboletta di schiuma, il solito e non accettare caramelle da nessuno, perché sono quelle che ti fanno venire la febbre. Dani le aveva cercate a lungo nel corso degli anni quelle famigerate caramelle per poter stare a casa da scuola una settimana, ma non le aveva mai trovate.
“Occhio con le bombolette, eh…” Aveva detto Ste mentre il primo sciagurato veniva privato della sua arma impropria e fatto oggetto di una sonora reprimenda.
“Tranqui… tutto sotto controllo… tieni un po’ di coriandoli…” Giamma gli aveva allungato il mega sacchetto che aveva con sé, acquistato il venerdì precedente al negozio di giocattoli meglio fornito della città.
Il negozio aveva aperto da meno di un anno ed era era stato un evento. Il sabato della grande inaugurazione era stata organizzata un’enorme riffa per tutti i bambini che si erano radunati fin dal primo pomeriggio stringendo in mano i biglietti omaggio che erano stati sapientemente distribuiti all’uscita delle scuole. Ognuno di loro sperava, pregando come non mai, di vedere il proprio numero estratto. Il premio era da non credere, una roba che nemmeno il paese dei balocchi: al fortunato vincitore sarebbero spettati due minuti per arraffare tutto quello che poteva dagli scaffali. C’erano bambini che avrebbero ucciso per una possibilità del genere e altri che avrebbero pianto a dirotto per non essere stati estratti. Alla fine aveva vinto il solito bambino ricco, a dimostrazione che non era vero che la ruota girava sempre.


Dani, Giamma e Ste si erano ritrovati fuori dalla porte scorrevoli del negozio verso l’ora della merenda con poche idee ma confuse e comunque con pochissimi soldi per metterle in atto. Il provvisorio reparto carnevale occupava una bella porzione subito all’ingresso. Un giro lì dentro era ancora qualcosa che gli faceva battere il cuore. Il fascino di un castello della Lego era ancora più abbacinante delle tette della Cani.
“Oh, quanto abbiamo?” Giamma stava passando le mani, quasi accarezzandole, proprio sulle scatole di Lego.
“Ventimila…” Ste stringeva nel pugno le banconote che avevano raccolto. Poco prima avevano fatto la solita colletta: Dani aveva messo settemilalire tutti in pezzi da mille, Giamma un deca e Ste solo tremila lire: stava evidentemente attraversando un momento no.
Alla fine avevano passato come sempre una buona mezz’ora a giocare a Sonic sul Sega Mega Drive che il furbo proprietario aveva messo a disposizione disinteressata dei ragazzini, nella subliminale speranza che poi sarebbero tornati in compagnia del papà e di un libretto degli assegni.
Alla fine a conti fatti non si sarebbero potuti permettere granché: un’unica spada di plastica (e alla fine la aveva spuntata Dani) mentre Giamma e Ste avevano invece optato per la benda sull’occhio e finti orecchini. Metà del budget era stato bruciato così, rimaneva un deca da investire nelle cose serie: bombolette di schiuma e fialette puzzolenti. Domenica pomeriggio alla sfilata ci sarebbe stata la guerra, lo sapevano bene, e quindi sarebbe stato meglio arrivare preparati.

