Articolo di Davide Pozzobon

Quello che mi accingerò a scrivere è solo la mia opinione nata dalla riflessione su un articolo di Sommobuta nel suo blog “Il viagra della mente” (http://www.sommobuta.com/) riguardo ai tomi di infinite pagine.

Non so se, come lui, l’età che avanza porti a vedere i libri lunghi come una rottura di scatole oppure è il classico collasso mentale di una generazione abituata ai videogiochi dove hai un riscontro emotivo immediato nelle tue azioni, ma una cosa è certa: premettendo il loro valore culturale, artistico e spesso anche storico, i tomi mattonici sono una vera rottura di palle.

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Dicevamo, dei vantaggi dell’ebook?

A causa di vicende che non starò a spiegare, nei miei anni di liceo avevo quasi abbandonato la lettura. Credo di aver letto sì e no Harry Potter e qualche altro libro in cinque anni, quindi circa tre libri all’anno se tutto va bene. Con la scoperta del digitale, la sua comodità e bla bla bla, ho avuto modo di riscoprire anche il piacere di leggere i grandissimi classici, che con pochi centesimi e un click, erano a portata di mano, al posto di andare nelle biblioteche vecchie e polverose a scoprire puzzolenti libri ammuffiti dal peso degno dei martelli di “Greta” di “City Hunter” (non me ne vogliano i filonipponici, non ho assolutamente voglia di cercare il nome originale e io l’ho conosciuta così).

Partiamo da un grande classico, IT, del nostro caro Stefano Re.

Quando ero piccolo il film basato su quest’opera era pure riuscito a spaventarmi. Rivedendolo da più grande, non capisco cosa ci fosse di spaventoso, ma immagino sia dovuto all’età.

In uno dei tanti articoli postati dalla Nativi Digitali, avevo visto una sorta di riassunto gioco dove ogni titolo di Stephen King veniva, di fatto, paragonato a seghe mentali che l’autore si fa immaginandosi alle prese con una determinata minaccia o no. Non si può infatti non notare che spesso e volentieri i protagonisti dei suoi libri siano, guarda caso, proprio scrittori con questo o quel problema. Ma quando lessi che IT era “un gruppo di bambini uccide un mostro e poi festeggia con un’orgia nelle fogne” rimasi alquanto WTF?

So che un libro non corrisponde MAI alla sua trasposizione cinematografica, però insomma, questa era da scoprire, e visto che non avevo voglia di prendere in mano il cartaceo IT, decisi di cercarlo sul Kindle Store, dove lo trovai per ben 37 centesimi.

E così iniziai a leggerlo.

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Il trauma infantile per eccellenza

Ora, se qualcuno dei cari lettori che legge questo articolo ha letto il libro e successivamente visto il film, la domanda che vi pongo è: come diavolo avete fatto?

In un continuo rimbalzo di trama, excursus, flashback e flashforward, non avessi visto il film giuro che non avrei capito nulla. E IT me lo sono pure “mangiato”, considerando tuttavia la lunghezza non di certo trascurabile dell’opera. Libri così lunghi, con simili strutture, sono bellissimi, di ampio respiro e dalla trama molto articolata, ma peccano, difetto intrinseco della loro struttura temo, della chiarezza di trama che tende ad essere troppo dispersiva. Ad un certo punto, quando il nostro caro bibliotecario sta passando in rassegna le tracce storiche di IT per poi riportarle al suo vecchio gruppo di amici, si passa da un io narrante all’altro, in un continuo di racconti del passato che, oltre a retrocedere in linea temporale, continuano a saltare da una vicenda parallela all’altra per fornire tutti i punti di vista. Una tecnica che in un film funziona benissimo, ma in un libro significa ore e ore di lettura in seguito alle quali, una volta tornati al filo conduttore o principale che dir si voglia della trama, manco ci si ricorda cosa stava accadendo.

Un altro esempio è l’abusatissimo Signore degli Anelli, che non sono ancora riuscito a leggere, perché il muro di descrizioni non riesco proprio ad abbatterlo. Ma anche chiedendo a chi tra i miei amici ci fosse riuscito, l’opinione comune è sempre la stessa: bellissimo per carità, ma perfino troppo lungo nelle descrizioni e nella narrazione di scene laterali alla trama principale.