“Oh Dani… cazzo fai lì? Vieni qua…” Ste aveva richiamato all’ordine l’amico uscito dai ranghi per vedere più da vicino la sua bella lanciare la bandiera bianca e azzurra più in alto di tutte.
Per carnevale suonavo sopra i carri in maschera, avevo già la luna e urano nel leone…
Dani non li aveva la luna e urano nel leone: non aveva nemmeno il mare nel cassetto e le mille bolle blu (anche se da quando era andata via, non esisteva più) e forse era quello il motivo per cui la band scalcinata con Alberto l’obiettore alla chitarra e voce e un paio di bravi ragazzi di quinta superiore, incastrata fra l’albero maestro e il timone, stava suonando al posto dei Pretty Vacant. Dani ci aveva labilmente provato a proporre la sua band, ma non era nemmeno stato preso in considerazione. La sfilata era una cosa seria, mica era la messa beat.
“Oh, ma ci sei o no… cosa fai, guardi le sbandieratrici?” Ste ad un certo punto aveva dovuto andare a prenderlo di peso.
“Sì, arrivo… ho visto uno che conosco…” Aveva risposto Dani distrattamente.
La sfilata si muoveva lenta, lungo le vie coi marciapiedi ricolmi di mascherine e di genitori dai gridolini isterici che schiacciavano compulsivamente il tasto delle loro macchine fotografiche al passaggio dei figli.
“Piano che il rullino è da trentasei.”
“C’è ne ho un altro in tasca…”
I fotografi cittadini già si stavano sfregavano le mani al pensiero della mole di rullini che la gente avrebbe portato a sviluppare il mercoledì delle ceneri.
Dani continuava a camminare distratto, come se il chiasso intorno a lui e le voci di Ste a Giamma gli arrivassero alle orecchie in mono: un suono fastidioso e irritante come quando si rompe uno dei due auricolari del walkman. Pensava a Fernando Mondego e a Edmond Dantes, a Juve – Lecce di cui ignorava il risultato e ad Hanno ucciso l’uomo ragno che suonava malamente dalla cima della nave dei pirati. E poi la cercava sempre con lo sguardo: bellissima anche vestita con la calzamaglia verde aderente sul culo. Accidenti, aveva proprio un bel culo per quanto ne potesse capire lui: però il senso del bello era universale come il senso del rotondo. Quel culo aveva pure il senso del ritmo mentre accompagnava le gambe ed i piedi, destro e sinistro, assecondando i colpi del rullante che scandivano la ripetitiva esibizione delle sbandieratrici. Sempre i soliti passi, sempre i soliti lanci e le solite prese. E sempre i soliti occhi di Dani che non riuscivano a guardare altro. Flors era una numero 10 dello sbandierare.
Mercedes doveva assomigliarle molto e in fondo pure lei era catalana: per forza che Edmond Dantes aveva perso la testa.
Poi mentre la nave dei pirati stava percorrendo gli ultimi metri del corso prima di immettersi nel bacino della piazza gremita e transennata, Dani era stato ridestato dal suo torpore da un urlo di Giamma direttamente nelle orecchie.
“Oh, guarda quelle merde che arrivano… ma che carro è?”
Il carro di Sant’Antonio da Padova era già in piazza: doveva essere, nelle intenzioni, un castello medievale, ma una delle torri si era già piegata su sè stessa e pure il resto della struttura, costruita sul trattore affittato a spese del comune, sembrava più pericolante di un impalcatura del terzo anello di San Siro ai tempi di Italia 90. I costumi dei ragazzi però erano fighi e Dani aveva avuto un moto di invidia nel vedere tutti quei cavalieri con le spade, gli scudi e le lance di cartone; alcuni avevano anche delle specie di armature intorno alle spalle e andavano a cavallo di manici di scopa con teste equine.
“Il carro fa cagare, ma i costumi sono crasti… perché non ci abbiamo pensato noi?” Aveva detto Dani.
“Ma va… noi siamo più belli.” Ste non si sarebbe mai abbassato a riconoscere un merito a quelli del Da Padova, questione di appartenenza.
Qualche anno prima, in un’area nei pressi della Pascoli, fra case popolari, drogati e gente con l’orecchino, il Comune aveva avuto un’idea. In quel quadrato di cemento pieno di scritte sui muri e così poco raccomandabile (come veniva visto dagli occhi di chi abitava solo poche centinaia di metri più lontano) era stata tirata in piedi a tempo di record una chiesa post moderna. Quella nuova struttura con campetti da calcio e basket annessi aveva attirato fin da subito tutti i ragazzi di strada del quartiere, compresi i più distanti dalla fede e quelli con la bestemmia facile: i classici tipi che i genitori additavano, ammonendo i propri figli, come generiche cattive compagnie dalle quali stare alla larga.
L’intera struttura ecclesiastica era stata intitolata, con apprezzabile fantasia, a Sant’Antonio da Padova che si vociferava fosse passato da quelle parti comandando ad un cespuglio di fiorire in gennaio. Il Da Padova era subito entrato in netto contrasto con la chiesa di Sant’Antonio Abate, quella a cui erano affiliati Dani, Ste, Giamma e gran parte dei ragazzi provenienti dalla Carducci. In città non c’era spazio per due Sant’Antonio e allora la rivalità era sorta naturalmente, tanto che già intorno agli otto anni ci si iniziava a guardare male, fra chi stava all’Abate e chi al Da Padova, anche quando ci si incrociava la domenica a passeggio con i genitori o in gelateria con i nonni.
Come diceva sempre Giamma, quella era tutta gente che andava al mare in riviera con i viaggi in pullman organizzati. Dei poveri sfigati.
Invece per i ragazzi del Da Padova quelli erano soltanto i fighetti che andavano alla Carducci e quindi, per loro che frequentavano tutti la Pascoli, il nemico di classe, in tutti i sensi.
“Oh guardate i Di Leo, guardate i Di Leo!” Giamma aveva indicato agli altri i gemelli che venivano a giocare al loro campetto anche se appartenevano, per diritto di nascita, al Da Padova: sembravano due comparse di Attila flagello di Dio.
Mentre Dani, Ste e Giamma erano distratti a guardarsi in giro nella piazza, all’improvviso alle loro spalle erano spuntati dal nulla un gruppo di cavalieri fuoriusciti dal castello pericolante che a tradimento aveva svuotato bombolette di schiuma sui pirati e le piratesse che chiudevano il corteo, colpendone anche alcuni fra quelli che non avevano ancora fatto la cresima, armati solo di stelle filanti. Il servizio d’ordine comunale stava latitando, mentre i cavalieri, gettate a terra le loro armi vuote, si erano subito divincolati dalla presa di alcune suore di mezza età, che recavano anch’esse tracce di schiuma bianca sulle sacre vesti, per dileguarsi svelti in un vicoletto verso la città vecchia, fra lo sdegno inerme dei genitori presenti sui marciapiedi.
“Scusi vigile, io ho visto tutto, ho anche fatto delle fotografie.”
“Si va beh… circolare, circolare.”
Una vera infamata, qualcuno fra i più piccoli addirittura si era messo a piangere. L’onta, così come i costumi insozzati di schiuma, andava lavata.
“Andiamo a rompergli il culo.” Ste non stava aspettando altro: da quando suo fratello maggiore si era picchiato coi genoani l’anno prima in un Autogrill, pregava perché venisse anche per lui il giorno di menare le mani sul serio e di far vedere che non aveva paura di nessuno.

“To be continued”: scopri di più su “novantaquattro” di Matteo Giordano!