Per carità, questo aiuta nel creare la mitopoiesi, ovvio, però non credo sia innegabile che renda il tutto difficile da leggere.

Un recente caso è “Il Conte di Montecristo”, completamente diverso dal film, che si perde in un continuo rimando al passato, tra il Conte che se la canta e se la suona da solo travestendosi nel corso della storia, spiegazioni su personaggi venuti dal nulla ma che serviranno alla fine della trama, ed un continuo rimando a situazioni laterali e spiegazioni che senza dubbio rendono interessante la visione di un film, ma una vera rottura di scatole la lettura. Se a questo ci si aggiunge un linguaggio antico, che il sottoscritto non crede minimamente veritiero a livello colloquiale neppure per l’epoca (tra continui “Come Caio diceva questo”, “Come Questo successe in questo” o interminabili giri e giri di metafore alle varie opere letterarie che Dumas doveva aver letto o che andavano molto in voga all’epoca per sembrare un super nerd con la N stampata sul petto e il mantello composto da pagine di libri) si capisce che “Il Conte” è senza dubbio un libro magnifico e dal forte respiro letterario, con punti molto interessanti nel libro dove la diabolica macchinazione del Conte sbocciava in tutta il suo machiavellico splendore, ma altri punti dove la ripetizione costante di scemenze (illustrate come tali perfino dagli stessi protagonisti del libro) e falsi dialoghi di cortesia tra i vari Conte Morcerf, Barone Danglars e Regio Procuratore Villefort, rendeva la lettura asfissiante e talmente noiosa che verso la fine ho iniziato a saltare di palo in frasca, come si dice dalle mie parti, qualsiasi riepilogo di cosa era accaduto e qualsiasi spiegazione che non ritenevo necessaria.

Sarà una questione di essere figli dei nostri tempi, abituati all’immediatezza del cinema o dei videogiochi, ma come già i miei colleghi della NDE hanno evidenziato nei loro articoli, ormai il linguaggio della letteratura deve essere immediato per attirare l’attenzione. I mega tomi, mattonici e dorati, che dall’alto del loro trono celeste dell’olimpo letterario guardano noi poveri stolti illetterati che mai comprenderemo davvero a fondo la fatica fatta per scriverli e concepirli, non vanno più in voga. E quando si propone un tomo mattonico, spesso le case editrici lo dividono in più parti non solo per i Big Money, ma anche per favorirne la lettura, facendo sembrare l’opera più facile da approcciare. Come lo stesso Signore degli Anelli. O l’incredibile opera di lettere dell’illustrissima Licia Troisi, che nelle sue originalissime e bellissime Cronache del Mondo Emerso, descrive gente, in una città divisa a livelli, cadere da 12 metri di altezza e

sbucciarsi un ginocchio

o descrive una cascata come un abisso glaciale, dall’alto della sua altezza di

30 metri.

Ma immagino che questi siano errori di distrazione dovuti all’estro creativo, dopotutto non è mica laureata in Fisica, suvvia!

Come, lo è?

Ah.

ma tornando all’argomento principale dell’articolo. I tomi mattonici sono quindi diventati per me una sfida attualmente, un sorta di nemesi contro la quale combattere con la forza della velocità di lettura dei miei occhi. Il mio scopo è diventato annientare il countdown del mio Kindle, vedere le ore di lettura residue alla fine del testo diminuire e la percentuale di libro completata alzarsi. Dopo due ore di lettura intensa, vedere la percentuale di completamente salire di un punto percentuale mi fa sentire come in un MMORPG quando, giunto alla soglia del massimo livello, expare inizia ad essere impossibile.

Concludendo qui questo articolo, se volete leggere qualcosa di incredibilmente corto, la cui brevità potrebbe perfino lasciarvi un attimo l’amaro in bocca (ma solo perché avreste voluto pefino leggere di più) la cara NDE propone Lo Strano caso di Michael Farner e Il ritorno di Michael Farner, di Lorenzo Sartori. Per meno di 3 euro potete prendervi due libri, uno migliore dell’altro, quindi anche questa volta non siate taccagni, o sarete anche voi vestiti in armature arcobaleno durante una battaglia aerea contro nemici che non devono sapere che voi siete speciali (ed è per questo che siete vestiti d’arcobaleno).